Batu Kapal: arca ambientale per gli orangutan di Sumatra.

Batu Kapal: arca ambientale per gli orangutan di Sumatra, ecoturismo e riforestazione per salvarli dall’estinzione.
Nature Defence People
Getting your Trinity Audio player ready...

L’Orangutan di Sumatra, “Pongo Abelii”, è una specie endemica dell’isola di Sumatra, in Indonesia. Considerato uno degli animali più intelligenti al mondo, dopo Scimpanzè e Homo Sapiens, l’Orangutan è un primate della famiglia degli ominidi, la stessa famiglia dell’essere umano, è uno dei parenti più stretti che abbiamo, condividiamo con loro il 97% del DNA.

Orang-Utan” in lingua Bahasa significa “uomo della giungla”.

Dal 2016 l’orangutan di Sumatra è stato inserito nella lista rossa dell’ IUCN tra le 10 specie più a rischio al mondo. Oggi sopravvive solo nel Gunung Leuser National Park, nel nord di Sumatra, area naturale protetta che custodisce l’ultima vasta regione di foresta primaria dell’isola, classificate dal WWF tra le 200 regioni al mondo più importanti per il mantenimento della biodiversità ed ultimo luogo sulla Terra in cui ancora coesistono orangutan, tigre, rinoceronte ed elefante asiatico, tutti a rischio critico di estinzione. Questo parco è parte dell’ecosistema Leuser, patrimonio mondiale UNESCO dal 2004: con un’estensione di oltre 2,5 milioni di ettari, è uno degli spazi più ricchi di foresta pluviale tropicale del Sud-est asiatico.

Leuser National Park, Sumatra 2018. Tratto di foresta primaria interna al parco - © Andrea Boccini
Leuser National Park, Sumatra 2018. Tratto di foresta primaria interna al parco – © Andrea Boccini

La sopravvivenza dell’orangutan di Sumatra è seriamente minacciata dalla perdita e frammentazione del suo habitat a causa della domanda globale di materie prime. Le foreste continuano a essere disboscate su larga e media scala per far posto alle piantagioni di palma da olio, che possono coprire centinaia di chilometri quadrati ciascuna. Su scala più ridotta, le coltivazioni di alberi della gomma, il disboscamento per il legname, così come le nuove infrastrutture frammentano ulteriormente le popolazioni di orangutan rimaste.

Ogni albero abbattuto è biodiversità perduta utile all’animale quanto al contadino, sempre più dipendente dalle multinazionali. Ogni albero abbattuto un ponte tagliato, essenziale per lo spostamento degli oranghi, i quali, frammentati ed isolati fuori dalla foresta primaria, oltre al rischio genetico dell’accoppiamento tra consanguinei, si sono trovati costretti a competere tra loro e con i contadini per le poche fonti di cibo rimaste, che il più delle volte sono frutteti e produzioni agricole. Tra le cause principali di morte degli oranghi, oltre la denutrizione e gli abbattimenti durante i disboscamenti, ci sono i conflitti uomo-fauna selvatica nei territori agricoli.

Olio di palma: l’ingrediente della deforestazione che tutti consumiamo

Dal finestrino dell’aereo è possibile vedere la scala del problema: distese monocromatiche di piantagioni a scacchiera, un tappeto di palme senza fine, che si perde oltre l’orizzonte, un’immagine alienante, come fosse un rendering 3D della mappa di un videogioco. Così anche per tutto il percorso da Medan a Bukit Lawang lo sguardo si perde in un paesaggio monotono di asfalto e file di palme. Ogni tanto si apre un appezzamento deserto, segno di disboscamento appena avvenuto.

Sumatra era coperta nel 1985 da 25 milioni di ettari di foreste naturali. In 31 anni ha perso il 56% di queste foreste, riducendosi a soli 11 milioni di ettari nel 2016, ad una media di 0,46 milioni di ettari all’anno (1,8%).

Nel 2001, la regione del Nord Sumatra aveva 2,26 milioni di ettari di foresta primaria, che copriva il 29% del suo territorio. Nel 2023, ha perso 12.000 ettari di foresta primaria. Dal 2002 al 2023, l’area totale della foresta primaria umida nella provincia di Sumatra Utara è diminuita del 18%.

Batu Kapal, Sumatra 2018. Area deforestata sopra la catena rocciosa di Batu Kapal. Tra gli alberi abbattuti ci sono palme da olio appena piantate - © Andrea Boccini
Batu Kapal, Sumatra 2018. Area deforestata sopra la catena rocciosa di Batu Kapal. Tra gli alberi abbattuti ci sono palme da olio appena piantate – © Andrea Boccini

Nonostante la conservazione dell’ecosistema Leuser è obbligatoria per la legge sull’autonomia speciale di Aceh come Area Strategica Nazionale per la sua funzione ambientale, l’area è stata inserita nel Piano spaziale provinciale di Aceh del 2013, il quale consente di destinare vaste aree dell’habitat dell’orangutan di Sumatra a nuove piantagioni, concessioni forestali e minerarie. Il piano esistente legittima inoltre numerose strade attraverso la foresta, che frammentano ulteriormente le popolazioni di oranghi e forniscono ancora più accesso alla caccia e alle incursioni.

Il governo provinciale e quello nazionale hanno pubblicamente riconosciuto l’illegalità del piano spaziale di Aceh, tuttavia sono state rilasciate concessioni di disboscamento di aree protette a compagnie sia non certificate che membri del RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) fino al 2018, anno in cui le autorità hanno sospeso il rilascio di permessi per nuove piantagioni riducendo la deforestazione del 75%.

Per avere una visione più chiara della scala di questa rapida deforestazione si può osservare la mappa satellitare dello stato (estensione e perdita) delle foreste primarie aggiornata annualmente del Global Forest Watch : in evidenza è visibile l’areale dell’ecosistema Leuser, in fucsia sono le aree disboscate, in rosa le concessioni per olio di palma dal 2017, ed in giallo le concessioni ai membri del RSPO a dicembre 2017.

Ma come mai una singola monocoltura ha un impatto così distruttivo su un ecosistema così antico, vasto e ricco di biodiversità come quello del Gunung Leuser? La risposta è, come per ogni cosa tossica alla salute, nella quantità e nella velocità di propagazione.

L’olio di palma è presente praticamente ovunque, si trova in circa il 50% dei prodotti confezionati che troviamo nei supermercati: da cibi confezionati processati (patatine, creme spalmabili, merendine, ecc.), a prodotti cosmetici (deodoranti, shampoo, saponi, detergenti, dentifrici, rossetti, ecc.). Viene inoltre utilizzato come mangime per animali e come biocarburante.

Poche multinazionali controllano l’offerta direttamente alla fonte, alcune delle quali si qualificano come membri della RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) certificando la propria produzione come “sostenibile”. Tuttavia il Greenwashing è oggi una pratica di marketing standardizzata e fondamentale per vendere: una certificazione pulisce la coscienza di chi compra ma non garantisce la reale sostenibilità ambientale di un prodotto.

Ma perché l’olio di palma è così largamente usato da tutto il mondo? La ragione è economica: è una coltura efficiente che produce più olio per unità di superficie rispetto a qualsiasi altro olio vegetale equivalente. A livello globale, l’olio di palma soddisfa il 40% della domanda mondiale di oli vegetali su poco meno del 6% delle terre utilizzate per produrre tutti gli oli vegetali. Per ottenere la stessa quantità di oli alternativi come soia, cocco o girasole sarebbero necessarie dalle 4 alle 10 volte più superficie coltivabile.

Batu Kapal: zona di confine e fronte della conservazione

La vera lotta per la conservazione della biodiversità unica dell’ecosistema Leuser non avviene al centro del Parco, ma ai suoi confini. L’area di confine immediatamente esterna al Parco nazionale prende il nome da una catena di roccia calcarea a forma di nave, “Batu Kapal”. Nella lingua Batak Karo, della popolazione indigena dei Karo (o Karonese), “Batu” significa Roccia e “Kapal” significa Nave.

Batu Kapal, Sumatra 2018. Catena di roccia sedimentaria calcarea a forma di nave, che ha dato il nome all’area - © Andrea Boccini
Batu Kapal, Sumatra 2018. Catena di roccia sedimentaria calcarea a forma di nave, che ha dato il nome all’area – © Andrea Boccini

L’area di Batu Kapal si trova a sud-est di Bukit Lawang, paese turistico nato intorno al più grande santuario per Orangutan di Sumatra per accogliere una presenza sempre maggiore di turismo, ed è delimitata dal fiume Landak, designato come confine naturale del Parco Nazionale Gunung Leuser. È definita “zona forestale non protetta“, ovvero una buffer zone (zona cuscinetto) tra il Parco Nazionale e le aree antropizzate dove la deforestazione per raccolta di legname, coltivazione di palme da olio e gomma ha reso possibile la privatizzazione dei terreni sulle rive del fiume.

I terreni che costeggiano le rive sono di proprietà demaniale: senza proprietario, nessuno le può rivendicare, così accade che molti si spingano un po’ più in là di quanto gli sia legalmente concesso, così da erodere piano piano l’area forestale del parco.

L’unico freno a questa distruzione è stata questa nave di roccia, la cui conformazione impossibile da coltivare ha agito come una vera e propria “arca ambientale”, proteggendo la foresta contro l’avanzamento delle monocolture di palma e offrendo un riparo sicuro agli animali che progressivamente venivano cacciati.

Ci spiega Sean Delaney, fondatore del progetto: – “Sapevamo che c’era una rimanente popolazione di orangutan che vive qui e notammo la formazione geologica di calcare che si estende dietro di noi come una scogliera. La roccia calcarea ha ancora rimanenze di foresta sulla cima ed un numero significativo di vecchi ficus, che forniscono importanti fonti di cibo e la possibilità per gli orangutan di muoversi facilmente in quest’area, anche dopo che l’agricoltura ha invaso entrambi i lati di quella struttura. Questa circostanza insolita ha agito come “un’ Arca ambientale” che ha protetto la specie: qui, la popolazione di orangutan selvatici, non sta solo sopravvivendo, sta prosperando.” -.

Batu Kapal, Sumatra 2018. Paesaggio dell'ecosistema Leuser: in primo piano la zona di confine del parco con paesaggio misto di coltivazioni e foresta secondaria, in secondo piano la foresta primaria del Monte Leuser, centro del parco nazionale - © Andrea Boccini
Batu Kapal, Sumatra 2018. Paesaggio dell’ecosistema Leuser: in primo piano la zona di confine del parco con paesaggio misto di coltivazioni e foresta secondaria, in secondo piano la foresta primaria del Monte Leuser, centro del parco nazionale – © Andrea Boccini

Così nel 2013 i coniugi Sean e Sue Delaney, Australiani in visita a Sumatra, decidono di avviare un progetto per la conservazione di questo incredibile hotspot, così ricco e così fragile. Iniziano dedicandosi all’ecoturismo. L’intento e quello di offrire alternative economiche alle monocolture, educando allo stesso tempo alla gestione etica e sostenibile dei flussi turistici e frenare un processo avviatosi anni prima a Bukit Lawang: la sostituzione di un’economia dannosa come quella delle coltivazioni intensive, con un’attività altrettanto pericolosa che è quella del turismo di massa non regolamentato.

Turismo: un’arma a doppio taglio

Iniziato come centro di riabilitazione per gli oranghi, Bukit Lawang ha intrapreso il suo percorso come una delle destinazioni turistiche più famose della provincia di Sumatra settentrionale. Per decenni i locali catturavano gli esemplari rimasti isolati dalla deforestazione per portarli al santuario di Bukit Lawang dove venivano nutriti e abituati al contatto con l’uomo. Questo fece fiorire il turismo nell’area. Nel 1972, un’organizzazione svizzera iniziò a sviluppare questo luogo come centro per la riabilitazione degli oranghi catturati, con l’obiettivo di reintrodurli in natura. Bukit Lawang fu scelto come secondo centro di riabilitazione per gli oranghi dopo Ketambe.

Poiché molti oranghi avevano perso la capacità di vivere in natura e si erano abituati a interagire con gli umani, contro la loro natura di animali selvatici, fu necessario un periodo di quarantena per riadattarli e reintegrarli nel loro habitat naturale. Successivamente, gli oranghi venivano rilasciati nella foresta ma sempre monitorati. Col passare del tempo, si è scoperto che il comportamento dei visitatori al centro non era controllato e gli oranghi venivano spesso a contatto diretto con gli umani, esponendosi a malattie e diventando troppo dipendenti dalle persone per il cibo.

Leuser National Park, Sumatra 2018. Orangutan semi selvatico abituato al contatto che elemosina cibo dai turisti - © Andrea Boccini
Leuser National Park, Sumatra 2018. Orangutan semi selvatico abituato al contatto che elemosina cibo dai turisti – © Andrea Boccini

Il centro di riabilitazione fu ufficialmente chiuso nel 2002, ma il ruolo di Bukit Lawang come centro turistico per l’osservazione gli oranghi semi-selvatici continuò. Vennero introdotte le piattaforme di alimentazione, nelle quali venivano nutriti questi orangutan semi selvatici due volte al giorno alla presenza di turisti, ma questo creò un altro problema: di fatto, ciò aumentò la dipendenza degli oranghi dalle piattaforme di alimentazione stessa alterando ulteriormente il loro comportamento naturale. Erano più adatte a rispondere alla domanda del turismo che alla conservazione. Nel 2015, le piattaforme di alimentazione furono ufficialmente chiuse.

Leuser National Park, Sumatra 2018. Piattaforma per turisti abbandonata, usata per l’alimentazione degli oranghi semi selvatici del parco - © Andrea Boccini
Leuser National Park, Sumatra 2018. Piattaforma per turisti abbandonata, usata per l’alimentazione degli oranghi semi selvatici del parco – © Andrea Boccini

Una volta chiuso il santuario questi oranghi ormai dipendenti dall’uomo vennero rilasciati nel parco, ma l’abitudine a cercare l’uomo per il cibo rimase, e venne trasmessa alle nuove generazioni, modificando i loro comportamenti. Ancora oggi, per soddisfare la crescente domanda di “selfie” da parte del turismo di massa, i locali sfruttano e consolidano questi comportamenti. In molti casi le guide sono costrette a concedere cibo per evitare ritorsioni da parte degli oranghi più aggressivi.

Leuser National Park, Sumatra 2018. Orangutan semi selvatica nutrita nelle piattaforme e abituata al contatto in compagnia di una guida - © Andrea Boccini
Leuser National Park, Sumatra 2018. Orangutan semi selvatica nutrita nelle piattaforme e abituata al contatto in compagnia di una guida – © Andrea Boccini

Il problema principale è che essere umano e orangutan condividono il 97% del DNA e con esso anche le stesse malattie. Gli agenti patogeni trasmessi dal contatto con i turisti possono essere letali e trasmessi ad intere famiglie o comunità: gli orangutan non hanno difese immunitarie in grado di proteggerli contro questi ceppi di virus e batteri provenienti da diverse aree geografiche e climatiche.

Attraverso l’organizzazione di trekking nella foresta Sean e Sue si impegnano a mostrare tanto ai turisti e volontari, quanto ai locali, l’importanza del rispetto della natura e degli animali seguendo poche semplici regole. Prima fra tutte è la distanza: è severamente vietato avvicinarsi troppo a qualunque animale selvatico, specialmente se con raffreddore, tosse, febbre. A questo si aggiunge il divieto di nutrirli che, oltre a implicare il contatto, rende gli oranghi dipendenti dall’uomo che li nutre e aggressivi in caso di mancanza di cibo. Nell’organizzazione dei tour il numero massimo di persone ammesse per singola escursione è limitato.

Leuser National Park, Sumatra 2018. Orangutan semi selvatico circondato da turisti - © Andrea Boccini
Leuser National Park, Sumatra 2018. Orangutan semi selvatico circondato da turisti – © Andrea Boccini

A fronte della sua esperienza, spiega Delaney: – “Penso che il turismo sostenibile, che non danneggi o metta in pericolo la fauna, sia incredibilmente potente e benefico. Un buon turismo può offrire importanti posti di lavoro e vantaggi economici alla comunità, può educare e può cambiare permanentemente in meglio l’uso del territorio. Può essere strategico, quando gestito correttamente.” -.

Ma può l’ecoturismo salvare un ecosistema? In pochi anni Sean e Sue si resero conto che l’area intorno al parco continuava ad essere deforestata in favore di nuove monocolture e resort per turisti, in molti casi grandi costruzioni con giardini privi di alberi. – “Il turismo da solo non risolverà il problema.” – ci spiega Sean.

Riforestazione e riconnessione: la conservazione parte dalla radici

Così nel 2016, fondano il progetto Batu Kapal Conservation  il cui scopo è quello di proteggere la biodiversità dei frammenti di foresta primaria e secondaria rimasti integri o poco degradati fuori dai confini del Gunung Leuser e rigenerare la foresta nativa dove invece è stata distrutta, garantendo la sopravvivenza a lungo termine degli Orangutan, nello specifico, e delle altre specie animali che vivono in questi habitat.

Come? Creando corridoi di passaggio per la fauna selvatica e aiutando i proprietari dei terreni della buffer zone a riconvertire le monocolture in sistemi agro forestali che siano ecologicamente funzionali a fornire cibo e riparo per la fauna selvatica ed economicamente sostenibili per i contadini del posto.

Batu Kapal, Sumatra 2018. Ingresso del campo base del progetto - © Andrea Boccini
Batu Kapal, Sumatra 2018. Ingresso del campo base del progetto – © Andrea Boccini

Dal 2016 il progetto è riuscito a stabilire lo stato di conservazione dei diversi habitat dell’area, identificando gli animali selvatici dell’area, i loro percorsi di attraversamento, i corridoi ecologici utilizzati e le aree di alimentazione attraverso una mappatura satellitare aggiornata quotidianamente da ricercatori e volontari.

La zona a nord del fiume era già sostanzialmente priva di canopee di alberi già dal 1991. La foresta primaria era tanto degradata sul lato nord del fiume da essere rimasta integra solo sulla cima delle catene rocciose sedimentarie. È logico supporre che la popolazione selvatica di orangutan della zona sia rimasta isolata in quel periodo. Testimoni oculari affermano che la deforestazione avvenne intorno alla metà degli anni ’80. Gli elefanti selvatici erano ancora presenti a quell’epoca: gli elefanti di Sumatra attualmente in pattuglia a Tangkahan erano elefanti selvatici di Batu Kapal.

Dalle mappe satellitari si nota che esistono dei corridoi ecologici da una zona forestale all’altra che funzionano abbastanza bene per le scimmie dalla coda lunga, le scimmie nane e le scimmie Macaco. Alcuni locali hanno segnalato di aver visto oranghi attraversare il fiume da e verso il Parco Nazionale, tuttavia la connessione tra l’area di Batu Kapal e il Parco Nazionale non sembra essere ideale per il passaggio degli oranghi.

Obiettivo primario è permettere agli Orangutan di spostarsi per trovare cibo e riparo ed evitare un decadimento genetico dovuto all’inbreeding (accoppiamento tra consanguinei). Pertanto, la riforestazione del fiume Landak è la priorità: rafforzare il biolink esistente tra l’area del fiume e la foresta primaria del Parco Nazionale, rigenerare la foresta nativa e ricreare la canopea di alberi alti che ricolleghi Batu Kapal al parco, necessaria agli animali arborei per spostarsi tra i vari terreni e da una sponda all’altra del fiume.

Batu Kapal, Sumatra 2018. Fiume Landak, il confine naturale tra la foresta primaria protetta del Gunung Leuser NP e la buffer zone di Batu Kapal - © Andrea Boccini
Batu Kapal, Sumatra 2018. Fiume Landak, il confine naturale tra la foresta primaria protetta del Gunung Leuser NP e la buffer zone di Batu Kapal – © Andrea Boccini

Questo implica cooperazione con i proprietari terrieri della zona. Seppur fondato dai coniugi Delaney, chi lavora al progetto è gente del posto che conosce bene la mentalità e i bisogni di chi ci vive. A loro spetta il compito di trattare con i proprietari terrieri della zona per convincerli a riconvertire il terreno. Si è raggiunto un compromesso di gran successo: in cambio della rigenerazione della foresta nativa con alberi indigeni il progetto fornisce ai proprietari che vogliono collaborare alberi da frutto da reddito, che garantiscano un alto guadagno e fonti di profitto alternative all’olio di palma e alla gomma, tutto a spese del progetto.

Non si può risolvere un problema ambientale senza comprendere e risolvere entrambi i problemi economici e sociali.

Dalle analisi della mappatura incrociate con l’osservazione sul campo è stato possibile avere un quadro complessivo dell’uso dei terreni privati: circa 14 terreni erano regimati a piantagioni di gomma e frutteti, alcuni includevano porzioni di foresta nativa e boschi di bambù. Tre delle proprietà osservate erano già monocolture di palme da olio o coltivazioni intensive che usano diserbanti e pesticidi.

Sono stati identificati tre gradi di antropizzazione e degradazione del territorio, e sviluppate di conseguenza tre diverse azioni di recupero e conservazione.

  • Aree agricole forestali, ovvero l’habitat naturale è stato modificato dall’uomo non in maniera intensiva. Qui la fauna selvatica, in particolare le scimmie, utilizza ancora queste aree come zone di alimentazione e corridoi ecologici, a condizione che l’area sia sufficientemente attraente (cioè gli alberi siano abbastanza forti per consentire loro di spostarsi o producano frutti a loro commestibili). Questo è il caso della maggior parte delle piantagioni di alberi della gomma e dei frutteti della zona di Batu Kapal. In questo caso l’intervento si limita all’arricchimento della biodiversità già presente: diversificare con più alberi indigeni per consentire migliori spostamenti e più alberi da frutto per nutrirsi.
  • Aree antropizzate abitative, ovvero aree residenziali con giardini con erba tagliata e edifici come pensioni turistiche e case. Queste terre non sono attraenti per la fauna selvatica per i seguenti motivi: inquinamento acustico e luminoso delle attività umane, mancanza di alberi da canopea in favore di bassa vegetazione sempre regimata a potatura. In questo caso è necessario un intervento più massiccio di riforestazione.
  • Aree antropizzate intensive, utilizzate per monocolture e agricoltura intensiva. Queste terre non sono affatto attraenti per la fauna selvatica di mammiferi e uccelli e sono principalmente piantagioni di palma da olio. Le palme non possono essere utilizzate dalle scimmie per spostarsi e nutrirsi. Qualsiasi campo trattato con pesticidi o erbicidi dove il terreno è inquinato rischia di creare problemi gravi alla fauna. In questo caso l’intervento è di radicale riconversione: abbattere gli alberi per fare spazio alle specie indigene.
Batu Kapal, Sumatra 2018. Yahya, indigeno Karo, responsabile del progetto di conservazione, in una delle zone deforestate sopra Batu Kapal - © Andrea Boccini
Batu Kapal, Sumatra 2018. Yahya, indigeno Karo, responsabile del progetto di conservazione, in una delle zone deforestate sopra Batu Kapal – © Andrea Boccini

Il programma di riforestazione si divide quindi in tre strategie: a breve, a medio e a lungo termine.

  • La strategia a breve termine è creare ponti aerei costruiti con funi d’acciaio tra le varie canopee già presenti tra la terra di Sue e Sean e quelle dei vicini e attraverso il fiume fin dentro il parco.
  • La strategia a medio termine è rinforzare, mantenere e creare nuovi corridoi di bambù, pianta a crescita rapida, lungo le rive del fiume e tra le varie proprietà, in modo da mantenere possibili gli spostamenti in attesa che gli alberi climax da canopea a crescita lenta diventino abbastanza grandi da sostenere gli animali.
  • La strategia a lungo termine consiste nel rendere i terreni regimati a monocolture più attraenti per la fauna selvatica diversificando con alberi da frutto nativi (buoni per i primati) e da reddito (buoni per i contadini) e riforestare con alberi climax da canopea indigeni, alti fusti dalla crescita lenta, per ripristinare una rete ponti e connessioni tra le varie terre fin dentro il parco che sia stabile nel tempo.

I Ficus, della famiglia delle Moraceae, sono gli alberi nativi più diffusi e più usati, buoni sia come alberi da canopea sia come fonte di nutrimento, in quanto producono diverse varietà di frutta come il jackfruit (Artocarpus heterophyllus). Il Salam (Syzygium polyanthum) anche buono per entrambi gli scopi, dalle foglie si ricava una spezia buona anche per uso medico.

Tra gli alberi climax indigeni da canopea, buoni per nidificare e spostarsi, sono stati selezionati: il Meranti (Shorea), terza specie di albero più alta al mondo ed in pericolo estinzione, inserito nella lista rossa dell’ IUCN nel 2017, ed il Trembesi (Albizia Saman).

Ecosistema Leuser, Sumatra 2018. Yahya, indigeno Karo, responsabile del progetto di conservazione, ai piedi di un albero Meranti (Shorea Faguetiana), tra i più alti al mondo ed a rischio estinzione - © Andrea Boccini
Ecosistema Leuser, Sumatra 2018. Yahya, indigeno Karo, responsabile del progetto di conservazione, ai piedi di un albero Meranti (Shorea Faguetiana), tra i più alti al mondo ed a rischio estinzione – © Andrea Boccini

Tra gli alberi da frutto il Durian (Durio zibethinus), buono sia per i primati che per i contadini, il Langsat (Lansium domesticum), il Rambutan (Nephelium lappaceum), il Mango (Mangifera indica), ed il Mangostano (Garcinia mangostana).

A questi, vengono aggiunte piante da caffè e cacao, per offrire più alternative economiche ai contadini.

Nel 2018, anno in cui abbiamo collaborato come volontari sul campo, a soli due anni dall’avvio del progetto di conservazione, abbiamo potuto da subito verificare il successo di queste strategie. Alcuni dei ponti aerei in corda erano già stati posizionati ed i primati di piccola taglia già ne facevano abbondante uso. Nel terreno di proprietà del progetto ed in alcuni dei terreni limitrofi erano già stati piantati circa 150 Trembesi.

Il primo giorno al campo base abbiamo ricevuto la visita di due orangutan: la madre Charlie con il giovane figlio Marley. Si erano accomodati sulla cima del ficus che sovrasta l’edificio sul lato occidentale. Erano intenti a mangiare foglie e sono rimasti nelle immediate vicinanze del campo base per circa un’ora, per poi spostarsi verso sud ovest in direzione delle rocce calcaree.

Batu Kapal, Sumatra 2018. Gli oranghi Charlie e Marley (madre e figlio), in visita al campo base il giorno del nostro arrivo - © Andrea Boccini
Batu Kapal, Sumatra 2018. Gli oranghi Charlie e Marley (madre e figlio), in visita al campo base il giorno del nostro arrivo – © Andrea Boccini

Proprio ad agosto 2024 è stato avvistato Marley, cresciuto ed in salute, è ormai un subadulto indipendente, che ancora si muove tra i vari terreni intorno al parco. Nella zona del campo base e dei terreni limitrofi sono stati avvistati e classificati circa 10 esemplari: 4 femmine con cuccioli giovani, un esemplare isolato, ed un maschio dominante con flange (cuscinetti guanciali).

Conclusioni

Non esiste una soluzione magica per rigenerare un ecosistema e fermare un processo di estinzione, ma una serie di azioni. Molte volte ho sentito dire: – “ci dovremmo estinguere noi” -. Sta già accadendo, ma non è questa la soluzione. La coesistenza è la chiave. Un ecosistema è un insieme di comunità di esseri viventi, un sistema organizzato e stabile, appunto, in cui ogni elemento funge contemporaneamente da sostegno e limite per l’altro.

E l’uomo ne è parte integrante, non un corpo estraneo, alieno. L’ecosistema senza l’uomo è un ecosistema incompleto. Per rigenerare un ecosistema bisogna riconnettere, tessere rapporti di cooperazione e mutualismo, non isolare, non escludere, ma coesistere. Per questo bisogna pensare in modo sistemico e non univoco: più azioni su diversi fronti. Non basta il turismo per salvare una specie, bisogna anche sporcarsi le mani con il lavoro sul campo, bisogna piantare alberi. Ma non basta nemmeno piantare alberi, serve fare comunità, parlare, collaborare nel risolvere problemi economici e sociali. Serve educare, non solo parlare. Ma serve anche avere il coraggio di prendere posizioni, localmente e globalmente, sia nei consumi sia nella partecipazione attiva alla politica. Serve partecipazione.

Bukit Lawang, Sumatra 2018. Bambini mascherati da oranghi durante l’ Orang-U-Can, un festival per la conservazione dell’orango e del suo Habitat - © Andrea Boccini
Bukit Lawang, Sumatra 2018. Bambini mascherati da oranghi durante l’ Orang-U-Can, un festival per la conservazione dell’orango e del suo Habitat – © Andrea Boccini

Il consiglio migliore che mi vien da dare è viaggiare e scoprire questi mondi naturali, viverli, osservarli, respirarli. Ma farlo in silenzio, nel rispetto, ponendosi limiti. Lasciando da parte il nostro essere umani, bisognosi di controllo o di trofei da mostrare sui social media. Non interagire e al momento di andarsene, lasciare solamente le impronte dei tuoi passi.

Poter godere ancora delle foreste originarie e essere al cospetto di questi animali ora è un raro dono da preservare, che le future generazioni potrebbero non avere. Osservare i loro gesti, il comportamento gli uni verso gli altri, riconoscere nei loro sguardi tanta curiosità verso di noi quanta noi verso loro ci fa comprendere ancora di più quanto siano simili a noi, quanto siamo strettamente imparentati, e quanto dovremmo essere vicini. Nella foresta è facile riconoscersi nell’orango che si ripara dalla pioggia, nella scimmia che coglie il frutto, nel gibbone che canta all’alba. Le loro mani sono le nostre.

Fatevi coinvolgere” – dice Sean, ma non solo come turisti. Sporcatevi le mani, aiutate a ricucire, che sia da casa o sul campo. – “Penso che abbiamo tutti degli obblighi, non si può lasciarli a qualcun’altro. Pensa globale e agisci locale. Piccole azioni possono dare enormi benefici.” –

Per chiunque volesse contribuire alla conservazione del Leuser System e degli orangutan e supportare il progetto di Batu Kapal e di supporto alle comunità indigene della zona con donazioni o “sporcandosi le mani” come volontari, visitate il sito di CareSumatra , fondazione creata nel 2019 da Sean e Sue Delaney.

Andrea Boccini

Fotografo documentarista, artista visivo e ambasciatore della biodiversità. Dal 2016 racconto la conservazione attraverso il progetto documentaristico “The missing link”: un’indagine sul legame tra uomo e fauna selvatica e sulla coesistenza nelle aree di confine tra natura “selvaggia” e “civiltà”.  Dal 2017 sono volontario attivo in progetti internazionali per la conservazione di ecosistemi a rischio.

Correlati

Potrebbero interessarti.
In primo piano
Nature Defence People