Parco del Meisino: greenwashing finanziato dal PNRR.

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Il Parco del Meisino , situato alla confluenza dei fiumi Po, Stura di Lanzo e Dora Riparia, rappresenta un raro corridoio ecologico all’interno di una città densamente popolata come Torino. Il parco è fondamentale non solo per la fauna e la flora che ospita, ma anche per la protezione del territorio dal rischio idrogeologico crescente.

L’area venne bonificata e rivalutata nel 1997 e da allora la natura ha pazientemente ricreato un prezioso ecosistema ripariale che, dal 2009, con i suoi 245 ettari è una zona inclusa nella rete Natura 2000 e riconosciuta come Zona di Protezione Speciale (ZPS) .

Questo prezioso ecosistema naturale è minacciato dal progetto di costruzione di una “Cittadella dello Sport”, poi ribattezzata in “Centro di Educazione Sportiva e Ambientale” che, finanziato con i fondi del PNRR (11,5 mln di euro), prevede lo sviluppo di infrastrutture sportive a scapito dell’equilibrio ecologico che comprometterebbe irreversibilmente la biodiversità e le capacità del parco di mitigare i rischi idrogeologici in una città già vulnerabile.

Da tenere a mente è che tutti i progetti che attingono ai fondi del PNRR dovrebbero rispettare il principio Do Not Significant Harm (DNSH), ossia non arrecare nessun danno significativo all’ambiente.

Il progetto finanziato dal PNRR

Il paradosso del Centro di Educazione Sportiva e Ambientale risulta evidente: in nome della sostenibilità e dell’educazione ambientale, si distrugge un’area cruciale per la biodiversità e la mitigazione climatica. Leggendo le carte del progetto si può constatare che, al fine di ampliare la vista e garantire la sicurezza dei sedicenti fruitori del  ‘Centro di Educazione Ambientale’, è previsto l’abbattimento di almeno 200 alberi per esigenze progettuali come l’istallazione di piste da ciclocross e pump track nelle zone boschive.

1 Viali alberati, 2 Percorso didattico 3 Area gioco 4 Area fitness 5 Pumptrack 6 Skills bike park
1 Viali alberati, 2 Percorso didattico 3 Area gioco 4 Area fitness 5 Pumptrack 6 Skills bike park

Tra gli sport previsti vi è il biathlon: i ragazzi pattineranno su piste apposite e poi tireranno al bersaglio con carabine laser, alla faccia dell’educazione ambientale. E ancora cricket, disc golf, orienteering, aree fitness, uno ‘skills bike park’, una pista per il nordic sky, skiroll e sci di fondo.

Immagini prese dal progetto ufficiale - Pump track bike park | Sci di fondo ski rolling.
Immagini prese dal progetto ufficiale – Pump track bike park | Sci di fondo ski rolling.

 

In un’area protetta che, secondo la Nature Restoration Law (approvata proprio quest’anno dalla Commissione Europea), dovrebbe essere ancora più tutelata, si piazzano ovunque attrezzature sportive e addirittura si aumenta deliberatamente la fruizione umana delle delicate zone umide.

Una delle zone umide del Parco - © Filippo Arteconi
Una delle zone umide del Parco – © Filippo Arteconi

Proprio su questi luoghi verranno aperti nuovi sentieri e si installeranno griglie metalliche per portare scolaresche a passeggiarci sopra. È evidente, allora, che nella volontà di creare questa struttura per la tutela ambientale, l’ambiente non sia stato preso in considerazione.

La biodiversità del parco: un habitat da salvaguardare

Attraversando il Parco, Torino sembra sparire alle nostre spalle e, a prendere il suo posto, troviamo un polmone verde che ci fa dimenticare di essere in una delle città più inquinate d’Europa. Tigli, noccioli, frassini, biancospini, aceri e pioppi formano un substrato umido e ricco di materia organica. I tronchi caduti, colonizzati dai funghi, arricchiscono e rigenerano il suolo, creando una rete complessa di organismi.

Lemna minor, comunemente chiamata lenticchia d’acqua - © Filippo Arteconi
Lemna minor, comunemente chiamata lenticchia d’acqua – © Filippo Arteconi

Il suo ecosistema ospita una ricchissima varietà di specie protette, molte delle quali incluse nelle Liste Rosse IUCN per il loro stato di vulnerabilità. Tra queste vi sono uccelli come la moretta tabaccata (in pericolo), il mignattino (in pericolo), la nitticora (vulnerabile), lo sparviere, il picchio verde (bioindicatore della salute dell’ecosistema), il tarabusino e tantissime altre fra specie nidificanti e migratrici. Il Parco svolge un ruolo fondamentale per queste ultime: a livello europeo, infatti, il suo valore ecologico è più unico che raro e l’inserimento del Meisino nella rete Natura 2000 ne certifica il valore ecologico a livello comunitario.

Nei prati e nei boschi del parco si possono osservare mammiferi protetti come il riccio europeo e la volpe rossa. Tra i rettili e anfibi che abitano le acque e le zone umide vi sono la rana dalmatina, la rana latastei, la raganella, la testuggine palustre europea, oltre al tritone crestato italiano e al tritone comune. Non mancano poi insetti rari, come la mantide nana (Ameles spallanzania), preziosa per il controllo delle popolazioni di insetti. Questi animali dipendono dalle zone umide perifluviali del parco, ambienti cruciali per la conservazione della biodiversità.

A tal proposito occorre tenere a mente che un bosco o una area verde non è solo una collezione di alberi, ma un ecosistema complesso che si sviluppa attraverso successioni ecologiche per decenni. Tagliare alberi maturi, sostituendoli con giovani piantumazioni, significa ripartire da zero in termini di complessità ecologica, distruggendo habitat che servono da rifugio a specie come i picchi o altri uccelli.

(Cit. da un comunicato Telegram del comitato Salviamo il Meisino)

Humus in formazione, sottobosco umido ricco di materia organica - © Filippo Arteconi
Humus in formazione, sottobosco umido ricco di materia organica – © Filippo Arteconi

Un altro valore aggiunto di un ecosistema intatto e popolato da fauna endemica è la sua capacità di mantenere l’equilibrio naturale, ad esempio fungendo da difesa contro le specie aliene invasive.

Il ruolo cruciale delle aree verdi nel mitigare il rischio idrogeologico

Il Parco del Meisino non ospita solo una grande varietà di specie protette, ma svolge una funzione essenziale nella mitigazione del rischio idrogeologico, soprattutto per la sua posizione in corrispondenza di importanti confluenze fluviali che lo rende, storicamente, un’area esondabile.

La continua sottrazione di aree verdi e la costruzione di infrastrutture su terreni naturali peggiorano la capacità di assorbimento del suolo, aumentando la vulnerabilità delle città alle alluvioni. Questo fenomeno, conosciuto come impermeabilizzazione del suolo, aumenta il rischio di eventi disastrosi, come dimostrato dalle recenti inondazioni in diverse parti d’Italia (Emilia Romagna, Marche, Toscana ma anche la stessa provincia di Torino).

Il Parco rappresenta una delle ultime difese naturali contro tali rischi: gli alberi adulti, infatti, agiscono come filtri naturali e assorbendo grandi quantità d’acqua riescono a rallentare il deflusso verso le zone urbane.

Cartello del comitato ‘Salviamo il Meisino’ - © Filippo Arteconi
Cartello del comitato ‘Salviamo il Meisino’ – © Filippo Arteconi

Privarsi di tali barriere, in un contesto di cambiamento climatico e consumo di suolo in crescita attraverso interventi che prevedono l’abbattimento di alberi e la creazione di nuove infrastrutture, rappresenterebbe una scelta irresponsabile da parte delle istituzioni, esponendo Torino a maggiori danni in caso di eventi atmosferici intensi.

Roberto Accornero, attore e attivista in campo ambientale del comitato Salviamo gli Alberi di Corso Belgio , intervistato in merito ha sottolineato: – “Per eguagliare, in termini teorici, il valore ambientale apportato da una sola quercia di 80 anni servono circa 3000 piante giovani. Ma in realtà anche questa è più che una sottostima del reale valore apportato da un albero adulto che resta irrecuperabile. Dobbiamo lasciar fare la natura, ben venga il centro di educazione sportiva e ambientale, ma facciamolo recuperando edifici abbandonati che in questa Torino post-industriale di certo non mancano” -.

Frammentazione degli habitat ed effetto margine

Una delle conseguenze più gravi del progetto sull’equilibrio ecologico del parco risulta essere la cosiddetta frammentazione degli habitat. Ovvero, la costruzione di strutture a macchia di leopardo all’interno del parco non solo distruggerà porzioni di terreno ma aumenterà anche il cosiddetto effetto margine o edge effect: la creazione di aree di transizione tra due patch territoriali dove le specie più vulnerabili non possono sopravvivere.

Effetto margine o Edge effect.
Effetto margine o Edge effect.

In un’analisi dettagliata, le aree interne del parco, definite come ‘interior habitat’, risulterebbero estremamente ridotte a seguito del progetto, con un impatto devastante per specie come i rapaci notturni e gli anfibi, particolarmente sensibili ai disturbi umani. L’incremento, poi, delle strade di accesso e delle infrastrutture turistiche altererebbe significativamente le condizioni ambientali.

Inizio dei lavori e mobilitazione cittadina

Lavori interrotti grazie al monitoraggio dei cittadini - © Filippo Arteconi
Lavori interrotti grazie al monitoraggio dei cittadini – © Filippo Arteconi

Anche se rallentati grazie alla costante mobilitazione dei residenti locali e alle azioni legali, i lavori hanno avuto inizio i primi giorni di settembre. Il comitato ‘Salviamo il Meisino’, nato spontaneamente, monitorando costantemente il cantiere ha evitato che fossero commessi diversi illeciti, e ha salvato il salvabile dalla distruzione delle ruspe in diverse aree della ZPS, oltre ad aver indetto una raccolta firme per far sentire la voce dei cittadini.

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Tra coloro che si sono mossi per la salvaguardia del parco, il dott. Massimo Vacchetta, fondatore del Centro Recupero Ricci “La Ninna”, aveva inviato una diffida al Comune di Torino, segnalando che quest’ultimo non aveva considerato la presenza di ricci nell’area di cantiere.

Militarizzazione del cantiere dietro il manto erboso asportato dalla ZPS - © Filippo Arteconi
Militarizzazione del cantiere dietro il manto erboso asportato dalla ZPS – © Filippo Arteconi

Nonostante questo i cittadini, attoniti, hanno visto le ruspe entrare nella ZPS e rimuovere il manto erboso, rivoltare il terreno e compattarlo con più passaggi di cingolati, il tutto senza alcuna ispezione preventiva per rilevare la presenza di fauna selvatica. L’avanzamento dei lavori ha così arrecato gravi danni al territorio e alle sue specie abitanti con probabile uccisione di ricci e altri piccoli mammiferi, non ancora in letargo e in situazione di vulnerabilità.

Danni provocati iniziando ad aprire una strada su un prato della ZPS - © Filippo Arteconi
Danni provocati iniziando ad aprire una strada su un prato della ZPS – © Filippo Arteconi

Solo grazie alla presenza costante di cittadini e attivisti locali i lavori sono stati temporaneamente fermati. Gli operai hanno tentato di riprendere i lavori in altre occasioni, ottenendo nuovamente lo stesso risultato grazie alla resistenza pacifica dei residenti.

Operai lasciano il cantiere - © Filippo Arteconi
Operai lasciano il cantiere – © Filippo Arteconi

Altri interventi legali sono stati promossi da Italia Nostra Piemonte e dal Comitato Salviamo il Meisino, che hanno inviato ulteriori diffide legate al taglio indiscriminato degli alberi e alla distruzione di habitat di specie nidificanti. Questi rallentamenti dimostrano quanto sia fondamentale il ruolo attivo della cittadinanza nella difesa del patrimonio naturale.

Murales sulle barricate del cantiere - © Filippo Arteconi
Murales sulle barricate del cantiere – © Filippo Arteconi

Conclusione

Per evitare la distruzione irreversibile del Parco del Meisino, è necessario rivedere i progetti di sviluppo perché le alternative esistono: è possibile promuovere attività sportive e didattiche senza distruggere habitat critici, attraverso un uso più attento delle innumerevoli aree già urbanizzate e lasciate in abbandono. Mi preme far notare che le modalità di fruizione del PNRR, determinate da precise finestre temporali, purtroppo lasciano spazio a progetti raffazzonati, dettati più dall’urgenza della classe politica di accedere ai fondi che, ricordiamolo, sono a debito.

Come abbiamo visto, questo uso dei fondi PNRR per la Cittadella dello Sport è un esempio lampante (purtroppo non l’unico) di come la sostenibilità possa essere distorta per giustificare progetti che in realtà danneggiano l’ambiente. Questo momento storico non ci lascia ulteriore spazio per perpetrare errori identici a quelli che hanno portato le conseguenze a lungo termine che stiamo affrontando sul nostro pianeta. Dobbiamo imparare dalla natura, riconsiderando il ruolo dell’uomo; la natura ci dimostra che non ha bisogno del nostro intervento, anzi, se non disturbata le concediamo l’opportunità di salvarci tutti.

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Filippo Arteconi

Nato a Fabriano e cresciuto nel cuore dell'Appennino marchigiano, ho sviluppato fin da giovane una connessione profonda con la natura. La mia carriera fotografica è iniziata con l'analogico e si è sviluppata nel digitale dopo il diploma in Fotografia e Grafica. Amante della montagna, laureando in Scienze Naturali, attraverso la fotografia naturalistica esploro e comprendo a fondo territori e abitanti, umani e non. Fotografo solo animali liberi nel loro ambiente naturale, senza ricorrere a esche di nessun tipo.

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