Elizabeth Kolbert, giornalista e scrittrice statunitense nata a New York, torna in libreria con una riedizione ampliata del saggio che nel 2015 le fece vincere il premio Pulitzer per la saggistica. Specializzata in tematiche ambientali, dal 1999 lavora per il New Yorker, dove tratta nello specifico argomenti come il cambiamento climatico e il riscaldamento globale.
Nel testo l’autrice unisce al reportage un’accurata e dettagliata divulgazione scientifica circa il tema dell’estinzione. Nel farlo si è avvalsa della raccolta di dati in loco, nei musei, nei centri di ricerca e in tutti quei luoghi protagonisti dell’indagine condotta. Ormai un classico, La sesta estinzione, una storia innaturale di Elizabeth Kolbert (Neri Pozza, I Colibrì, 2024), è composto da tredici capitoli, in ognuno dei quali si racconta l’estinzione e la quasi estinzione di specie ritenute particolarmente emblematiche per le modalità e le cause attraverso le quali sono andate perdute o si stanno perdendo. Il tredicesimo capitolo parla di noi.
Nonostante l’argomento possa spaventare, il testo è accessibile a tutti e di facile lettura. Gli aneddoti e le curiosità, l’uso della prima persona, insieme ad una ricerca meticolosa e precisa, mantengono viva l’attenzione del lettore, rendendo il testo coinvolgente e stimolante. Una lettura priva di sbavature, per una ricostruzione dettagliata che arriva dove vuole arrivare: siamo noi la causa principe dell’estinzione di specie e perdita di biodiversità.
Dentro alla storia e alla scienza
Si parte dalla rapidissima scomparsa delle cosiddette rane dorate panamensi causata dall’epidemia di un fungo, specie aliena arrivata nel Paese per mano umana, si passa per gli studi del biologo e naturalista francese Georges Cuvier, vissuto a cavallo tra il 700 e l’800, sulla scomparsa del Mammut Americanum, fino alle teorie sulla scomparsa di alcune specie formulate da altre grandi menti come Charles Darwin e Charles Lyell, come l’estinzione dell’alca impenne, un uccello di grosse dimensioni incapace di volare.
Si arriva in Italia, a Gubbio nella Gola del Bottaccione per aprire il capitolo che racconta la storia della scomparsa delle ammoniti, così come quella di tante altre specie in quella che viene chiamata Estinzione di massa del Cretaceo-Paleogene, causata molto probabilmente dall’impatto (e dalle sue conseguenze) di un asteroide sulla terra. Si parla della portata geologica delle azioni umane nell’attuale era dell’Antropocene.
L’autrice cita lo scienziato Paul Crutzen, coniatore del termine, secondo il quale le azioni umane, alternando la composizione dell’atmosfera hanno reso possibile il distanziamento del clima globale dal suo naturale comportamento per millenni a venire:
– “L’attività umana ha trasformato da un terzo a metà della superficie del pianeta. La maggior parte dei principali corsi d’acqua è stata arginata o deviata. Le fabbriche di fertilizzanti producono più azoto di quanto ne venga fissato in natura da tutti gli ecosistemi terrestri. Le industrie ittiche rimuovono più di un terzo della produzione primaria delle acque oceaniche costiere. L’uomo usa più della metà delle risorse accessibili di acqua sorgente al mondo” -.
Si indaga l’aumento dei livelli di CO₂ dato dalla rivoluzione industriale che, causando un’estrema acidificazione dei mari ha, a sua volta, portato alla perdita di una grande varietà di fauna marina. La stessa varietà di specie che abita le barriere coralline, seriamente minacciata dal pericolo dell’estinzione.
Ovviamente è trattato il tema del riscaldamento globale, dei danni alla fauna e alla vegetazione e della velocità disarmante del cambiamento climatico, una velocità tale da rendere impossibile per molte specie adattabilità e migrazione (nel capitolo dedicato fa piacere la citazione di un grande naturalista dimenticato: Alexander von Humboldt). Si parla di frammentazione degli habitat a danno della biodiversità, dei danni della caccia agli animali di grandi dimensioni e del gene della follia.
È un viaggio nella storia e nella scienza, quello compiuto dalla Kolbert, per rintracciare molte delle cause che hanno portato alla morte di intere specie viventi.
Siamo vicini alla Sesta Estinzione di massa?
Con il termine Estinzione di massa, si intende la perdita di almeno il 75% delle specie animali e vegetali, in un periodo di tempo molto breve. Cinque estinzioni (Big Five) sono già avvenute, la sesta potrebbe purtroppo avverarsi in un futuro non troppo lontano, per colpa dell’eccessivo uso e abuso che l’uomo ha fatto, e continua a fare, delle risorse naturali. La stessa autrice sottolinea come non ci siano mai state altre estinzioni causate da una singola specie.
Già all’uscita, dieci anni fai, il libro entrò tra le pietre miliari dei testi imprescindibili sul cambiamento climatico. Oggi più che mai l’argomento è, o dovrebbe essere, al centro del dibattito internazionale per gli interessi mutui e le ricadute sociali ed economiche che un evento mondiale di tale portata trascina con sé.
Vediamo oggi giovani attivisti e attiviste imbrattare, con zuppe al pomodoro, le più famose opere d’arte al mondo e ci riesce molto facile criticarli, ma perché ci risulta invece così difficile immaginare un evento meteorologico estremo spazzare via o danneggiare irreparabilmente un intero museo quando la scienza conferma l’impossibilità di prevedere, in queste condizioni, fenomeni meteorologici avversi? Come si sente spesso dire, stiamo entrando in un territorio inesplorato.
La bravura della giornalista sta nel raccontare tecnicismi con semplicità, ovvero con un linguaggio che può essere capito da tutti, perché la questione ci riguarda tutti. L’innaturalezza citata nel sottotitolo sta a significare quanto le cose non sarebbero dovute andare così, quanto la nostra specie sia lontana dal corso naturale che la storia avrebbe dovuto percorrere.
Conclusione
L’autrice stessa, verso la conclusione del libro, non tralascia la speranza. C’è ancora la possibilità di fermare la sesta estinzione di massa. L’uomo potrebbe sopravvivere alla sesta estinzione, a condizioni precarie e dolorose, come potrebbe non sopravvivere e rientrare tra le specie estinte. In un ecosistema ormai così fragile, le nostre azioni possono risultare decisive.
Anche se di poco, abbiamo ancora margine di manovra. Se l’intelligenza della nostra specie è tale da stravolgere irreparabilmente gli equilibri del pianeta, lo è altrettanto per risollevarne le sorti.



