Vi è, nel libro, il punto di vista privilegiato e distaccato della ricercatrice occidentale, unito al racconto di una residente della foresta Amazzonica. Emanuela Evangelista, nata a Roma, vive ormai da quasi ventiquattro anni nel cuore della foresta, nel villaggio di palafitte di Xixuaú (a 500 km da Manaus, capitale dello Stato di Amazonas), composto all’incirca da sessanta abitati raggruppati in quindici famiglie. A portarla in Amazzonia l’amore per la ricerca, Evangelista è infatti una biologa della conservazione che mette piede per la prima volta in Amazzonia nel 2000 per condurre una ricerca sulle lontre giganti (mammifero carnivoro del Sudamerica che può raggiungere anche i due metri di lunghezza), specie a rischio di estinzione.

Dopo tredici anni di pendolarismo tra il Brasile e l’Italia, Emanuela decide di stabilirsi permanentemente nel nord del Brasile, proprio dentro la foresta. Emanuela pian piano comprende che la protezione di una specie in pericolo non può prescindere dalla salvaguardia di tutto ciò che le ruota attorno, la foresta e tutti i suoi abitanti, sia animali che non. Il punto di vista della conservazione quindi si allarga e nel 2004 fonda l’Associazione Amazônia Onlus , organizzazione con sede a Milano, che mira a tutelare la foresta, i suoi fiumi e i suoi abitanti nel lungo termine e che, ad oggi, ha contributo alla protezione di 600 mila ettari di foresta.
Nel 2020 Emanuela è insignita dal Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Matterella, della carica di Ufficiale nell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il “costante impegno, in ambito internazionale, nella difesa ambientale, nella tutela delle popolazioni indigene e nel contrasto alla deforestazione”.
Amazzonia, una vita nel cuore della foresta (Editori Laterza, 2023) è il suo primo libro e nel luglio scorso è stato il vincitore, primo classificato, della seconda edizione del Premio Campiello Natura – Premio Venice Gardens Foundation .
La vita nella foresta
È l’acqua l’elemento naturale che apre il libro, l’acqua viva che cambia il paesaggio e a volte non avvisa, l’acqua che scorre, si alza, sommerge, si abbassa, si ritira, si calma. Emanuela non attraversa la terra ferma della foresta, per i suoi spostamenti, ma si muove in canoa e da Manaus a Xixuaú prende un battello che per coprire una distanza di 500 km impiega all’incirca 24 ore. Il villaggio di Emanuela fa parte della fetta “sana” e praticamente quasi intatta dell’Amazzonia, lontana dalle estese coltivazioni intensive di soia, dagli allevamenti e dai dolorosi paesaggi degradati che la deforestazione lascia dietro di sé.

Ad accompagnarci nel corso del libro, i vicini di palafitta, gli amici e la famiglia acquisita di Emanuela, gli abitanti del villaggio e della foresta, che impariamo a conoscere e che nei capitoli ritornano, come Ana Clara, João, Carlos Alberto, Alexandre. Sono Caboclos, così si chiamano gli abitanti della foresta frutto delle mescolanze conseguenti alle colonizzazioni europee, mix di antenati indigeni, invasori, ex schiavi.
Stili di vita che, per forza si devono adattare all’ambiente selvaggio nel quale si ritrovano a far parte. Certe cose o le si impara fin dalla nascita o non le si impara più. La formazione europea e occidentale che ha cresciuto Emanuela la pone in svantaggio, in quell’ambiente, rispetto alla formazione che la foresta stessa ha impartito a chi dentro di essa è nato e cresciuto. Il senso dell’orientamento, la vista acuta che smaschera il mimetismo animale tra le alte mura verdi dell’Amazzonia, la quasi assenza di paura di fronte alla fauna selvatica.

Nella zona a più alta concentrazione di biodiversità del pianeta, gli animali fanno parte dell’arredo della palafitta dove si vive. Pipistrelli tra la paglia del tetto, possibili nidi di formiche di fuoco da scacciare, avvoltoi che si nutrono degli scarti di cibo lasciati fuori dalle abitazioni, apposta per loro, e tanti altri. Della quotidianità di Emanuela fanno parte la paura, il silenzio, la ricerca quotidiana del cibo che, insieme alla sua preparazione, porta via con sé una parte importante della giornata, la poca privacy, i giaguari, i caimani, la corrente elettrica che a volte manca.
La bellezza, la pace, i sensi di Emanuela amplificati e purificati nella foresta, la moltitudine di vita e vite tutt’intorno e la missione di conservare e magari ripristinare la foresta pluviale più grande del pianeta, per tentare di salvare l’umanità e la biodiversità animale e vegetale dalla sesta estinzione di massa, sono tra le motivazioni che hanno spinto Emanuela a vivere e rimanere in Amazzonia.

Le ferite dell’Amazzonia
Il cambiamento climatico e tutto ciò che lo causa, hanno sicuramente influito sull’attuale stato di salute dell’Amazzonia. Viene qui raccontata anche una foresta ferita e sofferente. Le difficoltà legate al cibo che con l’innalzarsi delle temperature, diventa sempre più difficile da reperire, portano scompensi alimentari e scarsità di alimenti, difficili da gestire.
Il Brasile è lo stato con la più alta incidenza di scariche elettriche sul pianeta, incidenza che aumenta all’aumentare del surriscaldamento globale, divenendo un serio pericolo sia per gli abitanti della foresta che per la foresta stessa.
Abbiamo quindici anni di tempo per scongiurare l’irreparabile. La deforestazione continua può portare al cosiddetto tipping point, il punto di non ritorno, che si raggiunge se arriviamo a disboscare il 25% della foresta e che porterebbe l’Amazzonia a non riuscire più ad autosostenersi da sola, cosa che già ora, con il 17% di foresta originaria disboscata, fa fatica a fare.
L’Amazzonia svolge un ruolo fondamentale per tutta l’umanità, per la sua capacità di regolare il clima mondiale, assorbendo fino a 200 miliardi di tonnellate di carbonio, che se rilasciato non farebbe altro che peggiorare il surriscaldamento del pianeta, cambiamento climatico che, se perdessimo l’Amazzonia non saremmo più in grado di arginare, esaurendo ogni possibilità di una nostra vita futura su questa terra.

– “Qui si teme l’impoverimento delle risorse naturali, il cosiddetto disturbo antropico. Le foreste disturbate tendono a perdere il loro equilibrio originario, le catene alimentari si alterano, alcune specie scompaiono e corrono il rischio di estinzione” –
Tra le cause, forse la più aggressiva, vi è sicuramente il disboscamento praticato per far spazio alle coltivazioni intensive di soia, destinata al mangime per gli animali da reddito.
Molto da imparare
Il libro raccoglie la quotidianità della vita nella foresta, le sfide e le difficoltà giornaliere, il confronto di mentalità e visioni di vita, ma anche la possibilità di trovarsi in situazioni e circostante che raccontano i retroscena del mondo, c’è un capitolo sui cercatori d’oro, uno dove l’autrice insieme all’amico fotografo Emiliano Mancuso, si ritrova in mezzo ad una protesta ambientalista portata avanti da attivisti di Greenpeace, uno sulla città fantasma di Fordlândia, le idee di famiglia e di democrazia in Amazzonia, uno sugli spiriti che si crede popolino la foresta, uno sulla medicina tradizionale del posto.
Insomma il libro dell’Evangelista è un entrée nella foresta Amazzonica, una guida che tenta anche di infondere ai meno esperti una sorta di consapevolezza sui meccanismi della terra che viviamo, perché quello che succedere dall’altra parte del mondo non è lontano ma molto vicino, perché le nostre azioni, prima fra tutte quella che facciamo da consumatori (la soia coltivata in Brasile viene inviata anche in Italia per il mangime agli allevamenti italiani), hanno un’influenza sulla gestione delle risorse della foresta e noi come cittadini del mondo possiamo fare molto.
Per aiutare Emanuela, l’Amazzonia e per aiutarci tutti quanti, oltre che divenire consumatori più consapevoli e ridurre drasticamente il nostro consumo di carne o meglio eliminarla del tutto, per non incoraggiare le coltivazioni di soia, tra le principali cause del disboscamento della foresta, possiamo donare fondi alla sua associazione, programmare un viaggio ecoturistico o scegliere di proteggere un albero della foresta.
Conclusione
– “Ero giovane e volevo fare la differenza, portare ordine dove entropia, sviluppo dove c’era povertà, protezione dove c’era minaccia. Avevo smesso di viaggiare per conoscere, ora volevo viaggiare per costruire.” –

Finito il libro, già non vedo l’ora di rileggerlo per assorbire meglio tutti gli insegnamenti che una grande donna e un esempio come Emanuela Evangelista ha da trasmettere a noi abitanti di luoghi altamente industrializzati. Fa venir voglia di viaggiare, raggiungere e vedere l’Amazzonia, il polmone verde del mondo, forse non solo quello, forse il cuore del pianeta, che pompa linfa vitale a tutti noi, l’ago della bilancia, il centro del mondo. L’Amazzonia, tesoro di biodiversità, così importante per l’intero pianeta, non è poi così lontana.



