| Getting your Trinity Audio player ready... |
Essendo ispirata da ricordi di famiglia, specialmente a quelli di mia madre, legata alla città di Atri per motivi di parentela, ho voluto approfondire e mostrare al lettore una realtà naturale tra le più suggestive e particolari della provincia di Teramo, il cui racconto si lega in particolar modo ad una storia geologica incredibilmente ricca di significato e che, tutt’oggi, è rappresentativa di un luogo che certamente merita di essere riscoperto anche fuori della regione Abruzzo, ovvero la Riserva Naturale Regionale Oasi WWF Calanchi di Atri.
Istituita grazie alla Legge Regionale n.58/1995 e divenuta Oasi WWF nel 1999, la riserva è sita ad Atri, storica città di origini preromane, e rappresenta un importante scrigno di biodiversità e meraviglia paesaggistica abruzzese tutto da scoprire.
Storia e territorio della riserva
Estesa per 600 ettari, la riserva è stata definita dalla Comunità Europea come Sito di Interesse Comunitario e inserita nell’Inventario Nazionale dei Geositi dell’ ISPRA, grazie a particolari caratteristiche territoriali del paesaggio, composto da forme architettoniche naturali di erosione dette calanchi. A livello locale, sono noti come “li ripe” o come Bolge dantesche o Unghiate del Diavolo, a causa della loro configurazione che, fantasiosamente, potrebbe far pensare all’effetto graffiante di una grande unghia responsabile dei solchi profondi scavati nel terreno argilloso; così facendo, i calanchi restano visibili a perdita d’occhio su tutta la superficie della riserva, donando alla vista un paesaggio unico e singolare che potremmo definire “lunare”… sulla Terra!
A livello geologico, la storia del luogo risale a due milioni di anni fa. All’epoca, la catena appenninica, già formata nella sua primordiale morfologia, era sprovvista di fascia collinare, mentre il Mare Adriatico si estendeva fino alla catena del Gran Sasso. Qui, ghiaie e sabbia si sedimentavano sui fondali vicino alla costa e le argille si accumulavano verso il largo. Mentre la catena appenninica continuava la sua formazione, la linea della costa si muoveva verso sud-est, facendo in modo da coprire le argille grigie plio-pleistoceniche con strati di sabbia e ghiaia, finché la stessa linea di costa arrivò nell’entroterra fino ad Atri meno di un milione di anni fa.
Così, i ciottoli calcarei vennero trasportati dai fiumi e distribuiti dalle foci fluviali lungo la superficie della spiaggia, andando ad unirsi, legati dall’acqua ed ai suoi minerali, ai granuli di sabbia, dando così origine ad enormi banchi di conglomerato presenti fino ai giorni nostri sia nelle falesie di Colle della Giustizia che nelle Grotte di Atri. A differenza dei terreni argillosi che sono stati trasportati con più facilità verso il mare, tali conglomerati, grazie alla loro resistenza, hanno potuto proteggere i “depositi argillosi sottostanti”, contribuendo alla formazione dei peculiari colli che possiamo trovare nella fascia collinare abruzzese/marchigiana.
Come prova di questa spettacolare serie di eventi naturali, nei sedimenti dei calanchi sono stati ritrovati fossili appartenenti a molte specie di invertebrati marini, le stesse che tutt’oggi popolano il Mare Adriatico. Tra queste, troviamo dei generi che vivevano in acque poco profonde come Murex, Chlamys, Ostrea e Dentalium.
Formazione e tipologia dei calanchi

Nel dettaglio, i calanchi, presenti in tutto il mondo e conosciuti sia con il termine italiano che con quello inglese di “bad lands” (parola che sta a sottolineare il loro aspetto inospitale), nascono a seguito dell’erosione provocata dall’acqua, perciò sono definiti fenomeni geomorfologici erosivi e dinamici tipici del clima mediterraneo, la cui formazione avviene solo in presenza di determinate condizioni, come un terreno per lo più argilloso che racchiude una buona percentuale di sabbia, una elevata pendenza oppure delle alternanze significative di temporali e stagioni secche.
Questo fenomeno avviene quando il terreno argilloso si bagna, divenendo facilmente modellabile. Asciugandosi, la superficie assume un aspetto pulverulento, secco e rivestito di crepe, dove le gocce d’acqua temporalesche inibiscono e appesantiscono il suolo, trasformandolo in una spugna, favorendo un rapido dissolvimento delle particelle di terra aggregate; la conseguente asportazione di tali particelle porta alla formazione di molti rigagnoli che scendono a valle, formando una fitta rete idrografica in miniatura che presenta vallecole con fianchi molto ripidi.
A seguire, sia le piccole particelle erose che i blocchi staccati dai versanti vanno ad accumularsi alla base del calanco insieme a molteplici fossili imprigionati nell’argilla, per venir poi trasportati dai corsi d’acqua, fino a raggiungere il mare. La sommità di ogni calanco risulta instabile grazie alla pendenza, perché il terreno, a causa di continue frane, tende a staccarsi dalla cosiddetta “corona calanchiva”, portando le voragini ad arretrare continuamente fino alla cima della collina stessa.
Detto questo, possiamo ricondurre la morfologia dei calanchi a tre tipologie:
- Tipo A: calanchi che presentano sottili creste che separano solchi con forma a V impressi e posizionati a spina di pesce. Si formano su versanti con alta concentrazione d’argilla e orizzonti sabbiosi nella parte mediana del pendio, resistente all’erosione, interrompendo la linea di continuità del calanco e originando tratti con pareti sub-verticali;
- Tipo B: calanchi che presentano creste non molto affilate e valli ampie con fondo incavato. Questa tipologia nasce su versanti a predominanza di rocce argillose e frequenti frane dovute a piogge molto intense che ne incrementano il processo di erosione. Le frane stesse aiutano il versante a “denudarsi”, tanto che la vegetazione su questi calanchi risulta meno rada;
- Tipo C: questa tipologia di calanchi presenta pareti sub-verticali e creste sottili ed affilate, con elevata componente sabbiosa. Di tutti e tre, è certamente la tipologia più interessante e affascinante, data la sua particolare morfologia.
Flora dei calanchi, tre aree d’attenzione
Nonostante l’assetto geologico della riserva possa suggerire un ambiente scarno, in essa vige una grande biodiversità vegetale e floristica, sollecitata nei secoli a vivere in un habitat piuttosto difficile: la grande presenza di sodio nel substrato, l’alta esposizione al sole di taluni versanti e le continue frane sono alcuni degli ostacoli a cui la vegetazione dei calanchi ha dovuto adattarsi suo malgrado.
Abbiamo così la necessità di parlare della componente floristica di un calanco partendo innanzitutto dalla suddivisione delle sue tre aree principali, che hanno permesso a specie diverse di potervisi insediare stabilmente. Esse sono:
- Il margine: è la sommità del calanco. Le specie vegetali che si trovano in questa “sezione” sono numerose e tipiche del paesaggio collinare abruzzese, quali la Roverella e la Rosa canina.
Sono presenti anche specie uniche e particolari quali la Liquirizia (Glycyrrhiza glabra), la rara Centaurea napifolia , l’ Hedysarum coronarium (comunemente conosciuta come Sulla), il Carciofo selvatico, senza dimenticare le orchidee e i gladioli selvatici. Tra le piante da rintracciare in quest’area è bene citare il Prugnolo selvatico, il Biancospino e la Ginestra.
Sottolineamo la particolare importanza della presenza della Liquiriza perchè essa ha favorito il fiorire, già dal 1936, di una redditizia e fiorente industria locale quale la Menozzi De Rosa, azienda atriana tra le più antiche nella lavorazione della liquirizia, attiva ed esportante in tutto il mondo ancora oggi; - Le pareti calanchive: quest’area, piuttosto secca e spoglia, è più congeniale a specie vegetali abituate a climi molto secchi, le cosiddette xerofile .
Tra queste, citiamo graminacee quali la Grattalingua e la Gramigna, poi il Cappero e la Tamerice, quest’ultima citata anche da Gabriele D’Annunzio nella lirica “La pioggia nel pineto”; - Il fondovalle: è la zona più basa dei calanchi, dove troviamo specie idrofile come la Carota selvatica, il Trifoglio irsuto e la Canna di Plinio; ancora, tra le specie arboree più interessanti, troviamo il Pioppo bianco e il Pioppo nero, il Salice bianco e la Sanguinella.
Fauna dei calanchi, dall’Istrice al Falco pellegrino
La originale e diversificata fauna della riserva è capitanata dall’Istrice, animale simbolo di questo luogo e presente da più di 25 anni, a cui fanno seguito una nutrita schiera di altre specie animali, dai rapaci ai mammiferi fino a rettili e lepidotteri. Tra i grandi ed importanti rapaci diurni presenti citiamo la Poiana, il Falco Pellegrino e il Gheppio, poi i bellissimi e silenziosi rapaci notturni quali il Barbagianni, la Civetta e l’Allocco, seguitando con alcuni passeriformi comuni e non meno importanti, come la Sterpazzola, il Santimpalo e l’Occhiocotto.
Tra i mammiferi, oltre alla citata Istrice, notiamo la presenza della Volpe rossa (Vulpes vulpes) e del Capriolo, poi la Faina, la Donnola e il Tasso; il Cervone, l’ Orbettino, la Biscia dal collare, il Saettone e il Rospo smeraldino sono i rettili più diffusi nella riserva, mentre tra i Lepidotteri, ovvero le farfalle, si segnalano numerose varietà, tra cui la Macroglossum stellatarum , meglio conosciuta come Farfalla sfinge o Sfinge colibrì, l’ Argynnis paphia, l’ Odice suava e l’ Iphiclides podalirium, comunemento nota come Podalirio.
Tutta la grande varietà faunistica dei calanchi, specialmente quella costituita da rapaci e mammiferi, è molto sfuggente, perciò è necessario osservarla in silenzio, evitando atteggiamenti bruschi o rumorosi. Al contrario, sarà più facile trovare segni tangibili della loro presenza o del loro passaggio concentrandosi, ad esempio, su orme o richiami.
Il Gheppio, cacciatore controvento
Appartenente all’ordine dei Falconiformi, il Falco tinnunculus, comunemento conosciuto come Gheppio, è un rapace diurno, molto diffuso nel nostro Paese perché molto adattabile: nidifica in qualsiasi habitat, compresi i centri urbani. È un rapace schivo e sedentario di dimensioni medio-piccole, le cui misure variano dai 30 ai 34 cm, dotato di un’apertura alare che oscilla tra i 60 e i 75 cm.

Morfologicamente, si presenta snello, con ali e coda lunghe e strette e con testa piccola e rotonda ma il peso nei maschi è minore di quello delle femmine, perché varia tra i 115 e i 282 grammi contro i 160-280 grammi delle loro partner. Caratteristica degna di nota sono le quindici vertebre di cui è dotato il suo collo: gli permettono di ruotare la testa di 180° per poter seguire la preda anche solo stando fermo su un trespolo, potendola ruotare ancora addirittura fino ai 220°.
Si possono distinguere i maschi dalle femmine soprattutto attraverso i colori del piumaggio: infatti, anche se entrambi i sessi presentano la parte superiore dell’ala con un contrasto evidente tra la parte chiara, interna, e quella scura, esterna, il dismorfismo sessuale tra i due è inequivocabile, dato che il maschio, sul dorso, presenta colore rossiccio con picchiettature nere e sotto il corpo è color crema chiaro con striature o macchie scure; coda e testa sono di color grigio-ceruleo e la parte terminale della coda è nera.
Al contrario, le femmine, sul dorso, sono tutte rossicce con una densa barratura scura mentre, sotto, il colore è crema/nocciola chiaro con striature o macchie anch’esse scure. Rapace monogamo (la coppia rimane unita per tutta la vita), per nidificare occupa il nido di altri uccelli oppure lo ricava dai buchi nei muri, nidi artificiali, da cabine, castelli, cascine eccetera, lasciandolo generalmente spoglio ma può anche deporre le uova a terra.
Nel periodo da aprile fino a metà maggio, il Gheppio può generare dalle 3 alle 6 uova covate dalla femmina (il partner la sostituisce solo per brevissimi periodi) fino a circa 29 giorni. Quando i pulli raggiungono l’età giusta per volare e lasciare il nido, solitamente tra 27-32 giorni, dopo l’involo vengono seguiti dai genitori per circa un altro mese. Abilissimo cacciatore dotato di una vista formidabile, predilige come prede piccoli mammiferi, lucertole, altri piccoli uccelli e insetti.
Diviene interessante soffermarsi su questo affascinante rapace proprio per una sua peculiare caratteristica legata alle battute di caccia in spazi aperti: tale peculiarità risiede nel volo a “Spirito Santo”, termine riferito all’iconografia classica della colomba con le ali distese. Infatti, il Gheppio possiede una superficie alare limitante che non permette eccezionali manovre aeree, ma durante la caccia è abilissimo nel cercare la preda sollevandosi da terra e muovendosi controvento, sfruttando le correnti d’aria per trovare stabilità e riuscire a rimanere sospeso come fosse immobile, sbattendo le ali con piccoli battiti e mantenendo la coda aperta come un ventaglio.
Da tale posizione, una volta individuata la preda, il rapace vola giù in picchiata, afferrandola per poi “consumarla” in aria. Un’altra singolarità che questo piccolo ma straordinario rapace offre alla nostra conoscenza è quella d’essere in grado di vedere la luce ultravioletta, riuscendo così ad individuare piccoli roditori quali le arvicole; esse, muovendosi, lasciano dietro una traccia di urina che permette al Gheppio di individuarne la luce e poterle facilmente raggiungere.
Per tali capacità, non è difficile considerare questo rapace non meno affascinante dei suoi simili. Certamente, chi avrà avuto occasione di osservarlo nell’esercizio del suo “volo speciale”, ne sarà rimasto colpito!
Curiosità, le Piramidi di terra

Percorrendo la riserva, il visitatore attento non mancherà di osservare delle forme curiose troneggianti all’interno dei calanchi stessi e maggiormente visibili sia dal belvedere panoramico presente sul sentiero di San Paolo che su quello di Brecciara. Parliamo delle Piramidi di terra dei calanchi, inserite nell’Inventario Nazionale dei Geositi dalla stessa ISPRA, costituite da strutture geologiche particolari, nate dall’erosione delle acque su materiali di natura differente.
Il tetto posto all’apice della piramide, di duro conglomerato, ha avuto ed ha il compito di proteggere dall’erosione le argille plio-pleistoceniche, che risultano più morbide, dando origine a queste formidabili strutture alte 10 metri circa che, ad un occhio attento e fantasioso, potrebbero anche ricordare i Moai, le statue monumentali costruite dal popolo dei Rapa Nui e presenti sulla conosciuta Isola di Pasqua, in Cile.
Riserva Calanchi di Atri, quando visitarla e come percorrerla
La Riserva Naturale Regionale Oasi WWF Calanchi di Atri è sempre aperta in ogni stagione, senza obbligo di orari o ticket d’ingresso. E’ visitabile sia in autonomia che tramite visite guidate, offrendo al pubblico una grande varietà di attività all’aria aperta. Se si ha l’ intenzione di visitarla in autonomia, è bene tenere presente che nelle ore più calde è assolutamente sconsigliato inoltrarvisi a causa del raggiungimento di alte temperature. I percorsi da poter intraprendere in autonomia sono tre, in ordine di difficoltà:
- Percorso Easy di 1,6 km: partendo dal Centro Visite, in direzione Strada n.2, “Strada di San Paolo”, fino alle piazzole panoramiche ai lati della strada. E’ un percorso facile della durata di 30 minuti, adatto a tutti;
- Percorso Medium di 2,4 km: partendo dal Centro Visite, in direzione Strada n.2, “Strada di San Paolo”, fino alla Cappella di San Paolo. Il percorso dura 1 ora ed è caratterizzato da media difficoltà;
- Percorso Hard di 6 Km: partendo dal Centro Visite, si attraversa l’intero percorso ad anello. Il cammino dura circa 2 ore e presenta una difficoltà media ma può risultare non adatto a chi non ama camminare a lungo.
Oltre a poter scaricare gratuitamente dal sito ufficiale le mappe orientative del luogo, un ulteriore servizio offerto è Picus, una APP mobile per sistemi Android e Ios, scaricabile sia inquadrando il QR code presente sui pannelli del Centro visite, che dall’APP PlayStore. Si tratta di un’audioguida che permette all’utente di ascoltare, lungo tutto il percorso ad anello di 6 km, le informazioni necessarie alla conoscenza approfondita della riserva, aiutati da 11 pannelli su cui si trova il simbolo di una simpatica “Istrice Guida” che, tramite lo smartphone, può assumere le sembianze di varie professionalità a seconda dell’argomento a cui si fa riferimento, approfondendo determinate tematiche.
Importante sottolineare che, all’interno della riserva, è possibile trovare e visitare molte aziende agricole produttrici di eccellenze gastronomiche locali quali miele, vino ed olio.
La stessa città di Atri offre, oltre alla già citata industria della liquirizia, un’attrattiva storica e culturale che difficilmente il visitatore potrà ignorare, grazie ad un nutrito complesso di musei, monumenti storici, palazzi e chiese che meritano di essere visitati.
Conclusioni
Alla fine di questo viaggio nella geografia dei calanchi, vogliamo aggiungere che, tra le varie attività che la riserva propone ai visitatori, vi è il Centro di Educazione Ambientale “Calanchi di Atri”.
Esso si occupa di proporre nelle scuole, nel corso di tutto l’anno scolastico e attraverso le visite guidate, molte iniziative legate all’educazione ambientale, promuovendo, grazie a varie proposte di ricerca e studio, il rispetto e la formazione necessari alle nuove generazioni per comprendere l’importanza del territorio locale e della natura in generale, trasmettendo tutta la cura e l’amore per questi magnifici luoghi da preservare.
Conoscere la realtà dei calanchi, scrutarne il paesaggio così particolare e vederne da vicino l’ inedita maestosità diviene un viaggio particolarmente stimolante per ogni visitatore. Invitiamo, quindi, ad inoltrarsi tra queste spesse pareti erose per sentirsi assolutamente piccoli di fronte alla perfezione di Madre Natura che, anche nelle sue manifestazioni ambientali più aride e ostili, è in grado di creare un unicum non paragonabile ad altri luoghi, dove la vita vegetale e animale ha saputo instaurarvisi magicamente così come quella umana, lasciando però inalterato il fascino del paesaggio.
Quando la luce colpisce forte e disegna questi crinali così audaci, pare ci stia suggerendo di sospendere il tempo per stupirci ancora una volta, immaginando d’essere altrove e non semplicemente in terra d’Abruzzo.


