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L’opera di riforestazione più grande della storia ha un nome: la Grande Muraglia Verde. Un progetto pionieristico, che punta ad arrestare l’avanzata del deserto, una muraglia che parte dal Senegal fino al Gibuti, per combattere, almeno in parte, due tra le più gravi conseguenze del cambiamento climatico: la siccità e la desertificazione, con tutte le problematicità che questi fenomeni si portano dietro. In aiuto la Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione.

La Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione in quei Paesi che soffrono di gravi siccità, particolarmente in Africa
La Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione (the United Nations Convention to Combat Desertification – UNCCD), trattato internazionale giuridicamente vincolante, è stata istituita il 17 giugno del 1994 (il 17 giugno diverrà poi la giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità al fine di promuovere la consapevolezza pubblica sul tema) e conta ad oggi 197 Parti.
È la Convenzione sorella della “Convenzione sulla Diversità Biologica” (Convention on Biological Diversity – CBD) e della “Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici” (United Nations Framework Convention on Climate Change – UNFCCC).
Le “Tre Convenzioni di Rio”, così chiamate perché lanciate durante il Summit della Terra, tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992 (la prima conferenza mondiale dei Capi di Stato sull’ambiente), si completano l’un l’altra per garantire che suolo, clima e biodiversità lavorino in sinergia per il ripristino di quello che è l’equilibrio della natura.
Tutte le azioni della Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione , mirano a combattere il problema della siccità dei suoli e della desertificazione, che colpisce tutte le regioni del mondo. Ad essere prese in considerazione sono le zone aride, semi-aride e subumide secche, con particolare occhio di riguardo al continente africano.

Gli impatti della siccità possono avere molteplici sfaccettature come la perdita di biodiversità, la scarsità delle risorse idriche, l’impossibilità di coltivazione del suolo che porta all’insicurezza alimentare e a gravi perdite economiche (registrata dall’UNCCD una perdita di 124 miliardi di dollari, tra il 1998 e il 2017 a causa della siccità), nei casi più estremi a carestie date dall’impossibilità di coltivare la terra e di nutrire il bestiame e quindi alle migrazioni di massa, agli sfollamenti e ai conflitti. L’OMS stima che oltre 700 milioni di persone rischiano di divenire dei veri e propri sfollati entro il 2030 a causa dei problemi legati alla siccità. Il cambiamento climatico, tra le cause della desertificazione, può peggiorare, come un cane che si morde la coda, a causa dell’impoverimento del suolo che porta quest’ultimo all’incapacità di immagazzinare carbonio.

Già in passato si è messo in campo, con scarsi risultati, un piano d’azione contro la desertificazione, adottato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sulla Desertificazione, tenutasi a Nairobi nel 1977.
L’UNCCD vuole prevenire, ripristinare, conservare e restaurare i suoli colpiti dalla siccità, per impedire la perdita di tutta quella biodiversità vegetale e animale utile al clima e al pianeta, e mira a farlo in un’ottica di durabilità a lungo termine.
I dati dell’UNCCD
Sempre secondo l’UNCCD, il degrado del suolo è in costante aumento con 1,52 miliardi di ettari di terra segnalata degradata, che corrisponde al 15,54% di superficie terrestre segnalata degradata.
Ogni anno, tra il 2015 e il 2019, 100 milioni di ettari di terra prima considerata sana è risultata degradata, un aumento del 4% annuo che impatta sulla vita di 1,3 miliardi di persone.
Per quanto riguarda i dati sulla siccità , dal 2016 al 2019, la superfice terrestre segnalata colpita dalla siccità corrisponde a 3,28 miliardi di ettari di suolo, cioè il 50,8% della superficie terrestre globale. Questi dati si basano poi sulla superficie terrestre segnalata, che corrisponde a poco più della metà, quindi la percentuale effettiva della superficie mondiale sfigurata dalla siccità è sicuramente maggiore.
Quindi, secondo i dati registrati, ogni quattro anni, dal 2000 al 2019, globalmente almeno il 25% dei paesi segnalati sono stati attanagliato dalla morsa della siccità per almeno un anno.
La popolazione colpita dal degrado del suolo corrisponde a 1,22 miliardi di persone nel 2019, considerando che le segnalazioni coprono solo il 27% della popolazione mondiale, la percentuale effettiva è sensibilmente maggiore.
Mentre la popolazione segnalata colpita dalla siccità, che ha una copertura del 40,2%, vede nel 2018 un picco di due persone su tre esposte ai problemi legati alla siccità.
L’Atlante Mondiale sulla Desertificazione
Il Joint Research Centre della Commissione Europea, nel 2018, ha reso disponibile l’Atlante Mondiale sulla Desertificazione , completo e facilmente consultabile online.
In particolare si rileva che oltre il 75% della superficie terrestre è in stato di degrado, una percentuale che potrebbe aumentare, se non si fa nulla a riguardo, e raggiungere il 90% entro il 2050.
Ogni anno 4,18 milioni di km² di superficie degrada. Africa e Asia sono i continenti più colpiti.
Se non si inverte la rotta entro il 2050 il degrado del suolo e i cambiamenti climatici determineranno una riduzione del 10% del raccolto mondiale. Il degrado del suolo in India, Cina e Africa Subsahariana sarà tale da determinare il dimezzamento del raccolto.

La Grande Muraglia Verde
È per far fronte a questi dati catastrofici che nel 2007 l’Unione Africana (UA) lancia La Grande Muraglia Verde dell’Iniziativa per il Sahara e il Sahel (The Great Green Wall of the Sahara and the Sahel Initiative – GGWSSI), con l’obbiettivo di ripristinare 100 milioni di ettari di terreni degradati, arrestare l’avanzata del deserto, sequestrare 250 milioni di tonnellate di carbonio e creare 10 milioni di posti di lavoro entro il 2030.
Una vera e propria muraglia di alberi, una sorta di riforestazione, la Grande Muraglia Verde è ideata per essere lunga 8.000 km e larga 15 km. Un progetto che coinvolge 22 paesi africani. A sostegno dell’iniziativa sono stati investiti 14 miliardi di dollari ma si stima ne serviranno 33 miliardi per completare il progetto.

Un progetto rivoluzionario che, se completato, sarebbe il più grande progetto di riforestazione mai attuato nella storia. Numerose sono state le campagne di sensibilizzazione dell’UNCCD, ideate per raggiungere la società civile, i media e la politica, affinché, parlandone sempre di più, se ne rafforzi l’importanza, invogliando sia i settori pubblici che quelli privati ad investire sul progetto.
In aiuto, in questa campagna di divulgazione, il documentario del 2019 “The Great Green Wall”, diretto da Jared P. Scott, sul progetto.
Si punta a nuovi posti di lavoro, a combattere la siccità nel Sahel (una delle zone più aride al mondo), a scongiurare i conflitti per le risorse, ad abbattere i flussi migratori, alla sicurezza alimentare e a una vita stabile per gli abitanti dei paesi coinvolti.
Un Acceleratore per il progetto
L’11 gennaio 2021, durante il One Planet Summit for Biodiversity di Parigi, il Presidente francese Emmanuel Macron insieme ad altri leader mondiali, annuncia il Grande Acceleratore della Grande Muraglia Verde, promettendo 14,3 miliardi di finanziamenti. L’Acceleratore è coordinato dall’Agenzia Panafricana per la Grande Muraglia Verde (PAAGGW), con il sostegno dell’UNCCD e altre realtà come l’IFAD (International Fund for Agricultural Development – Fondo internazionale per lo Sviluppo Agricolo) e la FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura).
L’obbiettivo è aiutare gli attori coinvolti a monitorare e coordinare le loro azioni e i loro investimenti. Grazie a questa iniziativa sono stati raccolti, dalle organizzazioni, 19 miliardi di dollari.
Ad oggi, con il progetto, abbiamo 18 milioni di ettari di terra degradata restaurata e 350.000 milioni di posti di lavoro in più.
Sono cinque i Pilastri di cui l’Acceleratore monitorerà e promuoverà gli investimenti:
- Pilastro 1: Gli investimenti nelle piccole e medie imprese.
- Pilastro 2: Ripristino del suolo e gestione sostenibile degli ecosistemi.
- Pilastro 3: Infrastrutture resilienti al clima e accesso alle energie rinnovabili.
- Pilastro 4: Un quadro economico e istituzionale favorevole ad una governance stabile, sicura, sostenibile ed efficiente.
- Pilastro 5: Capacity Building, inteso come lo sviluppo di tutte quelle capacità che servono all’individuo per vivere una vita che sia adeguata e adatta al luogo in cui vive.
Sul Great Green Wall Observatory è possibile visualizzare i progressi compiuti: i report, le risorse finanziarie e i risultati raggiunti. È utile anche per pianificare e gestire interventi futuri in base ai dati raccolti.
Attualmente i donatori più importanti sono: la Banca Mondiale, la Commissione Europea, la Banca Africana dello Sviluppo, il Fondo Verde per il clima, il Fondo Globale per l’Ambiente, la Banca Europea per gli investimenti, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo e l’Agence Francaise de Développement.
Come viene “costruita” la Grande Muraglia Verde
Le tecniche utilizzate sono molte, soprattutto della tradizione indigena, in una regione, quella del Sahel, un tempo verdeggiante e oggi tra le più sterili del pianeta.
Un esempio sono gli Zai Pits, sono delle buche nelle quali vengono piantati dei semi di culture. Una tecnica impiegata soprattutto nelle zone secche e aride per far sì che l’acqua piovana sia contenuta all’interno della buca, non andando dispersa.
Un’altra tecnica simile è quella dei Negarim, bacini di deflusso delimitati da argini di terra, che prendono la forma di un diamante, più adatti per alberi e cespugli.

Tecniche che favoriscono il contenimento della poca acqua che cade, a causa delle scarse precipitazioni annue.
Conclusione
Il progetto rientra all’interno dell’SDG15 ovvero l’Obbiettivo di Sviluppo Sostenibile “Vita sulla Terra”, che mira al target 15.3 “Entro il 2030, combattere la desertificazione, ripristinare le terre degradate, comprese quelle colpite da desertificazione, siccità e inondazioni, e battersi per ottenere un mondo privo di degrado del suolo”.
Un progetto ambizioso, pionieristico e rivoluzionario utile non solo all’Africa ma a tutto il Pianeta.


