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“L’orso” di Jean-Jacques Annaud, cineasta francese conosciuto nel mondo e in Italia, in particolare, per aver firmato la prima versione cinematografica del romanzo capolavoro di Umberto Eco “Il nome della rosa” nel 1986, uno dei tanti film di qualità diretti dal regista ai quali aggiungiamo “L’amante”, “Il principe del deserto”, “Sette anni in Tibet ” e il più recente “L’ultimo lupo”, rappresenta un film importante ed “ecologico” per quegli anni, di cui il primo pregio è quello di mostrare la realtà crudele degli uomini dal punto di vista dell’orso stesso.
Infatti, grazie ad una regia poetica ed empatica, di forte impatto paesaggistico e fotografico, tipica dei film di Annaud, esso porta noi spettatori ad esplorare l’universo emozionale ed intimo di questo animale affascinante quanto maestoso. Annaud consegnò al mondo della cinematografia una delle prime pellicole atte ad indagare il tema della caccia e della sopravvivenza in natura dal punto di vista degli animali, facendo così in modo da aiutare noi uomini ad interrogarci profondamente sui nostri errori e su cosa sia l’ “altro”, aiutandoci tramite una sapiente alternanza di visioni reali e crudeli, appartenenti agli umani, affiancate a realtà oniriche dallo stile fiabesco e intimista legate agli orsi, permettendoci d’ entrare nel profondo in una dimensione filmica dove essere a contatto con la natura debba considerarsi necessariamente uno sforzo d’empatia, da mettere in azione dal primo all’ultimo minuto di visione.
L’orso: trama
Il film introduce la storia di Youk, un piccolo cucciolo Grizzly che perde prematuramente la madre a causa di una frana. Il piccolo viene così costretto a vagare per procurarsi il cibo, fino a quando entra in scena il secondo protagonista della storia, un grosso orso maschio grigio e solitario di nome Kaar, a cui il piccolo si legherà, seppur non venga inizialmente gradito. Parallelamente alla loro vicenda, si muove sulle loro tracce una coppia di cacciatori, Tom e Bill, appartenenti a generazioni diverse ed interpretati rispettivamente dagli attori Tchéky Karyo (Nikita, Il patriota) e Jack Wallace (Il giustiziere della notte).
I due riescono a scovare Kaar e, dopo averlo ferito al fianco, la premurosa vicinanza del piccolo Youk aiuterà l’orso grigio a rimettersi in sesto e a considerare il piccolo come suo amico, adottandolo e diventandone il mentore, guidandolo nella dura lotta per la sopravvivenza in natura. Non contenti del ferimento, i due cacciatori assoldano un collega, facendosi prestare una pletora di cani da caccia, i quali riescono a scovare Kaar ma non a sopraffarlo, tanto da venire da lui quasi tutti uccisi.
Grazie ai cani, Tom e Bill riescono a catturare Youk legandolo ad un albero nel loro accampamento, finché Tom, il cacciatore più anziano, finisce col trovarsi faccia a faccia con Kaar; non avendo più il fucile e preso dalla disperazione, urla all’ animale di non ucciderlo, il tutto in una potente scena in cui l’animale, di fronte all’uomo supplichevole e terrorizzato, decide di risparmiargli la vita. Infine, capendo a fondo i loro errori, i cacciatori liberano Youk che, finalmente, può riunirsi al suo amico Kaar, per iniziare una nuova vita insieme e poter andare in pace in letargo.
L’orso: dal libro al film
La pellicola nasce dal libro dell’autore James Oliver Curwood intitolato “The Grizzly King”, una storia autobiografica pubblicata nel 1916 in cui lo stesso autore ne è il protagonista, nonostante il suo nome nel libro sia fittizio. Dello stesso autore, questa risultò essere solo una delle tante trasposizioni cinematografiche, che furono circa duecento, basate sui suoi romanzi. Diviene importante sottolineare, ai fini del racconto, che la scena in cui il Grizzly risparmia la vita al cacciatore non ha nulla di inventato, perché la stessa cosa successe a Curwood, il quale, dopo una battura di caccia, trovandosi faccia a faccia con un enorme orso, quello gli risparmiò la vita senza
un apparente motivo.
Per tale ragione l’autore, dopo aver pubblicato il libro, mollò letteralmente il fucile per diventare sostenitore della salvaguardia della fauna selvatica. A livello cinematografico, la sceneggiatura, molto simile al libro, prende vita dalla collaborazione di Annaud con lo sceneggiature Gérard Brach, noto professionista e collega di altri illustri registi quali Roman Polański (Chinatown, Il pianista) e Michelangelo Antonioni (L’avventura, La notte), che iniziò la stesura nel 1981 ma essa venne completata e presentata tre anni più tardi, perché il regista francese aveva deciso di dedicarsi anche al progetto de “Il nome della rosa”.
Seppur il film fosse stato programmato per uscire nel 1981, venne girato sei anni più tardi, perché Annaud volle seguire personalmente l’addestramento degli animali ingaggiati come protagonisti che, seppur fossero due, vennero sostituiti spesso da molte “controfigure”, ovvero altri orsi addestrati per esser loro di supporto, questo perchè il cineasta voleva assolutamente che i protagonisti fossero gli orsi e non gli uomini; questa motivazione lo portò ad individuare i due attori principali umani dopo molte ricerche, perché cercava volti non legati allo star system, quasi sconosciuti, proprio per non togliere importanza agli animali.
L’orso: la location
Seppur il libro fosse ambientato nella natura selvaggia del nord America, Annaud, essendo sempre stato alla ricerca di luoghi originali e non già “collaudati”, anche per questo film preferì delle location differenti, che potessero essere similari alle zone selvagge americane. La combinazione vincente arrivò proprio durante le riprese del film sul romanzo di Eco, nel 1986, quando venne colpito dalla natura incontaminata delle Dolomiti italiane, decidendo così di girare “L’orso” interamente in questi luoghi, dove il più grande ostacolo alle riprese fu proprio il costante cambiamento delle condizioni atmosferiche.
Gli orsi tra riprese, cibo e marionette
Non possiamo dar colpa agli anni ’80 se gli effetti speciali non erano ancora così sofisticati: allora si usavano ancora animali addestrati o finti, e in questo film certamente non mancarono, così come vari artefatti meccanici. Infatti, nelle sequenze collegate ai sogni del piccolo Youk si decise, poiché durante le riprese non era stato possibile girare tempi lunghi con gli animali ma solo brevi fotogrammi, nei quali doveva comparire l’esatta espressione richiesta dal copione, si utilizzarono delle marionette meccaniche, altrimenti quelle sequenze sarebbero risultate molti difficili da girare con gli animali.
Queste scene vennero molto criticate perché, per alcuni, allontanavano la figura dell’orso dal contesto naturalistico mostrato. Nel corso della lavorazione Annaud, per poter trasportare il meglio possibile le vere emozioni degli animali sulla pellicola, si documentò ancor prima delle riprese e fece letteralmente molti provini a tanti orsi prima di scegliere i protagonisti. Alla fine, la scelta ricadde sull’orso addestrato Bart (Kaar) e sull’orsetto Douce (Youk), insieme ad altrettante controfigure “pelose”, tra le quali le sorelle di Douce (utilizzate spesso per sostituirlo nei primi piani) ed altri cuccioli, per evitare che Douce stesso si stancasse troppo.
I due orsi protagonisti vennero preparati per stare insieme e, nel caso di Bart, come nella storia, ci vollero molte settimane affinché si abituasse al piccolo orsetto. Nel cast degli animali furono comprese anche altre specie, tra cui due puma nord americani, molti cani, cavalli, cervi, rane, coccinelle e altrettante api. La stessa troupe venne indotta a non mangiare durante le riprese e a non creare alcun disagio in modo che gli orsi potessero sentirsi totalmente sicuri.
Annaud fece in modo che gli addestratori lavorassero aiutando gli orsi a simulare a modo loro le emozioni tramite le espressioni facciali, in modo da catturare autenticamente gli atteggiamenti degli animali e, proprio per questa voglia di verità da parte del regista, il tutto avvenne senza forzature, percui possiamo dire che le espressioni nel film siano davvero autentiche.
Fotografia: animali e paesaggi
Il taglio fotografico, responsabile di una serie di sequenze visive davvero affascinanti, venne affidato a Philippe Rousselot, che vinse nel 1993 il premio Oscar per il film “In mezzo scorre il fiume”. Il direttore della fotografia ha saputo produrre una compagine di visioni poetiche naturali che accompagnano finemente la storia, illustrando con tanta bellezza i momenti cruciali della narrazione.
Specialmente nei punti in cui seguiamo gli animali nel loro universo parallelo, grazie anche alla sceneggiatura per lo più priva di parole, il taglio fotografico fatto di primi piani, panoramiche e fermo immagine focalizzati sui cambiamenti del tempo, viene presentato come una sorta di unione tra film e documentario, narrazione e ripresa reale, cercando d’ottenere una visione limpida e profonda allo stesso tempo, in cui le emozioni degli animali vengono fuse insieme a quelle delle rocce, delle valli, dell’acqua e del cielo che li circonda, comprese le altre specie che i due incontrano nel loro cammino, non tralasciando inquadrature sulla bellezza dell’ambiente circostante.
Splendida la regia intimistica di Annaud che, a tale ripresa fotografica specifica ed innovativa per l’epoca, aggiunge primi piani emozionanti a scene corali di azione degne dei più bei film d’avventura, grazie ad uno stile cinematografico vero, poetico, utilizzando sequenze incentrate sulle emozioni autentiche di animali e uomini. Tutto va a completarsi nelle inquadrature a tutto campo, in cui la natura circostante sembra dialogare con la storia dei protagonisti, quasi a voler partecipare direttamente e non solo dai suoi bellissimi fondali.
Da sottolineare la potenza di una delle ultime scene del film in cui, quando sembra che il piccolo Youk non possa salvarsi, viene inquadrato Kaar alle sue spalle mentre lancia un ringhio poderoso per salvarlo dal puma, scena che ancora, a distanza di anni, si ricorda sempre con grande emozione.
“L’orso” come Moby Dick e l’ importanza dell’empatia
In questo racconto, l’orso rappresenta in maniera evidente l’altro da noi, lo sconosciuto, l’ignoto, quello che parla diversamente, che non riusciamo a comprendere e che, come tutto ciò che viene generato dai pregiudizi, ci fa paura. Come accennato in precedenza, questo film è il primo dei tempi moderni la cui esigenza primaria sia stata quella di far immedesimare lo spettatore nel punto di vista dell’orso, attraversando le visioni del reale (la perdita, la caccia, i pericoli, l’accoppiamento) per poi sfociare nell’intimità dei sogni del piccolo Youk dove, in particolare, la sua rielaborazione onirica degli eventi reali rappresenta un sentiero fino ad allora mai esplorato.
Da questo punto di vista, alcuni film d’animazione precedenti avevano raccontato indirettamente gli eventi dal punto di vista degli animali seguendo, però, il puro stile narrativo del racconto come, ad esempio, “Bambi” e “Dumbo” della Disney, oppure “Zanna Bianca”, film del 1973 del regista Lucio Fulci, tratto dal libro “Il richiamo della foresta” di Jack London, a cui i libri di Curwood sembrano assomigliare perchè anche loro incentrati nel cantare la vita selvaggia del Nord America. In tale pellicola vengono descritte le vicende del lupo, chiamato Zanna Bianca dall’autore London, in una modalità differente rispetto ad Annaud, ovvero fuori dalla psicologia intima dell’animale stesso, affidandosi puramente alla narrazione dei fatti raccontati, seppur inquadrando personalmente il lupo come protagonista principale della storia.
“L’orso” non rappresenta di fatto solo una favola, come definita da molti critici, ma un vero e proprio racconto di vita che, ahimè, ad oggi come ai tempi di Curwood, si rispecchia molto nelle acque incerte dei giorni d’oggi, dove gli animali vengono ancora considerati in maniera diversa dall’uomo e fanno fatica ad essere visti per quello che sono, ovvero individui unici che non hanno nulla a che fare con il nostro desiderio di conquista, bensì vogliono solo vivere la loro vita in pace. La narrazione di Annaud ha lavorato così bene da porci al posto di tre prospettive differenti, quella dell’orsetto, dell’orso adulto e dei due cacciatori, in modo da inquadrare la vicenda su più fronti quali quello più innocente, quello più crudo e quello più insensato, ingiusto, appartenente all’uomo.
Tutto ciò si sottolinea per riuscire a completare il quadro di una storia che, in realtà, ha tutto di reale, non solo perché legata alla vera esperienza dell’autore del libro ma, sopratutto, perché collegata a migliaia di altre esperienze dei giorni nostri, che pongono l’uomo nei confronti della fauna selvatica, e degli orsi in tal caso, come disturbatore della quiete naturale, di quell’equilibrio vitale di cui gli animali sono i detentori e che, senza di loro, la natura stessa farebbe fatica a compensarne il vuoto.
Emblematica è la fissazione dei due protagonisti umani, simile a quella del capitano Acab nei confronti di Moby Dick , che, pur di riuscire a uccidere l’orso, continuano ad oltranza in un’estenuante rincorsa al trofeo, ad una balena bianca immaginaria che, esattamente come nel romanzo di Melville, ha l’unica colpa di essere forte, vivere nel suo habitat e di non voler morire per una sciocca pretesa.
Così come Moby Dick, Kaar non aggredisce per primo ma viene aggredito e risponde per sopravvivere e questo, l’uomo orgoglioso, che tutto deve controllare, non può accettarlo! Allora la caccia diviene una questione personale in cui Tom e Bill vedono in Kaar un affronto, un motivo d’orgoglio ferito che richiede un dispiegamento di forze ben più ampio ed efficace. Perciò non bastano le pallottole ma anche i cani e, quando l’animale braccato non ha altro modo che usare la forza per difendersi, l’ossessione umana si completa anche nella mancanza di sonno, esattamente come Acab, che passava le sue notti a passeggiare inquieto su e giù per il ponte della nave.
A questo punto, la svolta che rende questo film diverso dal libro di Melville avviene proprio nel momento in cui l’orso e il cacciatore più anziano rimangono soli sulle rocce e la rabbia assolutamente giustificata dell’animale riesce a terrorizzarlo tanto che, improvvisamente, dopo averlo supplicato, l’uomo viene emotivamente spiazzato dal comportamento ben più pietoso dell’avversario, quando l’orso lo risparmia e lo lascia vivere.
Alla fine di questa ossessiva crociata, i due uomini tornano sui loro passi, liberano il piccolo Youk e ripensano agli errori commessi, lasciando allo spettatore un po’ di respiro e di speranza, al contrario della fine di Acab che soccombe in mare, avvelenato dalla sua sete di vendetta fino all’ultimo atto drammatico della storia.
A tale narrazione così concepita, come lo stesso regista ha dichiarato, è stato dato il compito di poter generare rispetto verso gli animali tutti e non solo verso gli orsi, perché potare alla loro scomparsa dal pianeta sarebbe un vero e proprio disastro, in quanto creature incantevoli e dotate, esattamente come noi umani, di affetto, intelligenza ed emozioni, e a noi piace aggiungere che siano anche detentori di chiavi di lettura fondamentali per riuscire a rendere migliore la nostra percezione della vita e della natura che ci circonda.
Curiosità
Durante le riprese, proprio perchè gli orsi venivano invogliati a lavorare per ricevere cibo, all’orso Bart venne garantita una dieta ricca di mele, polli, salmoni, dolci e succo di frutta e, venendo alimentati spesso, poteva capitare che si saziassero nel bel mezzo delle riprese e non volessero più muoversi.
Per questo motivo, vennero usati molti altri orsi come controfigure. Ancora, non essendo sempre possibile girare in determinate location o nascondere le strumentazioni, la troupe e gli strumenti di lavorazione vennero fatti “sparire” utilizzando finti prati e alberi fittizi.
Conclusioni
Un racconto di tale spessore non può considerarsi solo una favola per addormentarsi e da cui non imparare nulla ma, certamente, possiamo azzardarci a sottolinearla come un film “green” di spessore, adatto non solo ai più giovani ma particolarmente agli adulti, gli appartenenti ad una generazione a cui è stato insegnato che i comportamenti degli animali non hanno senso, che siano esser inferiori, con un universo emozionale limitato e sottoposti al nostro esclusivo controllo.
Gli studi più recenti in merito hanno sfatato tutti questi miti negativi, consegnando all’umanità delle vere e proprie guide alla comprensione dei comportamenti del mondo animale che non possono più essere ignorate!
Indipendentemente dall’habitat in cui lo si collochi, l’orso resta sempre un tassello fondamentale e irrinunciabile per il mantenimento dell’equilibrio naturale dei boschi, essendo bioregolatore naturale di molte specie selvatiche, animale da salvaguardare e conoscere a fondo per fascino, intelligenza, acume e capacità d’adattamento.
Differentemente da altri film in cui proprio l’orso Grizzly veniva dipinto come un feroce assassino assolutamente incapace di empatizzare, qui troviamo una tra le più veritiere e reali considerazioni positive di una razza che, grazie a molti biologi e ricercatori di settore, oggi sta trovando sempre più spazio nell’immaginario collettivo come capace di forte empatia e grande tolleranza verso l’uomo, come documentano film più recenti come il documentario “L’orso in me” del regista Roman Droux (2020).
Consiglio la visione de “L’orso” e di altri film di Jean-Jacques Annaud in quanto capolavori diversi ma unici nel loro genere, in cui la natura è sempre vista come opportunità di rinascita e speranza.

