Il castello nel cielo – Hayao Miyazaki

Il castello nel cielo è un altro capolavoro d'animazione del maestro giapponese Miyazaki, una storia avvincente e assolutamente attuale. 
Regia di:
Hayao Miyazaki
Uscita:
02/08/1986
Durata:
124 minuti
Genere:
Animazione
Prodotto da:
Tokuma Shoten/Studio Ghibli
Nature Defence People

Trailer

Recensione

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Siamo ancora una volta negli anni ’80 e parliamo del maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki, del quale non ci è sconosciuta la profetica visione legata ai problemi ambientali del nostro pianeta.

Il castello nel cielo” (1986) rappresenta un altro capolavoro d’animazione e sceneggiatura che, attraverso una storia avvincente e delicata affidata a due giovani protagonisti, nasconde nel profondo un messaggio ben preciso, dove l’umanità, staccandosi dalla natura e rincorrendo falsi miti, arriva a firmare la sua condanna personale.

Il castello nel cielo, la trama

In un futuro non ben identificato, il giovane orfano Pazu vive e fa il minatore in un villaggio costruito vicino al mare, dove abita gente povera e lavoratrice. Un giorno, Pazu salva una giovane della sua stessa età, una ragazza caduta letteralmente dal cielo.

Si tratta di Sheeta, una misteriosa e coraggiosa sconosciuta che porta al collo un particolare amuleto dai poteri soprannaturali, il cui passato si rivela a noi incerto.

Con lo scorrere della trama, essa porterà Pazu ad affrontare un viaggio tanto avventuroso quanto pieno di pericoli solo per proteggerla da un nemico molto crudele, il colonnello Muska, e da una banda di pirati che vogliono anche loro impossessarsi dell’amuleto, pirati capitanati da una donna dura quanto bizzarra, ovvero la loro madre Dola.

A guidare la storia si affaccia la leggenda del Castello di Laputa, un antico regno assai superiore a quello terrestre, staccatosi da terra millenni prima e che pare galleggi nell’aria e si nasconda dietro le nuvole, facendosi scorgere raramente.

Sheeta, essendo in possesso dell’amuleto, si mostrerà inevitabilmente legata alla leggenda del regno, motivo per cui tutti gli antagonisti cercheranno di catturarla. Le motivazioni che spingono questi nemici a cercarla sono alquanto diverse.

All’interno del castello fluttuante, infatti, sembra che siano contenuti tesori di inestimabile valore, ragion per cui viene tanto cercato dal gruppo di pirati e, ancor più, che sia detentore di poteri eccezionali, motivazione primaria che spinge l’esercito e il colonnello Muska a servirsi della ragazza.

Pertanto, il castello di Laputa rappresenta un fil rouge costante su cui ruota il perno di tutta questa trama filmica, tanto avvincente e perfetta quanto colma di significato e poesia.

L’innocenza e l’ossessione del potere

Chi è appassionato della filmografia di Miyazaki conosce bene l’impegno che il regista ha sempre avuto nei confronti dell’ambiente e della pace in generale.

Di queste intenzioni sono permeati molti suoi film, tra i quali “Nausicaa della Valle del Vento” (1984) o “Il Castello Errante di Howl” (2004). In questa pellicola, in particolare, troviamo una narrazione che tende a sublimare tali temi, sottolineandone ancora di più i possibili effetti finali.

Infatti, la storia inizia proprio dopo molti anni dalla caduta dell’Impero di Laputa, a suo tempo creduto invincibile e, infine, inesorabilmente collassato per sua stessa mano.

A questo punto, è interessante porre attenzione su due importanti sovrapposizioni presenti nella narrazione. Da un lato, troviamo l’innocenza e la dolcezza di questi due ragazzi che si trovano, si capiscono e finiscono lottando insieme, dall’altra troviamo ancora l’utopia del potere assoluto, l’ossessione tipica dei malvagi e dei dittatori, i quali “vogliono” sempre di più e senza scrupoli, e pur di inseguire questa fissazione sacrificano le vite di interi popoli.

Ritorniamo, perciò, ad incontrare nuovi capitani Acab e nuove Moby Dick da scovare in ogni tempo, con volti e colori diversi ma sempre pronti a guerreggiare per rincorrere il riconoscimento assoluto della supremazia su tutti i popoli, attuando la soppressione della libertà e l’innocenza della gioventù, che diviene la prima a subire tali imposizioni, vedendo nel futuro ancora più incertezza.

Tale contrapposizione è evidente anche nei luoghi in cui le due fazioni opposte si muovono: la gente semplice e lavoratrice, ossia i minatori, vivono circondati da montagne e spazi aperti in cui la luce del mattino può ancora risplendere e dare calore, mentre l’esercito e il colonnello Muska vivono in spazi freddi, chiusi, illuminati da luce artificiale e, non a caso, molte scene che li coinvolgono vengono mostrate durante la notte.

Lo stesso castello di Laputa, quasi fino alle battute finali, viene inserito in scene scure, fumose, perché anch’esso viene collegato al buio e al disorientamento.

Anche sul piano cromatico, dunque, il regista va a sottolineare la parte sbagliata della storia, dove i prepotenti si prendono gioco della vita altrui per ottenerne profitto e per correre dietro ad una chimera, trascinandosi in un vortice che li porterà inevitabilmente alla rovina a causa delle loro stesse azioni negative.

La tecnologia al servizio dei potenti

Nella triste visione che abbiamo dato in precedenza, un’altra importante distinzione viene mostrata nel corso della storia.

Notiamo che i paesaggi e le costruzioni che vengono evidenziate, in riferimento al villaggio dei minatori, ci fanno tornare alla mente un’ennesima caratteristica dei film del regista nipponico, che ritroviamo anche ne “La principessa Mononoke” (1997), ovvero i molti riferimenti alla Seconda Rivoluzione Industriale, in particolare alle coketown inglesi tanto denunciate dai libri di Dickens, con la differenza che, nonostante le fitte nebbie e il fumo delle caldaie, nel villaggio sussistono la presenza del sole e della natura circostante.

La tecnologia con cui hanno a che fare i minatori è composta da macchinari rudimentali e, talvolta, difettosi, in puro stile Steampunk ; perciò, locomotive, ascensori, tubi e caldaie devono essere costantemente riparate e gli abitanti del villaggio sono i soli a poterlo fare.

Al contrario, i malvagi della storia, seppur il gruppo di pirati non si dimostrerà così cattivo come nelle prime scene, hanno a disposizione tutto il necessario per riuscire a schiacciare chiunque: immense aeronavi corazzate, dirigibili e strumentazioni d’avanguardia (armi comprese) fanno parte del loro mondo avanzato, in cui non c’è posto per il rispetto, i colori e il duro lavoro della gente più umile.

Di fronte a visioni così diverse, è semplice affezionarsi alla gentilezza di Pazu e alla dolcezza di Sheeta, poiché essi vengono sapientemente inseriti in un mondo in cui c’è ancora spazio per la pietà e l’altruismo, per la libertà e l’innocenza legati a sentimenti veri, appartenenti ad un modo di vivere molto più semplice e accessibile.

Il messaggio risulta molto chiaro: nella lotta tra il bene e il male, anche la tecnologia gioca un ruolo cruciale e non è detto che l’avanzamento del progresso sia sempre orientato al bene o sia alla portata di tutti. Al contrario, spesso le logiche del potere risultano molto più veloci e prepotenti, atte alla sola sottomissione delle folle al loro volere.

Anche in riferimento ai nostri tempi moderni, dove molti paesi del mondo risultano ancora lontani dal raggiungimento di un minimo progresso, il film suggerisce come sia importante concepire la tecnologia come strumento atto a rendere migliore la vita delle persone e non come mezzo legato a logiche aberranti e disumane a cui, purtroppo, si assiste molto spesso.

Staccarsi dalla terra. La rovina di Laputa.

-“Adesso riesco a ben comprendere il perché della caduta di Laputa. È nella canzone della terra di Gondoa: «Nella terra radici piantiamo, con il vento la vita passiamo, con i semi gli inverni superiamo, con gli uccelli la primavera cantiamo». Per quante spaventose armi si possano brandire, per quanti poveri robot si possano comandare, vivere separati dalla terra non è possibile!” –

Tale frase, pronunciata da Sheeta nelle scene finali, riassume tutto il grande significato ambientale che va a coronare l’avventura di questo lungometraggio animato, dove il regista introduce Laputa tramite una leggenda simile a quella della città di Atlantide, quindi legata al potere e all’eccezionalità delle sue conoscenze tecnologiche. Come Atlantide, perciò, Laputa ha il difetto di essersi procurata la rovina con le sue mani.

Sul finire del film, i ragazzi approdano finalmente all’interno del regno, trovando una situazione singolare ma molto comune sulla terra: la natura ha dominato tutto quello che è stato, ovvero sulle rovine di Laputa la flora e la fauna hanno prosperato e, al posto dei grandi torrioni del castello, un grande albero sovrasta tutto l’ambiente nel più totale silenzio.

Sheeta stessa capisce che quella non è più una città abbandonata, ma una tomba commemorativa dei tempi andati, un ammonimento per chi rimane ad osservare dal basso. Ciò che è rimasto in vita del vecchio regno è solo uno dei grandi robot, uno dei tanti oramai decaduti.

Esso non è più al servizio degli antichi sovrani ma è diventato guardiano e “giardiniere”, un grande gigante buono che ha imparato a vivere in armonia con ciò che di nuovo si è creato in quel luogo.

Ben presto, i ragazzi si rendono conto che i sogni di onnipotenza dei regnanti non avevano fatto i conti con l’inevitabilità del fallimento che colpisce chi vuole ergersi a tutti i costi oltre le leggi umane, naturali e divine.

Il castello, visto come una nuova Torre di Babele, dominava i cieli credendosi invincibile, ma quelli che l’abitavano erano comunque uomini che avevano puntato tutto solo sul potere tecnologico, ignorando i segnali che li avrebbero portati alla rovina.

Perciò, il regno di Laputa, staccandosi da terra e dimenticando le proprie radici, così come le leggi naturali da cui ogni creatura vivente è stata generata, ha portato il suo popolo a sperimentare i limiti della sua stessa tecnologia fino alla condanna definitiva, ossia perdendo tutto e tornando ad abitare la terra come le persone comuni.

Adesso, quello formatosi su Laputa simboleggia un nuovo e malinconico giardino dell’Eden, in cui la natura si trova perfettamente a suo agio all’ombra del grande albero, dove la quiete e la pace hanno finalmente raggiunto l’apice senza l’ausilio di prepotenza, crudeltà o strumenti avanzati ma solo grazie all’aiuto del tempo e delle leggi che solo la natura sa adottare a lungo termine.

Il messaggio umano, veicolato da tali visioni, ovviamente si collega con la frase precedentemente detta dalla giovane, ovvero che qualora l’umanità provi a staccarsi dalla propria dimensione per  dominare leggi che non può sottomettere con l’aiuto di strumenti artificiali, violando così leggi sia umane che naturali, è destinata a cadere e ricominciare da zero.

Parallelamente, il messaggio ambientalista è chiaramente rivolto al rispetto delle leggi naturali e della loro esecuzione. Ogni cosa che viene alterata dall’uomo porta a conseguenze sempre negative che andranno poi ad incidere sull’ambiente e sulla vita umana.

Proprio come successo nel regno di Laputa, alla fine la natura saprà sempre riappropriarsi di ciò che le appartiene e che le è stato sottratto, insegnando all’umanità stessa il valore della pazienza, del tempo e dell’umiltà, doti atte a costruire e migliorare il futuro del mondo che ci circonda.

La passione per il volo

Non è un caso che, fin dalle prime scene, il film mostri subito i personaggi antagonisti a bordo di piccoli velivoli futuristici, chiamati Flaptor.

La passione per il volo del maestro Miyazaki è un’altra caratteristica racchiusa in molte sue pellicole, da “Porco Rosso” (1992) fino al recente “Il ragazzo e l’airone” (2023), e rappresenta la sua firma più evidente, firma che non manca mai e raggiunge la sua summa in “Si alza il vento” (2013) lungometraggio ispirato alla storia vera dell’ingegnere aeronautico Jirō Horikoshi.

Tutti i velivoli mostrati, inclusi i Flaptor, sono stati ideati appositamente dal regista, compresi quelli dei titoli di testa, volutamente somiglianti alle illustrazioni dei libri dello scrittore Jules Verne , mentre il dirigibile appartenente ai pirati è stato ispirato al De Havilland Tiger Mouth, un monomotore biplano inglese risalente ai primi anni ’30.

Fotografia e colonna sonora

La fotografia della pellicola è stata curata da Hirokata Takahashi, illustre direttore della fotografia di altri importantissimi manga giapponesi anni ’80, ormai divenuti cult, tra cui “Remi-Le sue avventure” (1977), “Lady Oscar” (1979), “Lupin III-Il Castello di Caliostro” (1979), anch’esso diretto da Miyazaki,  “Rocky Joe-Il campione” (1980-1981), “Occhi di gatto” (1983-1985) ed altri.

Direttore dalla riconosciuta bravura, Takahashi ha prediletto, in tutti i suoi lavori, le emozioni dei protagonisti e le scene corali in cui l’azione diviene fondamentale, perciò si rivela perfetto per un film d’animazione come questo, pieno di colpi di scena, in cui il pathos è incentrato principalmente sul rapporto d’amicizia dei due giovani e della loro lotta contro Muska.

Tale pathos viene magistralmente enfatizzato dalla delicata e a tratti potente colonna sonora firmata Joe Hisaishi che, come già fatto in altri film dello Studio Ghibli, ne pittura musicalmente i momenti più significativi, disegnando un quadro emotivo stimolante e commovente che accompagna lo spettatore per tutta la durata del lungometraggio. Memorabile è la traccia musicale che accompagna i due giovani dopo essere approdati su Laputa.

Conclusioni

Il castello nel cielo” rappresenta un gioiello sempreverde che propone significati pacifisti e ambientalisti di grande valore, incredibilmente attuali, nonostante sia stato realizzato più di venti anni fa.

Nell’epoca odierna, dove assistiamo ad una nuova corsa agli armamenti e molti conflitti spingono il mondo verso una deriva umana ed ambientalista senza precedenti, nonostante due guerre mondiali alle spalle, trovare in opere come questa una lezione di pace, coraggio e solidarietà insieme ad avvertimenti importanti, posti in chiave artistica e assolutamente senza tempo, mette tutti noi di fronte al pensiero che l’umanità non sia stata ancora in grado di evitare le gravi problematiche di cui è costellata!

Deforestazione, crisi climatica, estinzione di specie animali, conflitti di ogni tipo e violenza diffusa costituiscono un bilancio umano certamente deludente, sinonimo effettivo del fatto che, nel mondo in cui viviamo, di fronte alla promessa del potere e della prevaricazione, pare che non interessi reiterare i buoni propositi o i valori condivisi.

In tale situazione, riproporre opere filmiche come questa che racchiudono una bellezza poetica e valoriale senza eguali, capace di parlare a tutti, dai piccoli ai grandi senza distinzione, rappresenta davvero la scelta giusta, lo scrigno prezioso che dovremmo sempre avere come riferimento, perchè contenitore di speranza, amicizia e valori umani a cui, forse, dovremmo tornare a guardare.

Per tutta questa serie di motivazioni, il film rimane non una favola ma uno splendida e perfetta  opera artistica che diviene un modo per staccarsi da terra, non per rifuggire i problemi ma per immaginare nuove soluzioni sempre più sostenibili e umane che facciano del bene al nostro futuro e a quello del nostro pianeta, sogni e propositi di cui abbiamo assolutamente bisogno.

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Storie
DEFENDER

Petra Trivilino

Fotografa di animali freelance e poetessa in Abruzzo, mi dedico alla fauna selvatica con approcci etici. Riconosciuta in concorsi nazionali e internazionali, tra cui una Honorable Mention ai Monochrome Photography Awards 2022. Collaboro con enti come i Parchi Nazionali della Maiella e d'Abruzzo, Lazio e Molise e la Riserva del Lago di Penne.

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