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Ci sarebbero sicuramente ottimi motivi per considerare “Emma e il giaguaro nero” (2024) come un film per ragazzi ma, per parlare al grande pubblico dei teenagers sparsi per il mondo di argomenti spinosi e fin troppo “di settore” quali la deforestazione, le proteste per la terra, il bracconaggio e la salvaguardia dei grandi felini, ci voleva qualcosa che esulasse dalle solite pellicole già viste ed edulcorate.
Questo film, come gli altri diretti del regista, che si è già occupato di firmare pellicole naturalistiche dedicate, quali “Il lupo e il leone” (2021) e “Mia e il leone bianco” (2018), riesce a parlare ai giovani di argomenti seri e d’inchiesta con un’astuta padronanza della “leggerezza” narrativa che, però, racchiude senza mezzi termini la verità di situazioni che, anche se indicate tramite una chiave, a volte, molto bizzarra, possono rivelarsi assai drammatiche per chi non ha ancora l’età per diventare un sostenitore delle svariate e giuste cause legate alla natura selvaggia amazzonica.
Attraverso un viaggio divertente e, soprattutto nella seconda parte, ricco di momenti emotivamente significativi e commoventi, la pellicola si rivela tutt’altro che un film per famiglie.
Emma e il giaguaro nero, la trama
Emma, interpretata dalla giovane attrice Lumi Pollack (“La vita dopo-The Fallout”), è un’adolescente che, fin da piccola, ha vissuto con la madre e il padre, ricercatori naturalisti, presso una tribù in Amazzonia. Un giorno, Emma trova una cucciola di giaguaro nero a cui hanno ucciso la madre e la chiama Hope. A causa della criminalità organizzata, la madre di Emma viene uccisa, così Emma si trasferisce e cresce a New York con il padre e frequenta la scuola pur non dimenticando la sua vita in Amazzonia.
A scuola segue con riluttanza le lezioni di una professoressa di biologia alquanto bizzarra, Anja, interpretata da Emily Bett Rickards (“The Flash”,“Arrow”), un eccentrico personaggio che diventerà importante protagonista della narrazione perché, nonostante la sua personalità alquanto paurosa, polemica ed inquieta, sarà l’adulto responsabile che la seguirà, cercando di riportarla indietro, quando Emma deciderà di recarsi da sola in Amazzonia dopo aver saputo che la sua amica Hope potrebbe essere in pericolo, e questo grazie ad una lettera scritta e inviata a suo padre da Orè, il capo della tribù, nella quale chiede aiuto.
Inizia così, per le due protagoniste e il giaguaro stesso (compreso un riccio disabile da cui la professoressa non si separerà mai!), un viaggio strambo e avventuroso, in cui entrambe diventeranno testimoni consapevoli non solo dei problemi in cui versa l’Amazzonia ma anche del loro coraggio nascosto, capendo di avere bisogno l’una dell’altra per arrivare a destinazione, cioè portare Hope in un’oasi faunistica protetta in cui potrà stare finalmente al sicuro.
L’importanza della relazione uomo-animale
Diviene cruciale, in un film come questo, il rapporto tra la protagonista e la bellissima Hope. Tutta la pellicola, infatti, risulta permeata di scene in cui, fin dalla tenera età, la bambina e il giaguaro vengono mostrate sempre insieme e sembrano avere un rapporto d’amicizia molto stretto. Il regista continua fino alla fine nell’ esporre come questo felino, per anni ritenuto terribile e sanguinario da errate credenze, possa essere capace di grandi efusioni, dolcezza e calma mai pensate, quasi fosse un micetto domestico.
Infatti, sappiamo che raggiungere questo tipo di rapporto, pur sapendo che si tratta di animali selvatici, la cui natura e istinto vanno rispettati, non è impossibile!
L’instaurarsi di questo legame emotivo con i grandi e feroci felini, in cui la relazione d’amicizia può diventare veramente importante, è stato ampliamente dimostrato da Kevin Richardson , conosciuto anche come il “Sussurratore dei leoni”, studioso ed esperto della relazione autentica e rispettosa tra felini e umani, proprietario di un santuario chiamato “Kevin Richardson Wildlife Sanctuary”, il cui fine è la salvaguardia della fauna selvatica in Sud Africa, in particolare dei grandi felini in via d’estinzione e che, tutt’ora, ospita leoni, leopardi neri e persino iene maculate e striate.
Kevin, che anche oggi lavora con questi esemplari, ha contribuito a far capire al mondo quanto sia importante salvaguardarli, studiandone a fondo bisogni e comportamenti. Proprio con lo scopo di raccogliere fondi per la propria fondazione, Richardson è stato produttore di uno dei film affidati a de Maistre, intitolato “Mia e il leone bianco” (2018).
Il cineasta, infatti, si incaricò di proporre al grande pubblico proprio come questo rapporto fra umani e felini fosse possibile, sottolineandone il grande affetto e l’attaccamento che questi esemplari possono provare nei confronti del loro amico umano, amico che deve mettersi necessariamente in comunicazione con loro, capendone segnali e comportamenti per poter godere appieno di questo rapporto unico.
In “Emma e il giaguaro nero”, Gilles de Maistre ripropone la stessa formula della pellicola precedente ma in maniera più consapevole e, forse, più matura.
Di nuovo e senza l’uso di effetti speciali, lascia che il pubblico goda dell’effettivo affetto che traspare chiaramente dai comportamenti del giaguaro nei confronti dell’attrice protagonista, distogliendo l’attenzione sia da quelle rappresentazioni sdolcinate che molti film hanno buttato sugli animali selvatici, sia da quelle considerazioni che li vedono sempre come cattivi e privi di empatia, mostrando una vera relazione simbiotica tra due individui di diversa specie che, rispettandosi, possono convivere e vivere in amicizia per molto tempo.
I riferimenti al linguaggio e l’espressione artistica di Paul Gauguin
Ad un occhio più attento, possiamo affermare che, in molte scene, la pellicola sia stata nettamente influenzata dai dipinti di Eugène Henri Paul Gauguin, famoso artista post-impressionista francese.
Nel caso specifico, molti sono i riferimenti ai dipinti polinesiani dell’artista, il quale nel 1891 decise di allontanarsi dalla Francia per ricercare uno stile di vita più essenziale e puro, quale fu per lui la vita nella Polinesia francese, a Tahiti, dove visse per dieci anni integrandosi con le usanze della civiltà del posto, regalando al mondo dei favolosi capolavori quali “La Orana Maria”, “Aha oe feii?”, “Donne di Tahiti” e “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”; quest’ultimo titolo in particolare lo potremmo collegare benissimo ai quesiti proposti dalla trama del film.
Pur essendo ambientato in Amazzonia, i riferimenti a Gauguin sono chiari, a cominciare dallo stile del dipinto che compare nei primi minuti, ritraente Emma e Hope nella giungla, fino alla scelta di Lumi come protagonista, fisicamente molto simile alle donne tahitiane dipinte dall’artista. Anche nei vari ricordi che ci catapultano nell’infanzia di Emma troviamo vari riferimenti cromatici che ci riportano all’arte di Gauguin, dove la piccola viene circondata dal verde della foresta e dall’intensità della luce che filtra attraverso la nebbia, indossando pantaloni colorati di rosso e bianco, colori più brillanti e vivi se posti vicino al mantello nero del giaguaro.
Questi che abbiamo citato sono solo alcuni dei tanti indizi ricorrenti che guidano lo spettatore alla ricerca di atmosfere e colori utilizzati nei dipinti dell’artista francese e, molto probabilmente, lo stesso regista ha voluto utilizzare queste suggestioni per invitarci a vedere i luoghi dell’Amazzonia sotto una veste di purezza e bellezza che dovremmo imparare a difendere.
Emma e il giaguaro nero, film per ragazzi “impegnati”
Ad una più approfondita analisi, il film offre molti spunti di riflessione a cui bisogna dar voce. Pur racchiudendo in se stesso una certa leggerezza esecutiva, specialmente nella parte iniziale, possiamo sottolineare che il regista c’è l’abbia messa tutta per farci appassionare non solo al bellissimo giaguaro protagonista ma anche alla causa sui cui esso, feu rouge di tutta la vicenda, ci impone di riflettere.
Fin dalle prime battute, quindi, la prima riflessione che viene suggerita allo spettatore è la visione della criminalità del luogo che, con la scusante del denaro e del progresso, impone agli indigeni regole da loro non approvate, costringendoli a diventare schiavi di questa nuova logica sfruttatrice proprio in casa loro.
L’abuso incontrollato delle risorse, la deforestazione, la vendita di beni illeciti quali droga e armi, il bracconaggio collegato alla vendita illegale di animali sono temi reali e terribili a cui il film non mette veti ma ne fa chiaramente riferimento attraverso la sceneggiatura e i personaggi, primo dei quali Orè, il capo tribù, continuando con le scene di protesta degli indigeni e le stesse parole che Emma rivolge spesso alla sua insegnante.
Una seconda visione speciale e “fuori campo” viene affidata agli occhi del giaguaro che, in due occasioni peculiari, si avvicina al campo base dei criminali, facendoci vedere la verità, ascoltando i numeri spaventosi di una pratica illegale, quella del bracconaggio, che da anni sta svuotando e impoverendo la biodiversità delle foreste amazzoniche, i cui esemplari vengono venduti sul mercato nero di tutto il mondo.
Tutti questi spunti, offerti dalla guida di Hope, vengono comunque mostrati con uno sguardo esterno, non intaccando la nostra visione dell’animale e su cui non viene mai usata umanizzazione; il giaguaro viene lasciato vedere così com’è realmente, immerso nella sua personalità attenta e misteriosa.
Molto probabilmente, l’intenzione di Gilles de Maistre è stata quella di far appassionare i più giovani alla causa amazzonica senza mostrare una realtà troppo cruda e documentaristica, racchiudendo tutto in un cammino assai vario e fruibile in cui far immedesimare lo spettatore, talvolta divertendolo ed altre mettendolo di fronte alla dura verità, senza mai cadere nel ridicolo o nel noioso, approdando nelle ultime battute in un richiamo potente all’unità e alla responsabilità dell’umanità intera per prendere consapevolezza dei problemi e cercare di rimediare.
La fotografia come esplorazione del territorio
La direzione fotografica del film, affidata ad Olivier Laberge, è sicuramente votata a far fare un viaggio mirato verso la bellezza dell’Amazzonia selvaggia e nascosta. Seguiamo le vicende delle due protagoniste con sguardo meravigliato dalla bellezza della luce che s’infrange su immense cascate, indugiamo sulla vastità della foresta verde e sulle panoramiche su una natura che non sarebbe possibile vedere così da vicino se non andandoci di persona e volandoci sopra.
In effetti, dall’inizio alla fine, il film può considerarsi un vero e proprio “tour guidato” nel selvatico mondo amazzonico, in cui le due protagoniste scortate dal giaguaro fungono da guida impacciata per il pubblico spettatore, proprio come vorrebbe la trama di “Alice nel Paese delle Meraviglie“, solo che, stavolta, il coniglio bianco è scuro, ruggisce e, a più riprese, preferisce estraniarsi e guardare il mondo dall’alto.
Conclusioni
Verso la fine del film, si rivela importante il messaggio che la professoressa Anja enuncia alla televisione locale. Ecco non è solo frutto di una bella sceneggiatura ma è un vero e proprio appello alla coscienza della gente del luogo, dei paesi industrializzati e del mondo intero, dove si esprime chiaramente che la criminalità e la sete di denaro stanno distruggendo il futuro delle nuove generazioni.
Un appello, questo, alla consapevolezza di tutti ad agire, a non far finta di niente o piegarsi alle logiche del potere per ricevere altro potere, perché per invertire la rotta ci vuole un vero esame di coscienza collettivo nei confronti della Madre Terra, tanto oltraggiata quanto morente. Ancora, in tal discorso si sottolinea quanto la nostra generazione debba decidere cosa fare, perché potrebbe essere l’ultima a poter invertire la strada mal intrapresa e cominciare a dar sollievo ad un pianeta esausto e piagato da tante logiche sbagliate.
Atto ad esaltare maggiormente il valore delle parole dette è il sottofondo che accompagna questo appello, cioè la canzone che il gruppo cileno degli Inti-Illimani cantava come inno alla rivoluzione, ovvero “El Pueblo Unido Jamás Será Vencido”, canzone legata al movimento Unidad Popular di Salvador Alliende (morto nel corso del golpe cileno del 1973), inno che da sempre richiama il popolo a svegliarsi e risollevarsi dalle ingiustizie.
Nel film, tale colonna sonora non può rimanere inascoltata, così viene accolta e cantata anche dal numeroso gruppo di persone che, accorse da tutte le parti del luogo, intervengono per fermare la cattura di Emma ed Hope, cantando senza sosta, all’unanimità, quest’immortale canzone, su cui non c’è bisogno di aggiungere altre parole per comprenderne il significato profondo. Un momento, questo, che evidenzia come sia importante non dimenticare i buoni ideali e la giusta moralità, doti senza cui l’umanità rischia davvero d’affondare.
In conclusione, facciamo nostra ancora una frase detta dalla professoressa Anja, che richiama il meraviglioso Manifesto dei Diritti della Terra , pronunciato nel 1854 dal nativo americano capo Seattle, capo delle tribù Duwamish e Squamish, in risposta all’allora Presidente degli Stati Uniti F.Pierce: – “Non è stato l’uomo a tessere il filo della vita. L’uomo è solo un filo della tela! Qualsiasi cosa faccia alla tela, la fa a se stesso.” –
Ci affidiamo a questo bellissimo pensiero per ricordarci che siamo custodi di un mondo naturalistico perfetto a cui stiamo strappando i fili di un’armonia che non va intaccata. Perciò, invitiamo a far vedere il film e a renderci conto che il polmone del mondo, l’Amazzonia, è gravemente malato a causa nostra e che la responsabilità nei confronti della biodiversità mondiale non può limitarsi ad uno sguardo dispiaciuto. Serve agire, informare e, sopratutto, formare le nuove generazioni affinché continuino a lottare per qualcosa per cui vale la pena, ovvero il futuro del nostro meraviglioso pianeta Terra.


