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A cura di Sabrina Lorenzoni. Linkedin .
Nel mese di ottobre, WWF Internazionale e ZSL, Zoological Society of London, pubblicano il Living Planet Report, uno studio a livello globale sullo stato della natura e delle specie animali nel mondo.
Quest’anno il report porta il titolo “Un sistema in pericolo” perché i dati ci dicono che tra il 1970 e il 2020, negli ultimi 50 anni, la dimensione media delle popolazioni animali monitorate si è ridotta del 73%. Tutte le categorie animali mostrano un calo significativo nelle loro popolazioni: l’85% in meno delle specie d’acqua dolce, il 69% delle specie terrestri e il 56% delle specie marine.
Per monitorare e studiare le specie animali nel loro habitat occorrono degli indici precisi e validi a livello internazionale che permettano confronti nel tempo, tra passato e presente, e nello spazio. Il Living Planet Report ne racconta alcuni insiemi a casi studio che ci indicano le possibili soluzioni da adottare.
Cos’è la biodiversità o diversità biologica
La biodiversità indica la varietà della vita sulla Terra. Oltre alla sua bellezza e meraviglia, l’insieme della varietà dei viventi sostiene le nostre vite: dal cibo alle materie prime, dai medicinali all’aria che respiriamo, tutto è biodiversità.
La base della nostra società, dell’economia e delle civiltà è data dalla diversità biologica. Una definizione di biodiversità ci dice che è “la variabilità tra gli organismi viventi, compresi gli ecosistemi terrestri, marini e altri ecosistemi acquatici, e i sistemi ecologici di cui fanno parte”.
Il Living Planet Report ci ricorda che quando parliamo di diversità biologica, la possiamo declinare in:
- diversità genetica, la variazione delle informazioni genetiche all’interno di una popolazione, specie o individuo. Questo fattore è essenziale per l’evoluzione e come risposta al cambiamento, anche climatico.
- diversità di specie, la varietà e abbondanza di specie in un’area del Pianeta. Gli ecosistemi sani sono quelli che hanno un’elevata diversità e sono quindi resilienti e in grado di garantire buoni servizi ecosistemici.
- diversità delle popolazioni, riguarda gli individui all’interno di una specie o in una certa area geografica.
- diversità degli ecosistemi, ovvero la varietà degli ecosistemi in una regione, caratteristica che riflette la complessità di ogni paesaggio e area geografica al mondo.
- diversità funzionale degli ecosistemi, la varietà ecologica che possiamo trovare nel ciclo dei nutrienti, nella produzione primaria o nella decomposizione: il ruolo ecologico di ogni ecosistema.
La biodiversità è quindi molto complessa e non semplice da misurare: servono indicatori a livello universale per paragonare i dati nel tempo e nello spazio.
Come misurare la biodiversità

Misurare la biodiversità, ci ricorda il Living Planet Report, è molto complesso e servono indici e indicatori standard da utilizzare a livello locale e globale. Misurare la natura serve a valutare come cambia nel tempo un ecosistema e ad avere i dati necessari per pianificare un cambiamento, come ripopolare una zona o rendere meno inquinato un habitat.
Il Living Planet Report utilizza un indice chiamato Living Planet Index (sigla LPI) e mostra i cambiamenti nella biodiversità dal 1970 ad oggi monitorando la dimensione delle popolazioni animali e il modo in cui stanno cambiando. È un indicatore in grado di dirci se siamo in una situazione di allarme per una determinata specie e quindi permette di intervenire in tempo per invertire le tendenze negative e recuperare gli ecosistemi in pericolo.
Un altro indicatore molto importante è il Red List Index che indica l’andamento del rischio di estinzione di gruppi di specie e dà informazioni sull’evoluzione e sullo stato della natura. Su questo indice si basa la Lista Rossa delle specie minacciate redatta dall’IUCN, Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.
Infine, l’indice di integrità della biodiversità o Biodiversity Intactness Index è un indicatore a lungo termine. Misura la quantità di biodiversità originale che si può ancora trovare all’interno di una comunità terrestre in una certa regione.
Tutti e tre gli indici, a livello globale, sono concordi nel registrare un declino nell’abbondanza delle specie e nella dimensione delle popolazioni. Raccogliendo e analizzando dati dal 1500 ad oggi, gli scienziati sono concordi nel dire che il tasso di estinzione delle specie è centinaia di volte superiore a quello che sarebbe in assenza di attività umana:
“In 50 anni la dimensione delle popolazioni di fauna selvatica monitorate si è ridotta, in media, di quasi tre quarti” (Living Planet Report 2024).
Alcuni casi studio dal Living Planet Report

Nel capitolo dedicato a misurare il declino della natura, il Living Planet Report riporta diversi casi studio di popolazioni di specie in declino, ma anche di buoni esempi che hanno permesso ad una specie di tornare in salute.
Un primo esempio è quello dell’elefante africano di foresta nel Parco Nazionale Minkébé in Gabon. Dal 2004 al 2014 la popolazione di questi mammiferi ha registrato un calo dell’80%. Il bracconaggio e il commercio dell’avorio sono le principali cause di questa perdita di popolazione. Dato che quasi la metà di tutti gli elefanti di foresta africani vivono in questa zona, gli scienziati ritengono che questa perdita sia significativa per il futuro della specie.
Per la tartaruga embricata di Milman Island, Grande Barriera Corallina settentrionale, Queensland nordorientale, Australia, i dati raccolti dai ricercatori indicano un calo del 57% del numero delle femmine nidificanti di età superiore ai 28 anni. La barriera corallina ha un alto livello di protezione in questa zona ma, nonostante questo, tra il 1990 e il 2018 le nascite sono notevolmente diminuite tanto da portare questa specie ad essere classificata come in pericolo critico di estinzione.
Perdita di habitat, cambiamento climatico, raccolta di esemplari e pesca illegale sono i fattori che le minacciano maggiormente: se non interveniamo subito, gli studiosi ci dicono che potrebbero estinguersi localmente già nel 2026. Due casi studio ci dimostrano come con i giusti interventi, la perdita di popolazioni può essere fermata e invertita. Si tratta del bisonte europeo e del gorilla di montagna.
In dieci Paesi dell’Europa, il bisonte europeo è passato da non essere presente ad una popolazione attuale di circa 6.800 esemplari. Nel 1927 era stato dichiarato estinto in natura. Dal 1950 al 2020 è stato reintrodotto e ora vive in aree apposite nelle quali la specie è protetta.
Il gorilla di montagna vive nelle zone africane del Massiccio del Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo, in Uganda e Ruanda. Tra il 2010 e il 2016 la sua popolazione ha registrato un aumento del 3%. Le aree protette, l’attenzione della popolazione locale, l’attento monitoraggio hanno contribuito alla sua diffusione e riproduzione.
Oggi, il gorilla di montagna è considerato l’unica grande scimmia a livello globale a non essere in rapido declino: questo dato ci spinge ad aumentare i nostri sforzi per la loro conservazione.
Conclusioni
La situazione delle specie animali nel 2024 a livello globale non è buona: i dati del Living Planet Report devono farci riflettere. Spingerci ad agire ora. Abbiamo ancora del tempo per invertire la rotta, ma questo tempo sta per finire. Il report si conclude dicendo che il cambiamento è possibile ma, per avere successo, bisogna agire ora e tutti insieme.
Ricordiamoci che abbiamo un solo Pianeta e questa sarà l’unica e probabilmente l’ultima occasione per salvare noi stessi e il mondo che ci circonda.
“Non è esagerato affermare che ciò che accadrà nei prossimi cinque anni determinerà il futuro della vita sulla Terra” (Living Planet Report).



