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Da qualche anno sto viaggiando molto spesso in Trentino. Adoro il fatto di essere in mezzo alle montagne, camminare molte ore perdendomi in mezzo alla natura. Guardare queste meraviglie e poterle raccontare attraverso i miei scatti! Come destinazione questa volta ho scelto il Parco Naturale Adamello Brenta, la più vasta area protetta del Trentino.
Dolomiti del brenta
Entrando nel parco, mi sono ritrovato nella Valle di Genova, anche chiamata Valle delle cascate, qualcosa di bellissimo che non mi sarei mai aspettato; ho percorso un bellissimo sentiero ai piedi del fiume Sarca. Tra le numerose cascate presenti, la più famosa è la cascata del Nardis, tra le più alte del Trentino, formata dal torrente Nardis che scende dalla cima Presanella che sfiora i 3560 metri s.l.m. In questa valle si raccontano molte leggende, una delle più famose risale al periodo del concilio di Trento tra gli anni 1545-1563, quando i padri fondatori decisero di cacciare le streghe e i diavoli dalla valle, dunque trasformati in roccia granitica.
Oggi possiamo vedere alcune di queste rocce lungo il percorso, alcune delle più note sono la Preda de la Luna, il Tof del mal Neò e il Tof del Diavùl. Un’ altra leggenda, forse molto più realistica, riguarda un famoso cacciatore della zona. La storia narra di Luigi Fantoma, chiamato anche il Re di Val Genova, che vissuto tra 1819 e 1896, pare abbia ucciso circa 50 orsi, 700 camosci e un alto numero di altri animali. Aiutò come guida Julius Payer, durante un’esplorazione sull’Adamello e insieme crearono la carta topografica della zona.
L’orso del Trentino
Ultimamente questa zona del Trentino è divenuta tristemente nota per gli attacchi degli orsi, come quello al giovane runner ucciso qualche mese fa in Val di Sole. Per approfondire la questione ho deciso di documentarmi parlando con la gente del luogo, cercando di raccogliere qualche commento e pensiero in merito. Quello che ho potuto capire, sono alcune precise informazioni, spesso ripetute da persone diverse:
- Non è semplice trovarsi davanti ad uno di questi super predatori;
- Sì è vero che gli orsi in questa zona ci sono, ma è altrettanto vero che gli abitanti ne sono consapevoli;
- (in ogni caso) l’80% di essi non ne ha mai visto uno;
- Può succedere che qualcuno possa imbattersi in un orso, ma considerando che si tratta di animali molto schivi e prevalentemente notturni, scelgono solitamente zone tranquille senza umani.
Ci sono anche alcune regole da seguire:
- Non lasciare mai i cani liberi e tenerli sempre al guinzaglio;
- In caso di avvistamento, non dare mai le spalle all’orso, ma allontanarsi molto cautamente.
- In caso di attacco, mettersi sdraiati a terra con la pancia in giù, intrecciare le dita delle mani dietro il collo e con le braccia proteggi il capo.
- Anche se non è affatto semplice, rimanere più fermi possibili.
- Dobbiamo sempre cercare di non urlare o fare cose insensate; tipo mettersi a correre per scappare, gli orsi sono in grado di superare i 50 km/h e va ricordato che sono ottimi arrampicatori.
L’orso bruno (Ursus Arctos) è un animale maestoso, affascinante, nei confronti del quale pochi rimangono indifferenti. Per secoli perseguitato con ogni mezzo, sulle Alpi era giunto all’estinzione. Oggi, anche grazie alla reintroduzione di 10 orsi provenienti dalla Slovenia e realizzata nell’ambito del progetto Life Ursus , avviato nel 1999 con la finalità di salvare un piccolo nucleo di orsi sopravvissuti a quella che sembrava un’estinzione inevitabile, la popolazione di orsi presente nel solo Trentino si aggira ai 100 individui.
L’orso è un mammifero appartenente alla famiglia Ursiadae, vive tra i 20 e i 30 anni, e le sue dimensioni arrivano a 250 cm con un peso che può arrivare a circa 300 kg. Diffuso in gran parte dell’Asia, del Nord America e dell’ Europa, l’orso è per lo più onnivoro; si nutre principalmente di bacche, frutti, radici, germogli. Golosissimi di miele, mangiano anche larve, insetti, formiche, pesci, uova, uccelli, caprioli, cervi, cinghiali, nonché animali domestici.
Un’altra questione aperta della zona, è senz’altro quella dei lupi, di cui si contano circa 200 esemplari solo in Trentino. A causa dei frequenti attacchi al bestiame, sui lupi si scatenano vere e proprie guerre, con manifestazioni e cartelloni, come mi è successo di vedere a Casere, uno dei paesini più a nord d’Italia con circa 87 abitanti. In quest’area la convivenza è complessa, rimane negli abitanti molta paura e si evita di passeggiare nei boschi o di portare a spasso i cani in zone fuori paese.
L’incontro con bruno

Qualche giorno dopo, mi sono recato al santuario di san Romedio, situato nella Val di Non, nel comune di Predaia. Il santuario è stato costruito nell’arco di quasi 900 anni, tra l’anno 1000 e il 1918. Costituito da cinque chiese situate su uno sperone di roccia, sono unite tra loro da una scalinata di 130 scalini, il santuario è conosciutissimo tra i pellegrini, tanto che ogni anno viene visitato da circa 200.000 persone. A prendersi cura di questa abbazia al momento sono due frati dell’Ordine di San Francesco d’Assisi.

Il santuario prende il nome da Romedio, un personaggio che visse tra il IV e il V secolo, proveniente da una famiglia ricca della Baviera che dopo un viaggio a Roma si dedicò alla chiesa, lasciandovi tutta la sua eredità. Abbandonata la sua vita precedente, si ritirò insieme a due compagni, in esilio in alcune grotte in Val di Non. La leggenda narra che un giorno Romedio, dovendosi recare a Trento con un cavallo, per salutare il vescovo della città, chiese ad uno dei suoi compagni di sellare un cavallo, ma quando il ragazzo tornò gli diede una brutta notizia: il cavallo era stato sbranato da un orso.
Allora Romedio decise di sellare l’orso, che lo condusse così fino a Trento. Arrivato davanti al santuario, faccio una piacevole scoperta, ovvero la conoscenza di Bruno. Bruno è un esemplare di orso bruno, originario dei monti Carpazi, la sua storia è molto triste. Pparte della sua vita l’ha passata rinchiuso in una gabbia, tenuto illegalmente in una casa privata a Roma, nel 2001 fu sequestrato dalle forze dell’ordine e provarono a integrarlo nel Parco Nazionale d’Abruzzo, a Pescasseroli. Dal 2013 bruno fu ospitato a San Romedio, in una casa molto più grande con circa 1 ettaro di terreno, sottostante il santuario.
Oggi Bruno ha più di 23 anni, la sofferenza in lui si nota dai suoi movimenti, però questo non lo rende meno affascinante. Negli anni nel parco sono stati ospitati vari orsi, nel 1955 arrivò l’orso Charlie grazie al conte Gian Giacomo Scotti. L’orso era cresciuto in un circo, riuscì a salvargli la vita a farlo accogliere a San Romedio, dove visse diversi anni. Diversi furono di passaggio come Orfeo e Prica, poi spostati all’Osservatorio alpino di Aprica.
Altre due Orse famose furono Cleo e Cora, nate in cattività, che passarono nel parco dell’abbazia qualche anno, poi a causa della loro vivacità e della loro dote di arrampicarsi fino in cima agli alberi, nel 2007 furono trasferite nel parco faunistico di Spormaggiore. Ed è proprio al parco faunistico di Spormaggiore che mi hanno raccontato di Charlie. Una delle responsabili del parco mi ha svelato che questo cucciolo di orso, fu salvato da un ragazzo guardiacaccia, che sentendo un ruglio proveniente da un burrone scese a guardare, e con sua bellissima sorpresa trovò un cucciolo di orso.

Da qui nacque una incredibile amicizia. Per qualche mese lui si prese cura dandogli il biberon. Diventato grande, fu costretto a rivolgersi alla struttura, all’inizio fu messo in isolamento per un periodo, soprattutto per la paura che non venisse accettato da Cora e Cleo, ma con il passare del tempo è riuscito a farsi apprezzare dai i due grandi plantigradi, anche se Charlie evita sempre i loro sguardi come forma di rispetto. Oggi Charlie è benvoluto da tutti i responsabili del parco, essendo l’attrazione principale per la sua simpatia. Corre, salta e fa innamorare qualsiasi qualsiasi visitatore passi da qui.
Haflinger di Strembo
Durante il mio viaggio mi sono imbattuto in una scultura molto particolare fatta con gli scarti di legno: l’Haflinger di Strembo, dello scultore Marco Martello in arte Martalar . La scultura rappresenta il cavallo di legno più alto d’Europa ed è realizzata con più di duemila pezzi di radici di larice. Un omaggio alla bellissima razza di cavalli, che un tempo veniva utilizzata per il lavoro nei campi e per il trasporto del legname. Martalar è uno scultore veneto molto rinomato, diventato famoso grazie al suo drago collocato in zona Lavarone (da poco bruciato).
Le sue opere, sono derivate dal disastro di Vaia, dove nel 2018 si è abbattuta una tempesta che ha abbattuto un totale di oltre 42 milioni di alberi in tutte le Dolomiti. La sua prima opera fu il leone alato, per simboleggiare Venezia, poi esposta definitivamente a Jesolo. L’Haflinger è una razza di cavallo tipica del Trentino, in alcune zone possiamo vederli anche liberi, quasi allo stato brado, come può accadere di vederli in Val di fumo. Ed è lì che il giorno seguente mi sono diretto.

Val di Fumo
Questa spedizione non è iniziata nei migliori dei modi, arrivato alla prima diga, la diga di Boazzo, si trova un’altra suggestiva cascata, la cascata di Leno. In fondo alla diga trovo la strada chiusa, che non mi permette di proseguire, ma non mi scoraggio e dopo aver parcheggiato la macchina decido di incamminarmi. Dopo circa due ore intense di passeggiata su strada asfaltata, dinanzi a me, si alza, una struttura altissima. Con una altezza di circa 80m, a quota di 1790 m si trova la maestosa diga di Bissina, la cui capacità d’acqua è di circa 60 milioni di metri cubi d’acqua.
Dopo aver fatto un riposino e aver pranzato, sono ripartito, dopo altre due ore sono arrivato in val di fumo. Mi sono subito reso conto che l’atmosfera era diversa, la bellezza di quel paesaggio era indescrivibile, dava una suggestione particolare, sembrava quasi di essere in un paesaggio canadese. Immerso in questa splendida cornice, prende vita il lago di malga Bissina, che benissimo si fonde con l’unicità del paesaggio. Il percorso si estende poi per circa 30 km di sterminata e indescrivibile natura selvaggia.
Una volta superato il lago mi sono trovato dentro un’avventura piena di emozioni, dopo aver fatto qualche passo ho avvistato in lontananza un Capriolo (Capreolus capreolus). L’ ungulato, nonostante fossi molto lontano, ha notato quasi subito la mia presenza allontanandosi poco dopo, lasciandomi però il tempo di scattare qualche foto. Continuando, mi sono ritrovato di fronte una bellissima cascata, da dove ha inizio la Val di Fumo.
Intrapresa la strada di sinistra dei due percorsi possibili, ho attraversato il fiume superando il ponte di legno, per poi ritrovarmi in una zona completamente piena di neve. Dopo aver affrontato i primi chilometri, data la quantità impressionante di neve, non riuscivo più a camminare. Per uscire dalla neve ho dovuto sforzarmi parecchio. A quel punto il tempo è cambiato ed è iniziato a piovere. Proprio in quel momento mi sono reso conto che dall’altra parte del fiume qualche animale stava cercando di cacciare dentro una tana dalla quale poi è uscita una volpe (vulpes vulpes) di un colore rosso spento.
In quel momento sono riuscito a montare il mio teleobiettivo e ho scattato qualche foto, la volpe continuava a girare lungo la zona circostante, finché non ha cominciato la sua corsa su verso la montagna. Con molta felicita, tanta fatica e 5 ore di camminata intensa, sono riuscito ad arrivare alla malga Val di Fumo, anche se chiusa, mi sono fermato sotto il porticato aspettando che la pioggia passasse. La malga è una struttura, in legno o murata, usata dai pastori, durante la transumanza, viene utilizzata circa 6 mesi l’anno, e serve anche come deposito del latte e di vari attrezzi; è un alloggio utile al pastore in quei mesi lontano dal mondo. Dopo circa 28 km e 10 ore di camminata intensa, ho impresso indelebile la bellezza di quel paesaggio.
Conclusione
Dopo questo viaggio mi sono trovato travolto da emozioni incredibili, racconti bellissimi, paesaggi che mi hanno lasciato senza fiato. Anche se ero partito con l’intenzione di scalare il monte Adamello, ho dovuto rimandare l’impresa a causa delle perturbazioni che hanno colpito il Trentino nei giorni di mia permanenza. Porto con me qualcosa di unico, qualcosa che mi racconta di quanto sia grande il mondo e quanto piccoli noi. Ci saranno sempre storie che rimarranno nel cassetto, altre si sbiadiranno con il passare del tempo, altre ancora serviranno per insegnare qualcosa a chi avrà l’interesse di ascoltare.
Ringrazio lo scultore Martalar e la sua storia, che mi ha accompagnato in questo viaggio nel cuore delle Dolomiti, grazie anche alle storie degli animali incontrati, come il piccolo Charlie, il mastodontico Bruno, la piccola volpe e soprattutto grazue ai nuovi e vecchi amici che ho incontrato nel corso di questa avventura.
Foto di copertina © Franco Simone Baldi Dolfi.


