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Il mare è ritenuto fonte di pace e di ispirazione, sia per chi pratica attività come lo yoga, per rigenerare corpo e spirito, sia per chi pratica immersioni per estraniarsi dal “rumore quotidiano” e abbandonarsi completamente nel “silenzio subacqueo”. Ma sott’acqua esiste veramente questo silenzio?
Definizione di inquinamento acustico marino
Siamo da sempre abituati a percepire il mare come un luogo di assoluto silenzio; quell’assenza totale di suono nel profondo blu, da cui molto spesso ci sentiamo attratti perché cerchiamo una fuga dal caos cittadino di tutti i giorni, è una vera e propria terapia per la mente. Tuttavia, quello che apparentemente potrebbe sembrare un ambiente non contaminato da rumori esterni, in realtà cela una verità nascosta molto preoccupante.
La scienza parla di “silenzio rumoroso” per spiegarci che sott’acqua vi sono diverse tipologie di suoni, ricollegabili a diverse fonti: i suoni naturali sono quelli prodotti dal vento, dalle onde o da un sisma; i suoni di origine biologica sono quelli prodotti, ad esempio, dal movimento degli animali.
Vi sono poi i suoni prodotti dalle attività umane, quelli provenienti dalle imbarcazioni, dalle attività di rilievi geologici e geofisici o quelle di tipo militare. Quest’ultima tipologia, appena descritta, sarà l’argomento protagonista del presente elaborato. L’immissione di rumori in quantità eccessiva rispetto al grado di sopportazione massimo che l’ambiente interessato è in grado di tollerare, è definito come “inquinamento acustico”.
Il concetto di inquinamento è stato analizzato dall’art 3, paragrafo 8, della Direttiva 56/2008/CE, di cui a breve si discuterà, e viene spiegato come “l’introduzione diretta o indiretta, conseguente alle attività umane, di sostanze o energia nell’ambiente marino, compreso il rumore sottomarino prodotto dall’uomo, che provoca o che può provocare effetti deleteri come danni alle risorse biologiche e agli ecosistemi marini […] in generale il deterioramento dell’uso sostenibile dei beni e dei servizi marini.”
Numerosi studi scientifici hanno rilevato, nel corso degli anni, l’impatto dannoso delle attività umane sugli ecosistemi marini, ponendo il focus sulla produzione del suono: è emerso, nello specifico, che i mammiferi marini, soprattutto quelli che utilizzano l’ecolocalizzazione, sono le principali vittime dell’inquinamento acustico.

Per ecolocalizzazione si intende un sonar biologico attraverso il quale l’animale emette suoni nell’ambiente e ascolta gli echi che rimbalzano da diversi punti, e che gli permette di localizzare ed identificare la distanza degli oggetti, di orientarsi e di cercare cibo o cacciare. Il rumore eccessivo sta causando un allarmante declino della popolazione di diverse specie di cetacei, dal momento che può contribuire a provocare lesioni, causare la sordità e perfino la morte.
Come emerso nel report della Dott. Linda S. Weilgart, Dipartimento di Biologia Dalhousie University Halifax, Nuova Scozia Canada, sull’Impatto dell’Inquinamento Acustico dell’Oceano sulla Biodiversità Marina (2008) “Si ritiene che il rumore contribuisca al declino o alla mancata ripresa della popolazione di diverse specie di balene.”, inoltre “I livelli di rumore sono in costante aumento; quindi, il rumore oceanico deve essere gestito sia a livello nazionale che internazionale in modo precauzionale prima che si verifichino danni irreversibili alla biodiversità e all’ecosistema marino.”
Nel corso degli anni si registrano livelli sempre più alti di inquinamento acustico marino, che sarebbero direttamente riconducibili all’uomo: infatti, all’aumentare delle attività umane, mediante l’impiego di imbarcazioni sempre più consistenti nella stazza e nel numero, corrisponde un aumento, altrettanto significativo, della perdita di biodiversità marina.
Tuttavia, con la redazione del VII rapporto sugli effetti per l’ecosistema marino della tecnica dell’airgun , è stato rilevato che “Anche in questo VII Rapporto si conferma quanto già segnalato nei precedenti, vale a dire che benché studi e osservazioni mostrino la potenzialità che taluni effetti su specie e comparti li minaccino, non vi sono evidenze che la sorgente di rumore airgun sia causa di alterazioni sensibili agli equilibri ecosistemici marini.
D’altra parte, rispetto ad altre sorgenti di stress in ambienti marini, quali l’arricchimento in biossido di carbonio e l’immissione di inquinanti organici persistenti, i rumori subacquei sono tipicamente localizzati e i loro effetti, nella maggior parte dei casi osservati, si riducono velocemente una volta rimossa la sorgente.”
La direttiva quadro 56/2008/CE e la decisione 477/2010/EU
Con la Direttiva Quadro sulla Strategia per l’Ambiente Marino gli Stati membri dell’Unione si adoperano per l’impiego di tutte le misure necessarie ai fini del raggiungimento del Buono Stato Ecologico delle acque marine. Il concetto appena richiamato è descritto all’art. 3, e si identifica con “lo stato ecologico delle acque marine tale per cui queste preservano la diversità ecologica e la vitalità di mari ed oceani che siano puliti, sani e produttivi nelle proprie condizioni intrinseche e l’utilizzo dell’ambiente marino resta ad un livello sostenibile, salvaguardando in tal modo il potenziale per gli usi e le attività delle generazioni presenti e future”.
Così facendo, infatti “Le specie e gli habitat marini sono protetti, viene evitata la perdita di biodiversità dovuta all’attività umana e le diverse componenti biologiche funzionano in modo equilibrato […] Gli apporti antropogenici di sostanze ed energia, compreso il rumore, nell’ambiente marino non causano effetti inquinanti”.
L’utilizzo delle risorse deve essere, dunque, di tipo sostenibile, in modo tale da garantire agli ecosistemi un inalterato status di vitalità. Infatti, la Direttiva, che in Italia è stata recepita mediante Decreto Legislativo 13 ottobre 2010, n. 190, ha l’obiettivo di garantire una corretta gestione dell’ecosistema marino, sollecitando uno sviluppo economico di tipo sostenibile.

A rafforzare ulteriormente i mezzi di tutela per l’ecosistema marino, vi è da menzionare la Decisione n. 477 del 2010/EU (ormai abrogata), sui criteri e gli standard metodologici relativi al buono stato ecologico delle acque marine. La Commissione Europea, infatti, considerato che “I criteri per il conseguimento del buono stato ecologico costituiscono la base per l’elaborazione di approcci coerenti nelle fasi preparatorie delle strategie per la salvaguardia dell’ambiente marino”, ha ritenuto che “è necessario consolidare le conoscenze scientifiche […].
È necessario sviluppare standard metodologici in stretto coordinamento con la definizione di programmi di monitoraggio.”, ed ha precisato che “La Direttiva 2008/56/CE, il pilastro ambientale della politica marittima integrata, richiede l’applicazione dell’approccio ecosistemico alla gestione delle attività umane, che copre tutti i settori che hanno ripercussioni sull’ambiente marino”.
La Decisione, poi, ha trattato anche la tematica “L’introduzione di energia, comprese le fonti sonore sottomarine”, specificando che “Insieme al rumore sottomarino […] altre forme di apporti di energia (come l’energia termica, i campi elettromagnetici e la luce) possono avere impatti sui componenti degli ecosistemi marini. È necessario approfondire le conoscenze scientifiche e tecniche […] anche in relazione agli impatti dell’introduzione dell’energia sulla vita marina e ai relativi livelli di rumore e di frequenza.”
Inoltre “I suoni antropogenici possono avere durata breve (suoni intermittenti causati da indagini sismiche e dall’installazione di pali per la costruzione di piattaforme e stazioni eoliche, oppure esplosioni) o lunga (suoni continui dovuti a operazioni di dragaggio e al passaggio di navi oppure prodotti da impianti di energia) che hanno effetti di tipo diverso sugli organismi.”
Ad oggi, la Decisione sopra richiamata è stata sostituita dalla Decisione (UE) 2017/848, con l’obiettivo di “[…] rivedere, rafforzare e migliorare la decisione 2010/477/UE al fine di definire una serie di criteri e norme metodologiche sul buono stato ecologico più chiari, semplici, concisi, coerenti e comparabili.”
Le stazioni per il monitoraggio acustico
L’art. 8 della Direttiva 2008/56/CE stabilisce che “gli Stati membri procedono a una valutazione iniziale delle loro acque marine che tiene conto dei dati esistenti, ove disponibili, e contiene: a) un’analisi degli elementi e delle caratteristiche essenziali e dello stato ecologico attuale delle acque […]; b) un’analisi delle pressioni e degli impatti principali, compresi quelli derivanti dalle attività umane, sullo stato ecologico delle acque […]; c) un’analisi degli aspetti socio-economici dell’utilizzo delle dette acque e del costo del degrado dell’ambiente marino.”.
Inoltre “Gli Stati membri preparano la valutazione […] sforzandosi di garantire che: a) i metodi di valutazione siano coerenti in tutta la regione o sottoregione marina; b) siano tenuti presenti gli impatti e le caratteristiche transfrontalieri.” Inoltre, l’art. 9 della medesima Direttiva stabilisce che: “Sulla base della valutazione iniziale […] gli Stati membri elaborano ed attuano […] programmi di monitoraggio coordinati per la valutazione continua dello stato ecologico delle loro acque marine.”
Il richiamo di questi due articoli è significativo, perché ora verranno analizzati gli strumenti messi a disposizione ai fini del monitoraggio dell’inquinamento acustico. Ruolo di fondamentale importanza, nel nostro Paese, è svolto dall’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente), ente preposto all’esercizio delle attività tecniche di vigilanza e controllo ambientale, all’esercizio di attività di ricerca e di supporto tecnico-scientifico.

Alcune sedi regionali, come quella del Friuli-Venezia Giulia, si occupano anche dell’attività di monitoraggio del clima acustico subacqueo, in linea con le disposizioni di cui agli artt. 8 e 9 della Direttiva 2008/56/UE. Questo perché molte attività, come quella mercantile, cantieristica, ecc., dipendono dal mare. Il sito dell’ARPA FVG riporta: “Considerando la facilità di propagazione dell’onda sonora nell’acqua e tenendo conto che il rumore non conosce -barriere- giurisdizionali, le specie marine vengono inevitabilmente sottoposte a pressioni di diversa portata, sia di tipo diffuso che puntuale.”
Pertanto, “Al fine di avere un quadro dettagliato della distribuzione del rumore antropico subacqueo in tutto il golfo di Trieste, da gennaio 2012 Arpa FVG, nell’ambito dei controlli ambientali delle acque marino costiere, monitora mensilmente il clima acustico subacqueo.”
Questa attività di monitoraggio consiste in registrazioni acustiche, che vengono effettuate mediante l’utilizzo di un registratore digitale, collegato ad un microfono subacqueo. Le operazioni sono condotte da operatori e sono effettuate in presenza di condizioni meteo idonee. Inoltre, dal ponte dell’imbarcazione si tiene traccia anche del numero di imbarcazioni di passaggio.
In conclusione, doveroso è il richiamo al Portale italiano della Strategia per l’Ambiente Marino , il quale informa che, a seguito dell’attuazione degli articoli 9 e 10 del D.lgs. 190/2010 (di cui si era già fatto richiamo poco sopra), sono stati aggiornati i requisiti del buono stato ambientale e la definizione dei traguardi ambientali della Strategia Marina mediante Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare del 15 febbraio 2019.
A tal proposito, il riferimento al Decreto è molto interessante, perché nella parte dedicata al Descrittore 11 (relativo ad energia e fonti sonore) emerge chiaramente che “L’introduzione di energia, comprese le fonti sonore sottomarine, è a livelli che non hanno effetti negativi sull’ambiente marino”.
Conclusioni
È difficile riuscire ad individuare e realizzare una completa armonia, o un perfetto equilibrio, tra l’attività umana e il ciclo di vita degli ecosistemi in natura. D’altro canto, si osserva che la rapida crescita di processi tecnologici sempre più sofisticati stia mostrando un grande punto di debolezza: l’invasività.
Se i moderni mezzi di lavorazione non sono in grado di garantire un adeguato adattamento degli strumenti impiegati alla necessità di garantire un habitat naturale integro, e senza risultati negativi sugli ecosistemi, probabilmente vi è il bisogno di un intervento su più fronti: da un lato, senza dubbio, non si discute sull’utilità di stabilire delle normative volte a tutelare l’ambiente da eventuali minacce, ma, dall’altro, sarebbe opportuno proporre metodologie di lavoro meno invasive e, sicuramente, più innovative.


