Spedizione in Groenlandia, intervista al Professor Micarelli.

L’intervista al Prof. Primo Micarelli sulla spedizione esplorativa in Artico alla ricerca dello squalo della Groenlandia.
Nature Defence People
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Nell’immaginario comune lo squalo incarna ciò che di malvagio e pericoloso si nasconde negli abissi. Potremmo dire, in altre parole, che il grande predatore marino è la rappresentazione stessa del mistero e della paura di ciò che non si conosce. Quello su cui spesso non si riflette è però un altro aspetto, molto più significativo dell’immagine brutalmente caricata di cui è vittima.

Lo squalo è una creatura antichissima, la cui capacità evolutiva gli ha permesso di attraversare le epoche, laddove altri non sono riusciti, imponendosi fin da subito tra i più grandi predatori del mondo marino. Sebbene la letteratura scientifica sia ricchissima di ricerche e studi su molte delle 500 specie di squali conosciute, di alcune si sa oggi poco o nulla.

Una di queste è lo squalo della Groenlandia, che con la sua straordinaria longevità – può infatti vivere fino a 500 anni – porta gli scienziati a formulare domande importanti sull’ambiente marino (e sulle sue trasformazioni attraverso i secoli) e a delineare nuove sfide scientifiche volte alla comprensione di ciò che ancora risulta inesplorato.

Il Centro Studi Squali (CSS) di Massa Marittima, ha recentemente promosso una missione esplorativa in Groenlandia finalizzata a raccogliere nuovi dati sullo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus) nell’area di Kulusuk nel sud-est della regione artica. A guidare la spedizione, che ha avuto luogo durante il mese di marzo, il direttore del CSS e docente all’Università di Siena il Prof. Primo Micarelli e la dr.ssa Francesca Romana Reinero, Coordinatrice scientifica del CSS.

In una lunga e appassionata intervista il Prof. Micarelli ci ha raccontato i retroscena della spedizione scientifica, condividendo con Nature Defence dettagli e informazioni davvero interessanti. Prima di lasciare spazio all’intervista, vorremmo però di seguito fornire qualche informazione concernente il vertebrato più longevo al mondo, anche e soprattutto per meglio contestualizzare il complesso resoconto dell’estrema missione artica, restituita dal direttore del CSS.

Lo squalo della Groenlandia, quello che sappiamo

Un esemplare di squalo della Groanlandia (Somniosus microcephalus). Foto © Francesca Romana Reinero.
Un esemplare di squalo della Groanlandia (Somniosus microcephalus). Foto © Francesca Romana Reinero.

Il matusalemme dei mari, così chiamato, può vivere fino a 500 anni, raggiunge una lunghezza di oltre 6 metri e si avventura a profondità superiori ai 1500 m incontrando temperature comprese tra -1,5° e 7,4°. Da sempre considerato spazzino dei mari, solo in tempi recenti allo squalo della Groenlandia è stato assegnato il ruolo di predatore apicale, quindi in grado di influenzare le dinamiche trofiche nell’Artico.

Gli studi, le indagini e le catture effettuate nell’arco degli ultimi 25 anni, suggeriscono l’ipotesi, prima trascurata, della predazione attiva. Ma cosa mangia lo squalo della Groenlandia? Attraverso i dati raccolti, in particolare dall’analisi degli stomaci degli esemplari catturati , è stato appurato che la sua dieta comprende sia pesci sia mammiferi, come le foche. Quest’ultimo dato in particolare ha aperto le porte ad un’importante discussione circa il comportamento ecologico della specie.

Grazie infatti a dati ottenuti mediante accelerometri installati su sei esemplari attraverso cui è stato possibile misurare la loro velocità, è stato dimostrato che nuotano molto lentamente, con una media di 0,34 m/s . Dato quest’ultimo che poco si accorda con la sua predilezione per le foche, la cui predazione deve per forza prevedere riflessi veloci e un certo dinamismo. Le ipotesi principali riguardano la possibilità della predazione durante i momenti di riposo del mammifero, ma le dinamiche precise e i comportamenti attuati dallo squalo sono tutti da verificare.

Questa è una delle ragioni per le quali vi è la necessità di colmare lacune conoscitive importanti relativamente al suo comportamento e altresì circa le dinamiche di popolazione, passate, presenti e potenzialmente future. È proprio a causa della carenza di dati, a differenza di quanto invece accade per altre specie di squali regolarmente monitorate e osservate, che l’IUCN ha classificato lo squalo della Groenlandia come Vulnerabile e in diminuzione .

Se si riflette inoltre sul fatto che la maggioranza delle conoscenze attuali sulla distribuzione e abbondanza degli squali della Groenlandia deriva dallo sfruttamento commerciale per l’olio di fegato interrotto nel 1960 e comunque non riguardante l’area dell’Atlantico settentrionale e dell’Oceano Artico, è facile dedurre quanto ancora ci sia da scoprire circa l’areale geografico coperto da questa affascinante specie.

Intervista al Direttore Primo Micarelli sulla missione esplorativa a Kulusuk, Groenlandia

Il Prof. Micarelli e lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus).
Il Prof. Micarelli e lo squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus).
  1. Quali sono le finalità del Centro Studi Squali e che tipo di attività vengono portate avanti?

L’Istituto nasce nel 2000, nel 2003 prendono vita le prime spedizioni scientifiche organizzate e nel 2018 il Centro Studi Squali viene riconosciuto Istituto Scientifico dal Mipaaf (Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali). La sede logistica del CSS, a Massa Marittima, conta di un laboratorio e una nursery dove avviene la riproduzione degli squali mediterranei come gli squali gattucci (Scyliorhinus canicula), squali gattopardi (Scyliorhinus stellaris) e squali tropicali.

Dalla sede logistica partono tutte le nostre attività sul campo e spedizioni. Dal 2000 siamo attivi in Sudafrica in progetti di ricerca sullo squalo bianco (Carcharodon carcharias). Ad oggi le attività sono sostanzialmente didattiche in quanto a partire dal 2019, a causa delle orche che hanno diradato moltissimo la presenza di squali bianchi, sono diminuiti gli avvistamenti. Basti pensare che i primi anni di attività ad ogni spedizione contavamo tra i 50 e i 60 avvistamenti, attualmente questi si aggirano intorno a 3 o 4, purtroppo numeri statisticamente poco rilevanti.

Il CSS porta regolarmente avanti studi sulle popolazioni locali di squalo balena (Rhincodon typus), tra Gibuti e Madagascar, ricerche che hanno dato luogo a molte pubblicazioni scientifiche anche in collaborazione con l’Ispra di Livorno. Circa gli studi sullo squalo bianco siamo l’equipe europea con il maggior numero di pubblicazioni scientifiche pubblicate in collaborazione con l’Università della Calabria, Siena, Sudafrica e Messico. 

Tra il 2021 e 2022, con il permesso del governo maldiviano, abbiamo attivato un progetto di ricerca incentrato sull’ecologia comportamentale dello squalo tigre (Galeocerdo cuvier) alle maldive, mentre in Madagascar dal 2018 è attivo un progetto relativo alla nursery di squali grigi di barriera (Carcharhinus amblyrhynchos) di cui presto sarà pubblicato un lavoro scientifico. 

In Mediterraneo abbiamo lavorato molto in termini di ricerca genetica sui gattucci, gattopardi, verdesche e sugli squali bianchi, principalmente in collaborazione con l’Università di Bologna. In generale il Centro Studi Squali è molto focalizzato su ricerche a carattere comportamentale, essendo la nostra attività concentrata sugli aspetti etologici degli squali. Per quanto riguarda le entrate del CSS, la maggior parte derivano da sponsor privati, dal Museo degli squali, da donazioni e dal tesseramento. 

Le Università supportano le nostre attività attraverso la messa a disposizione di strumentazione come programmi informatici per analisi a carattere etologico (Università della Calabria) e analisi genetiche, come nel caso degli studi di ecotossicologia per lo squalo bianco e lo squalo balena, che portiamo avanti insieme alla prof.ssa Marsili dell’Università di Siena, dove peraltro io curo da tre anni l’unico corso italiano dedicato all’ecologia e alle tecniche di acquariologia degli elasmobranchi, un percorso di 52 ore, 40 di teoria e 12 di pratica. 

  1. La spedizione è partita da Kulusuk per poi preseguire a est in luoghi remoti e difficili. Che cosa l’ha spinta ad affrontare condizioni così estreme?

Certamente il nostro interesse per le specie criptiche di cui si sa poco, dunque la volontà di approfondire e cercare informazioni sullo squalo della groenlandia, di cui si conosce poco oltre alla sua longevità. Oggetto di un’intensa pesca industriale, negli anni ‘40/’50 venivano prelevati annualmente tra i 40 e i 50 mila esemplari. Oggi, non essendoci più quel tipo di pesca non è possibile fare stime, quindi mancano dati sulla numerosità della popolazione.

I due esemplari che abbiamo incontrato durante la missione hanno circa 150 e 200 anni, un’età sufficiente per essere testimoni dell’evoluzione dell’ecosistema marino e del suo progressivo inquinamento. La sua capacità di “raccontare” i cambiamenti e le trasformazioni del suo habitat, è ciò che rende questa specie di estremo interesse. Inoltre, nonostante altri paesi abbiano portato avanti indagini e ricerche sulla specie Somniosus microcephalus – come Islanda, Norvegia e Canada – ancora nessuno studio si è ad oggi concentrato sulla popolazione locale di squali nell’area di Kulusuk.

Il nostro interesse è stato dunque raccogliere informazioni da un punto di vista ecotossicologico, sullo stato di salute degli squali in questa zona, in quanto portatori delle tracce dei cambiamenti attraverso i secoli. Prevalentemente, a noi interessava capire se vi era la possibilità di osservazione degli aspetti comportamentali, soprattutto dal momento che recenti studi hanno verificato che in alcune zone più del 50% del contenuto stomacale degli squali della groenlandia è costituito da foche.

Dalle informazioni di cui si dispone oggi, si sa che lo squalo della groenlandia è un animale per così dire sornione, estremamente lento, così come il suo tempo di reazione. Eppure è in grado di cacciare animali scaltri e veloci come le foche, probabilmente, si ipotizza, approfittando dei loro momenti di riposo e abbandono. Dare una risposta certa a quella che fino ad ora è solo un’ipotesi, è certamente un forte desiderio in particolare per noi interessati da sempre agli aspetti comportamentali delle specie che studiamo.

Durante la spedizione siamo riusciti a raccogliere due campioni, certamente utili ma statisticamente scarsi. Quindi la volontà è avviare altre spedizioni al fine di raccogliere ulteriori campioni e di osservare il comportamento di questi animali, le loro tecniche di predazione così come altri aspetti. Suddetta possibilità dipenderà chiaramente dai finanziamenti che riusciremo ad ottenere tramite l’Università di Siena e il sostegno di sponsor privati.

Certamente, qualora dovessimo riuscire nell’intento, la spedizione sarà organizzata in un periodo più caldo, senza ghiaccio e in un contesto che possa permetterci di lavorare in condizioni meno estreme. Parlando con la popolazione locale, abbiamo infatti scoperto che a fine estate e in particolari condizioni è possibile osservare squali che si spingono in superficie.

  1. Come sono stati raccolti i campioni?

Dal momento che le popolazioni locali si nutrono di questi squali, la fortuna ha voluto che ci fosse consegnato un esemplare dal quale abbiamo prelevato un campione. Il secondo è invece un piccolo campione di skin biopsy, cioè è stato ricavato dalla pinna caudale di uno degli esemplari incontrati sott’acqua durante le immersioni. Grazie alle analisi di biologia cellulare che vengono realizzate oggi, bastano veramente dei microgrammi di tessuto per estrarre dati significativi. 

  1. Affrontare condizioni estreme come quelle della regione artica non è da tutti. Che tipo di preparazione è necessaria?

Spedizioni del genere non si possono assolutamente improvvisare. Bisogna essere preparati e avere una determinata esperienza alle spalle. Innanzitutto noi sub dell’equipe, abbiamo all’attivo tra le 500 e le 1000 immersioni fatte in diverse condizioni, in differenti mari e con la presenza di squali. Questo è senz’altro un primo punto importante, una conditio sine qua non per immergersi sotto le calotte di ghiaccio. 

Nel caso della Groenlandia, si aggiunge l’aspetto psicologico, in parte risolvibile grazie all’esperienza. La nostra equipe era affiancata da un’esperta istruttrice sub specializzata nelle immersioni nei ghiacci, abituata ad immergersi in Svizzera sotto la coltre ghiacciata. Nonostante questo, le durissime condizioni del luogo hanno messo a dura prova anche un’abile sub come lei. Con una temperatura esterna di -15°C, e quasi -3°C in acqua è stato davvero difficile.

La preparazione psicologica in contesti del genere è fondamentale, se non si è pronti e lucidi non è possibile calarsi. Ci si immergeva da un’apertura grande circa un metro e mezzo e spessa quasi un metro, sotto al quale si sviluppavano tra i 1000 e i 1500 metri di profondità. Collegati alla superficie con un cavo salvavita fondamentale per poter ritrovare il foro di uscita, nel momento della discesa si attraversavano i primi due metri d’acqua dove non si vedeva letteralmente nulla, a causa del mescolamento tra acqua dolce e salata.

Superato il primo strato, la visibilità diventava ottima e si apriva in effetti uno scenario davvero spettacolare. C’è poi da sottolineare che la difficoltà delle immersioni non subentrano solo nel momento stesso in cui ci si cala in acqua, anche i passaggi precedenti sono complessi e tesi. Per questo è assolutamente fondamentale saper adottare un approccio calmo e tranquillo.

Prima di entrare in acqua, per esempio, grazie alle temperature così basse e il vento gelido, era necessario inserire acqua calda all’interno degli erogatori e nell’attrezzatura per evitare che questa si congelasse nel lasso di tempo tra la preparazione e l’effettiva immersione. Quello che può accadere è che durante l’immersione si blocchino gli erogatori cosa che obbliga il sub a risalire velocemente per non incorrere nel rischio di rimanere senza aria.

In questi casi è necessario avere sangue freddo e lucidità per fare le scelte corrette e non lasciarsi prendere dal panico. Io che sono stato il primo ad immergermi non ho incontrato nessuno di questi imprevisti. Alla mia collega, la dr.ssa Reinero, è successo tutto quello che non doveva accadere. Erogatore mal funzionante, difficoltà col gav (giubbotto ad assetto variabile) e valvola rotta della tuta stagna, tutto questo indossando 12 kg di attrezzature (più 8 kg di gav).

Dopo due strattoni al cavo con cui ci ha fatto capire di essere in difficoltà, l’abbiamo tirata su noi. La dr.ssa Reinero ha mantenuto sangue freddo, ha rallentato il respiro e ha dato prova di essere davvero capace di affrontare situazioni impegnative e pericolose. Non è qualcosa che possono fare tutti; i rischi e gli incidenti sono sempre in agguato. 

  1. Come avete scelto il luogo esatto dove fare il foro per immergervi?

Ci siamo affidati alle guide locali Inuit. Abituati a pescare conoscono i luoghi dove è più facile che gli animali si avvicinino alla superficie. Il punto prescelto, che raggiungevamo con mezz’ora di motoslitta, si trovava in mezzo ai fiordi. Dal momento dell’arrivo nel punto esatto dove realizzare il foto, al momento dell’entrata in acqua passavano circa tre ore. Tre ore di vento e ghiaccio.

  1. Possiamo asserire che lo squalo della Groenlandia sia all’apice della catena alimentare nella zona artica?

Per quello che sappiamo si. Ci sono delle zone in cui si confronta con le orche o altre specie di squali, come lo squalo salmone (Lamna ditropis), un vertebrato più piccolo dello squalo della Groenlandia – può infatti raggiungere i 3 metri di lunghezza contro i 6 del cugino artico – ma che vive in acque fredde talvolta a importanti profondità. La fortuna dello squalo della Groenlandia è che privilegia grandi profondità e si spinge in spazi poco frequentati, dove le orche difficilmente si avventurano. Inoltre svolge la funzione di spazzino dei mari, grazie alla quale si nutre di carcasse spendendo così poche energie. 

  1. Pensa che potrebbero emergere altri elementi dai campioni raccolti?

Quando facciamo spedizioni le sorprese arrivano in corso d’opera o durante le analisi in laboratorio. Dell’esemplare fresco pescato dai locali, abbiamo recuperato una vertebra con l’intenzione di scoprirne l’età esatta, anche perché non sono disponibili dati sulla popolazione locale della regione di Kulusuk. In generale è difficile prevedere i risultati delle analisi ma altresì dalla spedizione stessa.

L’esempio perfetto è la nostra esperienza in Sudafrica a giugno del 2023. Non avremmo mai immaginato di assistere ad un evento così raro e unico come è stato quello dell’attacco di un singolo esemplare di orca ad uno squalo bianco . È possibile dunque che dalle analisi dei campioni raccolti possa venire fuori qualcosa che oggi non ci aspettiamo.

Un aspetto che vorremmo approfondire riguarda sicuramente le modalità di caccia, sulle quali ci sono ipotesi ma non riprese dirette. Di cosa si cibano, attraverso quali modalità e strategie predatorie. Conoscere elementi come questi è fondamentale anche ai fini della conservazione. Il problema sono i costi. La speranza è che il progetto possa trovare finanziamenti in grado di supportare gli importanti costi di una spedizione del genere.

  1. In merito a quest’ultimo punto, nota storture di qualche tipo? Cosa dovrebbe cambiare?

Il nodo fondamentale è la mancanza di risorse. Dove c’è interesse i finanziamenti arrivano: è il caso dei progetti e protocolli per la riproduzione in ambiente controllato a fini di acquacoltura di pesci ossei e molluschi. Noi, concentrandoci su specie sulle quali vi è scarsissimo interesse economico abbiamo molte più difficoltà, nonostante – va sottolineato – le indicazioni dell’UE sull’urgenza di mettere a punto il piano nazionale elasmobranchi.

Qualcosa in effetti comincia a muoversi, come alcuni progetti LIFE Europei, ma a livello generale gli studi di base per conoscere la biologia e l’ecologia degli elasmobranchi, sono lasciati alla capacità del singolo docente di reperire qualche linea di finanziamento. È un punto dolente, pur sapendo che quello degli squali è un settore di nicchia, è difficile per ricercatori e docenti reperire finanziamenti. 

  1. C’è sufficiente comunicazione tra le realtà che fanno ricerca nel suo settore?

Per quanto riguarda la difficoltà di comunicazione, ritengo sia una peculiarità del nostro paese. È doveroso ricordare d’altro canto che lo studio degli squali è abbastanza specifico, quindi noi ricercatori non possiamo contare su un numero significativo di colleghi; si pensi solo che il Centro Studi Squali è l’unico istituto italiano a dedicare il 100% della propria attività agli squali.

Quello che mi sento di dire è che manca sicuramente un coordinamento nazionale, presente invece in altri paesi, che possa facilitare in maniera strutturata e ben organizzata lo scambio di informazioni e favorire la condivisione dei progetti, delle metodologie utilizzate e delle disponibilità economiche. Esiste il gruppo di ricercatori italiani squali (branca della Società Italiana Biologia Marina) ma i responsabili sono spesso impegnati in altri progetti e concentrati su altre priorità.

Sarebbe utile ad esempio poter contare su un sito internet che raccolga tutti i progetti di ricerca finalizzati allo studio degli squali; oggi come oggi questa attività viene fatta attraverso il passaparola tra professori e non per mezzo di un coordinamento organico e strutturato.

  1. Quali sono i principali pericoli che lo squalo fronteggia e che peso ha l’attività umana sulla sua minaccia di estinzione?

Tra le principali minacce vi è il cambiamento climatico. Oggi la Groenlandia è soggetta a importanti trasformazioni, per esempio il ghiacciaio presente a Kulusuk si è ritirato di 250 metri in 20 anni, e il calcolo dei geologi porta a prevedere che in meno di 15 anni sparirà completamente.

L’aumento delle temperature porterà i ghiacci ad essere presenti nella zona per periodi sempre più brevi, cosa che alla lunga potrebbe favorire l’accesso di flotte pescherecce, cinesi ed europee. La zona insomma potrebbe diventare un’area di grande interesse di pesca che, come abbiamo detto, si è interrotta nel 1960 anche a causa delle difficili condizioni meteorologiche. Potremmo assistere ad un effetto cascata di livello notevole

  1. Perché lo squalo è così stigmatizzato?

Se si prendono in considerazione le statistiche, si capisce come l’immagine dello squalo assassino sia stata molto amplificata. Ogni anno si registrano meno di 20 attacchi mortali a livello mondiale. Delle 500 specie esistenti, solo 30 risultano potenzialmente pericolose, e tra queste le specie che lo sono effettivamente sono pochissime: squalo tigre, squalo bianco, squalo toro e squalo pinna bianca oceanico.

Il solo ippopotamo, spesso rappresentato come un animale simpatico e buffo, nella sola Sudafrica è responsabile annualmente di 20-25 decessi. L’immaginario comune attorno allo squalo, visto come il leviatano mangiatore di uomini, si radica forse nella difficoltà dell’homo sapiens di accettare la presenza di altri competitor. L’industria cinematografica poi, specialmente quella dei film trash, amplifica spesso in modo grottesco, l’idea dello squalo assassino.

Ritengo per fortuna che qualcosa stia lentamente cambiando. Le attività didattiche hanno in tal senso un ruolo fondamentale nel tentativo di scalfire la stigmatizzazione di cui è vittima lo squalo. L’importanza della didattica la vediamo anche noi ogni giorno all’interno dei nostri spazi, grazie soprattutto alla dr.ssa Valérie Barbot, responsabile didattica del CSS che ha realizzato un importante programma di visite. Annualmente formiamo fino ai 2000 ragazzi, e attraverso visite guidate e conferenze ci impegniamo a diffondere una didattica positiva e consapevole nei confronti di questo animale. 

  1. A partire dalla sua esperienza, cosa serve per realizzare una politica di conservazione efficace?

Incrementare le riserve di tutela parziale o totale, come d’altro canto suggeriscono le Nazioni Unite. Istituire aree ben controllate che diano anche la possibilità alle comunità locali di sopravvivere, nell’intento di trovare una tranquilla e positiva convivenza. Importante è incrementare le aree di protezione degli squali in modo tale da creare zone dove pescherecci e grossi battelli abbiano difficoltà a svolgere la pesca intensiva, principale responsabile dei danni nei confronti degli animali marini così come degli ecosistemi. 

Naturalmente su altri aspetti è difficile suggerire precise indicazioni dal momento che non si conoscono gli effetti del cambiamento climatico sugli squali. Quello che sappiamo è che hanno superato diverse estinzioni di massa, i dinosauri per esempio non ce l’hanno fatta! Certamente, l’istituzione di aree marine nelle quali poter garantire una conservazione mirata degli squali sarebbe ideale, ma si tratta di decisioni sovranazionali complesse.

Sarebbe già positivo, penso, poter contare sul corretto funzionamento delle aree protette in essere, cosa attualmente difficile dal momento che mancano le risorse per esercitare controlli adeguati sulle attività di pesca. Un primo passo sarebbe dunque rispettare ciò che nella teoria è già stabilito e regolato. 

Conclusione

Per noi di Nature Defence una cosa è chiara. Che la straordinaria capacità di alcune persone di non lasciarsi intimidire da ciò che non si conosce, è senz’altro foriera di vita e di evoluzione. Il racconto restituitoci dal Prof. Micarelli, che ringraziamo, ci parla anche del coraggio e della passione necessari affinché la ricerca possa colmare lacune ancora presenti. Attingendo dal mistero si seminano dubbi e si raccolgono, per certo, nuovi saperi. Magari come gli squali, riusciremo a superare indenni quei pericoli e quelle insidie costruite e plasmate dalla nostra stessa mano.

Fotografia di copertina © Marco Bebi

Chiara Moncada

Giornalista iscritta all’Ordine dal 2008, collaboro con testate e radio su attualità e cultura. Nella comunicazione da sempre, ho ricoperto vari ruoli. Dal 2020, sono copywriter e SEO Content Writer in settori come viaggi, fotografia, marketing. Nel mio blog Doricromia.com, dal 2010 unisco scrittura e fotografia, con un punto di vista unico sulle mie esperienze e studi in questi campi.

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