La principessa Mononoke – Hayao Miyazaki

La principessa Mononoke l'ennesimo capolavoro animato scritto e diretto del regista giapponese Hayao Miyazaki.
Regia di:
Hayao Miyazaki
Uscita:
14/07/2022
Durata:
133 minuti
Genere:
Animazione
Prodotto da:
Studio Ghibli
Nature Defence People

Trailer

Recensione

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La principessa Mononoke” (1997) è l’ennesimo capolavoro animato scritto e diretto del regista giapponese Hayao Miyazaki , premio Oscar per “La città incantata” e fondatore dello Studio Ghibli, studio d’animazione che da anni regala al grande pubblico tante eccellenze visive, ideate sia dallo stesso regista che da altri grandi cineasti giapponesi come Isao Takahata (“La tomba per le lucciole”).

Grazie al lavoro di miglioramento che la casa di produzione Lucky Red ha portato sulla qualità dei dialoghi tradotti, il film ha aiutato a far conoscere meglio l’opera del regista giapponese in Occidente, consacrandone la bravura e il genio filmico. Lungometraggio di rara bellezza e significato, la pellicola propone allo spettatore una storia molto complicata, ricca di spunti di riflessione che riguardano non solo la necessità di salvaguardare il nostro pianeta e la sua fecondità, ma anche la sfera intima dell’animo umano, con una trama fitta e densa di sentimenti contrastanti atti ad indagare come i sentimenti negativi che, di fatto, sono comuni a tutti, portino anche chi è dalla parte della ragione a diventare peggio dei suoi carnefici, suggerendo la necessità di ritornare ad un presente più pacifico e rispettoso che non riguardi solo la sfera della nostra umanità ma anche la dimensione più ampia delle emozione comuni di armonia, solidarietà e sostenibilità.

La principessa Mononoke: trama

La storia è ambientata nel lontano Giappone rurale, dove ancora vivono gli antichi samurai dell’Imperatore, terra inebriata dal caos e dalla violenza. Il protagonista è un principe di un villaggio Emishi (popolazione realmente esistita in Giappone fino al VII secolo d.C.) di nome Ashitaka, un giovane che viene costretto a scontrarsi con un demone dalla forma di cinghiale che minaccia la vita del suo villaggio. Dopo esser stato ferito gravemente, a causa di tale demoniaca ferita che, come afferma la sacerdotessa del villaggio, lo porterà presto alla morte, il principe parte in sella al suo stambecco Yakkul in cerca dell’unica figura in grado di spezzare la maledizione, il Dio della Foresta.

Attraverso questo viaggio, il giovane conoscerà non solo il vero significato della sua maledizione, impostagli dall’odio che gli stessi suoi simili hanno riversato sulla natura dopo continui sfruttamenti, ma sarà testimone di un’avventura che lo porterà a fare la conoscenza di San, soprannominata Mononoke e conosciuta come la ragazza-lupo. San, abbandonata in tenera età dai genitori, vive nella foresta con tre grandi lupi, dei della natura, di cui una è Moro, una femmina di 300 anni che l’ha accolta come sua figlia insieme ai suoi cuccioli. Nella foresta abitano anche i grandi cinghiali, anch’essi dei della natura più combattivi e inclini agli scontri diretti, acerrimi nemici degli uomini e della loro speculazione sulla foresta, di cui la principale responsabile è una donna, Lady Eboshi, determinata padrona della Città del Ferro, responsabile di molte delle disgrazie che, trasversalmente ai suoi comportamenti irresponsabili, hanno colpito Ashitaka e tutto l’ambiente naturale.

Ashitaka rimane molto colpito dalla ragazza-lupo e fa presto la conoscenza della madre adottiva, la quale, consapevole delle cattiverie dell’uomo verso di loro, è anch’essa piena di disprezzo verso gli umani ed in particolare cova sete di vendetta sulla padrona Eboschi, tollerando la presenza del principe solo perchè riconosciuto giusto e privo di odio. La storia, intrecciandosi con vari spaccati di vita tra la foresta e il villaggio, prende una piega davvero negativa quando un anziano cinghiale della foresta, in fin di vita e accecato dall’odio, si trasforma anch’esso in demone, generando l’escalation che porterà l’ottusa Eboschi ad uccidere il Dio della Foresta, non senza aver prima perduto un braccio a causa del morso della madre lupo.

Dopo una serie di sequenze spettacolari, il Dio della Foresta, prima di morire, riversa tutto il suo potere su Mononoke e Ashitaka, che sembrano essere l’unico scrigno d’amore e pace ancora presente e, con tale dipartita, permette alla natura, fino ad allora sfruttata e generante odio, di rinascere di nuovo e permettere ai cattivi di ripensare ai proprio errori combiando vita e di far tornare Mononoke nella foresta.

Ashitaka, oramai non più in pericolo di vita, rimarrà ad aspettare e poi ritornerà al suo villaggio.

La principessa Mononoke, denuncia dello sfruttamento naturale

Miyazaki, nella sua grande attenzione al tema della salvaguardia ambientale, ha voluto mostrare chiaramente nella pellicola, con grande spirito profetico, l’ostinazione umana della ricerca violenta del progresso, quella che porta l’uomo a dimenticarsi della vita di una creatura altra, fondamentale per il mondo qual’ è la Natura stessa. Anche per questo, il film è considerato uno dei lungometraggi più belli del regista dopo “Il castello errante di Howl” e “La città incantata”.

Il cineasta si affida alla bella e delicata figura di Ashitaka, personaggio buono, altruista, nemico della disuguaglianza, per spingerci attraverso una narrazione difficile, immersa fra il thriller, l’horror e l’ action movie, ricca di significati fondamentali che noi spettatori conosciamo proprio attraverso la guida del giovane principe, testimone chiave da seguire per scorporare il problema dalle radici fino alle possibili soluzioni.

Come fu lo stesso personaggio di Nausicaa nell’omonimo film, Ashitaka è il vero personaggio chiave, la freccia da seguire per la comprensione degli errori umani nei confronti dell’ambiente.

Rispetto per Madre Natura, simbologie a confronto

Il rispetto per la Natura come madre di tutto è un concetto fondamentale che viene ben largamente esplorato fin dai primi minuti dove, in una dimensione parallela, il ricordo dello scoppio della Bomba Atomica è sempre presente, facendo ben intuire allo spettatore come tale tragedia si sia radicata nella cultura giapponese, almeno quelli che hanno vissuto in prima persona oppure attraverso i ricordi dei loro cari quest’orribile momento storico.

Da qui, un senso di rispetto profondo per Madre Natura, non paragonabile alla concezione della nostra struttura occidentale del progresso, permea tutta la pellicola, seppur siano presenti alcune contraddizioni rispetto alla vita reale. Il progresso, secondo Miyazaki, deve realizzarsi proprio nell’ecologia, nella sostenibilità, nell’armonia secondo cui tutto in natura vive e si trasforma. Infatti, lo stesso personaggio di Eboshi capirà a sue spese che la foresta e gli spiriti di cui è permeata vanno rispettati per la loro unicità e per il ruolo indispensabile che essi ricoprono nella salvaguardia dell’armonia del Creato.

Emblematica è la simbologia dello Spirito della Foresta, il Dio Cervo dal viso antropomorfo, lento guardiano di ogni angolo di verde, presenza silenziosa, muta, entità che sorvola gli eventi e che rientra perfettamente in quell’ambiguità tanto ricercata in questo film animato. Lo stesso spettatore farà molta fatica a spiegarsi perchè egli non intervenga prima che gli venga fatto del male, così da portare scompiglio nella narrazione fino alla sua inevitabile caduta; in esso, però, possiamo ritrovare similitudini con antiche credenze, come quella legata agli déi greci che, mutando forma, restituivano all’uomo i castighi portati dalla loro audacia.

Altre figure similari si trovano nelle leggende di Sigfrido e i Nibelunghi, dove lo sfidare gli déi da parte degli uomini voleva dire inimicarsi la loro natura pachidermica e non partecipativa, ricevendo quanto più male si potesse immaginare. Il Dio Cervo, figura onnipotente che fa agire gli uomini per poi vederli crollare nelle loro stesse sabbie mobili dell’immoralità e della cattiveria, sembra trovare un tramite, un Mosè nell’unico personaggio in grado di ascoltarne la voce e riceverne l’aiuto propizio, ovvero Ashitaka, il giusto ponte tra uomo e natura, un Prometeo che porta luce all’umanità, figura che rischiara la vita di personaggi ormai sperduti tra le fiamme dell’odio e dell’intemperanza.

Così, verso la fine del lungometraggio, saturi di tutta la roboante serie di eventi, diventiamo consapevoli di come il film, seppur sia stato concepito tempo fa, sia una chiara e profetica denuncia del mero e spietato progresso attuato nelle deforestazioni, nel vario sfruttamento delle risorse, nell’ inaridimento della terra ed altro ancora, un chiaro ed elegante grido incredibilmente attuale, atto a frenare il continuo sradicamento della componente naturalistica del pianeta.

La Città del Ferro (metafora di fabbriche e aziende inquinanti di oggi) è luogo che, al suo interno, trova la sua forza propulsiva nella misericordia e nella bontà della padrona Eboshi nei confronti dei suoi sudditi ma, al di fuori, si presenta inospitale, fuligginosa, un ricordo netto delle coketown dell’età industrializzata ottocentesca, tanto giustamente demonizzata nei libri di Charles Dickens quali Tempi difficili (1854), proponenti solo fumo e ciminiere; anche in molti splendidi quadri del pittore Otto Dix troviamo una chiara denuncia di una società oscura e malsana, inebriata dalla guerra che porta solo distruzione, visioni molto simili a quelle qui proposte.

Infine Miyazaki, con grande eleganza, attraverso la città stessa, propone ancora alla nostra attenzione il concetto del delirio d’onnipotenza dell’uomo che fa dell’ecologia una parola da usarsi ogni tanto per riempire di lacrime le nuove generazioni, a cui si è già tolto gran parte del suo futuro dal punto di vista ambientale e climatico. Le molteplici simbologie contenute nella pellicola animata aiutano a concentrarsi sulla necessità di portare l’umanità violenta a continuare sulla strada di una redenzione rispettosa, arginando le differenze e proponendo l’esistenza di ogni creatura, ristabilendo sempre quell’equilibrio naturale che tanto l’uomo vuole sovvertire e che gli sta restituendo sempre più spesso scompensi e catastrofi naturali.

La principessa Mononoke e l’ambiguità dei personaggi

Il regista nipponico descrive con enfasi l’adesione alla violenza sia degli uomini sia degli animali che, nella difesa delle loro civiltà, non esitano a mettere l’odio (sentimento che fino alla fine accomuna tutti) davanti ai loro principi etici. Gli stessi animali, appunto, non sono migliori: i grandi lupi e i grandi cinghiali vengono presentati come caratteri ambigui e ancor più spietati degli uomini stessi, pur avendo dalla loro la ragione primaria.

Anch’essi vengono sostenuti dalla logica dei cattivi sentimenti riposta nella necessità di preservare se stessi, un sentimento egoistico non lontano dal pensiero degli umani della stessa città. Questi animali sono arrabbiati, delle vere e proprie belve portate all’esasperazione che non vedono più il fuggire come mezzo per difendersi ma solo il lottare, inteso come lotta per la sopravvivenza avanzata senza esitazione o scrupoli, avvampati dalla carica emozionale della vendetta, lontani da ciò che ci si aspetterebbe che nella vita reale fosse l’universo animale.

Quindi non più vittime ma carnefici, ribaltamento obbligato dall’essere umano che, con l’insistenza della reiterazione delle ingiustizie nei loro confronti, ne ha fatto il suo peggior nemico e il suo identico riflesso allo specchio; dai lupi fino a Lady Eboshi, i sentimenti avversi pare siano gli unici presenti stabilmente in entrambe le fazioni fin oltre la metà del lungometraggio, perfettamente sottolineati in dialoghi ed espressioni. Consideriamo vero, a tal proprosito, il detto di Plauto, divenuto concetto filosofico grazie al filosofo T. Hobbes, “Homo Homini Lupus”, dove la natura umana vine considerata come espressione di un continuo egoismo, una lotta fra esseri uguali che in vita non riescono a fare altro che sbranarsi fra loro, arrivando ad unirsi solo per raggiungere i propri scopi, facendo di loro stessi degli animali peggiori degli animali stessi, nonostante il dono della coscienza e della ragione.

Due anime antagoniste, Mononoke ed Eboshi

Anche il personaggio di Mononoke c’entra perfettamente con ciò che abbiamo enunciato su Hobbes. Miyazaki crea un personaggio sui generis, una dea Diana moderna sempre al servizio della natura ma orfana, cresciuta fin da piccola con i lupi, disposta senza esitazione ad uccidere e venire uccisa per la causa della foresta, una giovane guerriera che tutto conserva della giovinezza tranne i sentimenti di purezza che, di fatto, sono stati cancellati dalla sete di riscatto.

Un personaggio che, se fin dall’inizio ci costringe a compatirla, nel corso della narrazione dobbiamo porla per forza sullo stesso livello della padrona della Città del Ferro.
Infatti, la ragazza-lupo ha in sé la combattività dell’animale e il sentimento pietoso dell’umanità, portata dalla Natura come un medium tutt’altro che pacifico: bellicosa, imprudente, impulsiva, deve combattere per forza la sua guerra personale contro gli usurpatori che vogliono invadere la sua casa.

Differentemente, la padrona Eboshi, seppur attratta da motivazioni diverse, è anche lei un personaggio dalle sfaccettature incongruenti: è buona verso i suoi simili ma spietata nei confronti della Foresta, è caritatevole con i lebbrosi ed ha liberato le donne, schiave di altri uomini, ponendole sul loro stesso livello, ma poi si fa portatrice di distruzione, sapendo essere temibile e infida al momento giusto. Le due, quindi, pur facendosi portatrici di bandiere diverse, sono anch’esse figure speculari, perchè nell’odio trovano il sentimento perfetto che le guida nella lotta.

Il principe Ashitaka è proprio il personaggio chiamato a fare da tramite in questa guerra e si pone in mezzo a queste due figure proponendoci, di ognuna, i giusti punti di vista. A tal fine lo spettatore, seppur inorridito da certe tattiche ingiuste, può vedere da entrambe le parti le ragioni plausibili che guidano queste due figure femminili verso l’adesione a sentimenti di distruzione così assoluti.

A questo punto dobbiamo spiegare che, in tutti i film di Miyazaki, si affaccia la distinzione tra bene e male in maniera non del tutto netta. Nella misericordia più totale, ci viene mostrato come sia difficile mettersi nei panni dell’altro, del diverso, del confronto tra due realtà che, all’apparenza, non hanno niente che le leghi ma, riflettendo, hanno lo stesso identico bisogno di sopravvivere. Il cineasta giapponese offre sempre alla nostra attenzione cattivi che, in fondo, cattivi non sono mai fino in fondo; anzi, si rivelano capaci di sentimenti nobili, di cambiamenti di prospettiva, dove creano alleanze di cui non gli si credeva capaci.

Nella sua grande innovazione filmica, i cattivi di Miyazaki fanno loro stessi da ponte fra diversi problemi da risolvere, una volta capito il valore del sacrificio dell’estraneo alle loro credenze. Ci piacerebbe che, anche nella vita reale, fosse sempre così!

La principessa Mononoke, capolavoro artistico giapponese

All’interno della lunga narrazione, ritroviamo i caratteristici concetti filmici e artistici comuni a tutti i film d’animazione del maestro giapponese, primi fra tutti il dinamismo e la cura quasi maniacale dei particolari e dei movimenti, caratteristiche che ne hanno meritatamente sancito l’appellativo di “Walt Disney giapponese”.

Punti forti della narrazione sono le magistrali scene d’azione, così come una sceneggiatura certamente per adulti ma senza alcuna sbavatura o mancanza di credibilità, come fosse un vero e proprio colossal. Da punto di vista artistico, i magnifici disegni e fondali (ricordiamo che Miyazaki aveva già firmato gli sfondi del cartone Heidi!) e la differente visione artistica tipicamente orientale, molto legata al concetto puro di natura, viene arricchita dalle oniriche visioni dei piccoli Spiriti della Foresta e di tutto ciò che si collega al fantastico che interagisce con il reale, come la visione del Dio Cervo che si trasforma nell’Uomo che cammina nella Notte.

In esso, l’issarsi raggiungendo alti cieli, portando con sé l’astrazione dal mondo, non solo fanno invidia a qualsiasi blasonato quadro onirico ma riportano alla bellezza del volare. Infatti, la passione per il volo e l’aviazione in generale è una firma consueta di tutte le opere del regista nipponico, dove troviamo sempre riferimenti ai grandi aviatori e le loro imprese d’alta quota, primo fra tutti il film “Porco Rosso”.

Altra bellissima caratteristica è la colonna sonora di Joe Hisaishi (“La città incantata”, “Ponyo sulla scogliera”), presenza che ispira coinvolgimento e guida poeticamente la narrazione fino all’ultima scena, sottolineandone i momenti più drammatici così come quelli più spettacolari. La fotografia, affidata ad Atsushi Okiu (“Porco rosso”) segue le perfette direttive del maestro, sfruttando sia il disegno animato che le immagini generate al computer, producendo un’armoniosa serie di primi piani atti ad inquadrare le emozioni dei vari personaggi alternati a scene corali e panoramiche, nelle quali l’azione e la dinamicità delle vicende più importanti, ad esempio nell’attacco del villaggio da parte dei samurai, si alternano sapientemente i movimenti perfetti, quasi reali, dei guerrieri e dei contadini terrorizzati, alle inquadrature strette che seguono Ashitaka
in sella al suo stambecco nell’atto di salvarli.

Conclusione

“La principessa Mononoke” è un capolavoro ancora oggi poco apprezzato se non dagli appassionati d’animazione ma comunque pervaso da evidente importanza profetica, sia per lo spessore filmico elevato che per la bellezza visiva e concettuale. Grazie a tutti gli spunti di riflessione già abbondantemente descritti, può essere considerato un vero manifesto naturalista, la cui attenzione ai temi ambientali proposta in anni in cui ancora poco si parlava di cambiamenti climatici e di problemi legati allo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, ha sicuramente anticipato pellicole ben più specifiche e moderne ma quasi tutte centrate su temi post-apocalittici, tra le quali citiamo “The day after tomorrow” o “After Heart”.

Citiamo a tal proposito, ancora una volta, un film d’animazione più recente, datato 2008, ossia “Wall-E ”, film Disney, pellicola che ha avuto il pregio di riproporre una storia in cui la tematica ambietale legata ad una Terra, ormai ridotta ai minimi termini, si è andato a riaffacciare sul pianeta Cinema, riaccendendo i riflettori su un probema che sembrava interessare solo pochi eletti.

Questo film, a cui l’appellativo “splendido” non è esagerato, è adatto a tutti e non solo agli amanti dell’animazione giapponese; ognuno di noi può apprezzarne la squisita attenzione all’arte disegnata così come la magistrale sceneggiatura, il tutto pensato come un quadro completo, senza alcuna sbavatura di forma o parola, uno scrigno meraviglioso e ricco di tanti importanti significati atti a illuminare la strada dell’umanità verso il rispetto dell’ambiente del nostro pianeta, luogo che dobbiamo difendere e da cui non si può non stare uniti, pena la nostra stessa infelicità.

Petra Trivilino

Fotografa di animali freelance e poetessa in Abruzzo, mi dedico alla fauna selvatica con approcci etici. Riconosciuta in concorsi nazionali e internazionali, tra cui una Honorable Mention ai Monochrome Photography Awards 2022. Collaboro con enti come i Parchi Nazionali della Maiella e d'Abruzzo, Lazio e Molise e la Riserva del Lago di Penne.

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