La personalità dell’orso, conoscerla per conviverci.

Personalità dell’orso, monitorare gli orsi tracciandone un profilo psicologico. Uno studio apre a questa possibilità.
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Gli ultimi, tragici, avvenimenti nella regione Trentino hanno riaperto una discussione purtroppo ancora molto sentita: la convivenza fra la nostra specie e i grandi carnivori. Non voglio entrare nel merito delle azioni intraprese, in questo e altri casi, dalla Regione e dagli organi incaricati della gestione della fauna selvatica, per le quali consiglio vivamente la lettura di questo articolo ad opera di Sara Menchi, completo ed esaustivo.

In questo caso, vorrei invece concentrarmi su un recente articolo di K. Owens, G. Bryja e M. Bekoff, pubblicato su Animal Sentience , una rivista scientifica online focalizzata sulla ricerca del benessere non-umano e sullo studio di tematiche affini a consapevolezza e, appunto, senzienza che ha ospitato, fra gli altri, articoli di grandi nomi dell’etologia e delle scienze cognitive, come ad esempio Frans De Waal e Antonio R. Damasio.

Wildlife personality: approcciarsi alle altre specie

Nell’articolo si riflette proprio sul tema della conservazione delle specie selvatiche, aprendo archi problematici nuovi e non scontati, che affrontano un tema tristemente attuale da un nuovo punto di vista, molto più psicologico rispetto agli approcci che tradizionalmente vengono messi in atto. Come riportano gli stessi autori, nell’avvicinare le altre specie, spesso si tende a non considerare le variabili individuali come qualcosa di cui sia necessario tenere conto. Purtroppo, nonostante gli innegabili passi in avanti compiuti nel corso degli anni, portiamo ancora sulle spalle un retaggio culturale che ha condizionato e ancora condiziona moltissimo il modo di relazionarci con l’Altro-di-specie.

Concetti come “personalità”, “carattere” e “individualità” per alcuni sembrano essere ancora fuori luogo, quando si tratta di animali: sono cose proprie dell’uomo, al massimo di pochi “eletti” che, guarda caso, sono anche i nostri parenti più prossimi. Anche la narrazione che viene portata avanti dai media generalisti non aiuta ad abbandonare l’idea della natura istintuale e irrazionale dei nostri coinquilini, piuttosto rinforza quel muro tra noi umani e il resto del mondo che la scienza, grazie a studi sempre più approfonditi e specifici sulla mente animale, faticosamente cerca di abbattere.

Maschio di orso bruno (Ursus arctos) passeggia nel Lake Clark National Park (Alaska) - © Edoardo Ciferri
Maschio di orso bruno (Ursus arctos) passeggia nel Lake Clark National Park (Alaska) – © Edoardo Ciferri

Siamo una specie molto autoreferenziale , che fa fatica ad abbandonare l’antica visione dell’uomo come figura non solo al di sopra del mondo naturale, ma del tutto separata da quest’ultimo, per preservarsi dal ricordo della nostra mortalità e finitudine, risparmiando grosse ferite al nostro ego. L’evidenza scientifica va in tutt’altra direzione: fortunatamente, sarebbe intellettualmente disonesto parlare della nostra specie in termini esclusivamente negativi e il grande interesse che si è risvegliato intorno alle capacità cognitive dei non umani ne è la prova.

Siamo sempre più in grado di supportare, dati alla mano, quelle convinzioni che per molti sono del tutto intuitive e che stanno diventando gradualmente più determinanti nel discorso scientifico: si prova qualcosa ad essere quell’animale; ha una mente, una personalità, dei desideri e delle credenze. Questo, per chi si occupa di fare in modo che gli animali vivano in una situazione di maggior benessere possibile, attenuando ad esempio l’evidente impatto antropico sulle loro vite, dovrebbe di fatto portare a considerare nuovi elementi, come avviene in questo caso per la variabilità individuale della personalità.

Timidi o intraprendenti?

La definizione di personalità è molto antica e, ciononostante, tuttora dibattuta. Quella più comunemente accettata in psicologia risale all’antica Grecia, ed individuava come personalità l’insieme delle “disposizioni d’animo stabili” della persona, cioè tutti quei tratti che guidano e condizionano il comportamento (che oggi in psicologia prendono il nome di atteggiamenti), mantenendosi relativamente stabili con il trascorrere del tempo. Ai fini della conservazione delle specie selvatiche, ampliandosi sempre di più ciò che conosciamo riguardo la mente non-umana, gli autori credono che la personalità del singolo animale giochi un ruolo fondamentale, per più di un motivo.

In primis, individuano fra i vari tratti della personalità due su cui vorrebbero concentrarsi nello specifico: shyness/boldness, traducibili grossomodo come “timidezza e intraprendenza”. Questi, che potremmo anche assumere come estremi di uno spettro, correlano una serie di caratteristiche che rivelano tutta la loro importanza, al fine di garantire all’animale un trattamento etico e a noi una coesistenza pacifica e rispettosa.

La dieta dell'orso si basa molto più su frutta, piante ed insetti, che sulla carne - © Edoardo Ciferri
La dieta dell’orso si basa molto più su frutta, piante ed insetti, che sulla carne – © Edoardo Ciferri

Basandosi su molti studi precedenti alla pubblicazione di questo paper, gli autori mostrano come al tipo di personalità timido sia associata, generalmente, una maggior tendenza alla socialità, all’evitamento dei rischi e anche una minor tendenza all’esplorazione dell’ambiente. Al contrario, negli individui più intraprendenti o “coraggiosi”, troviamo una spiccata tendenza esplorativa e/o predatoria, con tutti i potenziali rischi che queste comportano, unitamente alla rapida abituazione al contatto umano.

Proprio qui entrano di nuovo in gioco i nostri orsi: nella specie Ursus arctos, la personalità intraprendente comporta, in virtù degli atteggiamenti appena descritti, un incremento nel tempo di attività diurne, minore evitamento dell’umano e copertura ed esplorazione di distanze sempre maggiori con il passare del tempo. Per via della grande curiosità ed intelligenza propria di questo tipo di orsi, gli intraprendenti sono anche i più complessi da monitorare, in quanto mostrano una maggior variabilità nei pattern di movimento e ricerca del cibo, intesa questa sia a livello di aree visitate, sia di interesse per questa o quella risorsa in particolare.

Ovviamente, vale anche il contrario: sono gli orsi più timidi quelli di cui è più facile avere il maggior numero possibile di informazioni, per via della condotta più “abitudinaria” e della spiccata tendenza ad evitare i rischi, in particolar modo il contatto umano che, ricordiamo, in condizioni normali non è assolutamente qualcosa che anche gli individui più coraggiosi cercano, proprio in virtù del fatto che viene sempre percepito come rischioso e preferibilmente da evitare.

Cosa c’entra con la conservazione?

Innanzitutto, può consentirci di calibrare al meglio le nostre stime riguardo una certa popolazione: sebbene siano sulla carta più difficili da monitorare, proprio in virtù della maggior propensione al rischio, è ben più probabile che ad essere catturati per fini scientifici, ad avere contatti con gli essere umani siano gli orsi più intraprendenti. Questo si rivela essere problematico solo nel momento in cui se ne analizzano le implicazioni: il campione di orsi coraggiosi è costantemente sovrarappresentato mentre, dall’altra parte, sappiamo poco degli altri individui.

Conoscere meglio le abitudini di ambo le parti non può che consentirci di formulare interventi più mirati, contribuendo inoltre – forse – a ridefinire anche quelle “scale di pericolosità” che hanno dato luogo più volte a morti tragiche e, soprattutto, inutili. Comprendere la personalità di un orso può aiutarci a contestualizzarne meglio i comportamenti, pensiamo a KJ1: il contesto in cui si è svolto l’incontro non fornisce alcun dettaglio sulle sue inclinazioni, anzi, è un perfetto esempio di “orso che fa l’orso” e viene per questo ritenuto passibile di condanna a morte.

Orso bruno (Ursus arctos) solitario in Alaska - © Edoardo Ciferri
Orso bruno (Ursus arctos) solitario in Alaska – © Edoardo Ciferri

Non sappiamo se, in condizioni diverse, l’orsa si sarebbe invece semplicemente allontanata: non abbiamo nessuna informazione sulla sua personalità, che avrebbe invece potuto smentire la rapida ascesa compiuta da quell’esemplare nella scala di pericolosità. Anzi, in realtà, l’orsa era definita “non confidente”, quindi verosimilmente più vicina all’estremo della timidezza, che a quello dell’intraprendenza. Potrebbe quindi essere stata uccisa per un comportamento del tutto naturale e che non si sarebbe ripetuto, ma non potremo mai saperlo, non avendo preso in considerazione l’idea di monitorare prima i suoi atteggiamenti e poi, forse e come ultima spiaggia, abbatterla.

Monitoraggio etico

L’articolo fornisce anche una disamina delle possibili tecniche utilizzabili per monitorare, in maniera non invasiva, la fauna selvatica. Le parole chiave in questo caso sono proprio “non invasiva”. Perché? Spesso, nelle varie strategie adottate a fin di bene in ambito conservativo, non viene preso in considerazione quel fattore essenziale che è l’esistenza di bisogni e desideri nell’individuo in esame. Abbiamo evidenze attestanti l’insorgere di disturbi psicologici quali PTSD, o “disturbo da stress post-traumatico” negli orsi, a seguito di azioni di ricollocamento o abbattimento dei consanguinei.

Anche volendo mettere da parte la questione etica, questo è sconveniente persino da un punto di vista prettamente utilitaristico: i sintomi correlati a questo disturbo, quali iperaggressività, comportamenti antisociali e depressione non aiutano né una convivenza pacifica con la nostra specie, né una sana conservazione della popolazione. Quindi, sono del tutto inutili per quei fini che, in teoria, si prefiggono di raggiungere.

Alaska, un giovane osserva l'ambiente circostante - © Edoardo Ciferri
Alaska, un giovane osserva l’ambiente circostante – © Edoardo Ciferri

Ecco, quindi, che si rende necessario trovare altre strade: un esempio potrebbero essere le fototrappole ed i sistemi di riconoscimento facciale, unitamente ad una misurazione delle percentuali di cortisolo (un ormone associato allo stress, che si trova nell’individuo in percentuali variabili a seconda della personalità-tipo). Mappando gli spostamenti di un determinato orso, monitorando il variare delle sue inclinazioni, se ne potrebbe tracciare una sorta di profilo psicologico e rendere, finalmente, anche l’animale una parte attiva nella conservazione di sé e della sua specie, non più un semplice oggetto che subisce passivamente le intromissioni antropiche.

Negli Stati Uniti questo tipo di sistemi è già stato implementato, unitamente all’utilizzo del condizionamento per rinforzo negativo, per mantenere sotto controllo le interazioni non solo con gli orsi, ma anche con coyotes e alci. I risultati sembrano essere positivi, sebbene siano state sollevate perplessità: in primis, il rinforzo negativo è comunque una procedura stressante per l’animale (nonostante sia comunque di gran lunga preferibile all’abbattimento); inoltre, viene spesso utilizzato nel momento in cui i comportamenti dannosi sono già in atto, quando invece sarebbe preferibile adoperare delle misure preventive.

Conclusione

Insomma, per arrivare ad una coesistenza che sia il più rispettosa possibile, c’è ancora molta strada da fare. Con il progredire delle conoscenze sulle altre menti, scegliere di non aggiornare di pari passo i metodi utilizzati in altri ambiti diventa una scelta dichiaratamente poco etica, ma il fatto stesso che queste ricerche e pressioni esistano fa sì che si possa guardare al futuro con un po’ di ottimismo.

Leonardo Saviano

Sono laureato in Filosofia delle Scienze biologiche, attualmente in cerca di un dottorato. Mi occupo di mente e cognizione animale, con focus sulle specie solitarie, che a volte sembrano avere “meno da dirci” rispetto a quelle sociali. Sono convinto che dovremmo cercare di capire il più possibile delle altre menti, per poterci rapportare con loro nel modo più rispettoso possibile. Amo le escursioni e la fotografia.

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