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La Giornata Mondiale dell’Ambiente, celebrata ogni anno il 5 giugno, è una delle iniziative di sensibilizzazione ambientale più significative a livello globale. È stata istituita durante la Conferenza di Stoccolma delle Nazioni Unite che si è tenuta dal 5 al 16 giugno 1972 e ha visto i Paesi del Mondo riunirsi per discutere sulle questioni ambientali e sulle azioni per la risoluzione dei problemi del pianeta. Il tema del 2024 , promosso dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) è:”Restaurazione del suolo, lotta alla desertificazione e resilienza alla siccità”. Secondo noi di ND è un’importante occasione per affrontare la tematica delle specie alloctone invasive, considerata una minaccia per la biodiversità e la salute degli ecosistemi.
Le Piante Invasive “affondano le radici” nella piaga…della siccità
Le piante alloctone, ossia non native di un determinato areale, vengono considerate invasive quando alterano la nicchia ecologica in cui si diffondono, generando squilibri nell’habitat di riferimento e, nei casi più gravi, causando danni irreversibili all’ambiente. Questi possono includere la sostituzione completa delle specie autoctone o l’utilizzo di meccanismi che, se da un lato riflettono il successo evolutivo di alcune specie che sviluppano caratteristiche peculiari che le rendono più resistenti e adattabili, dall’altro possono impoverire i suoli e peggiorare il loro stato di conservazione. Questo fenomeno può anche avere un impatto negativo sulla resilienza dell’ecosistema alla siccità.
Gli ecosistemi particolarmente indeboliti, come quelli che hanno subito stress ambientale o disturbi antropogenici come l’urbanizzazione intensiva o la deforestazione, sono gli ambienti in cui il problema della siccità può generare vere e proprie catastrofi umanitarie. L’azione delle piante invasive può, in questi contesti, peggiorare ulteriormente la situazione, accelerando il degrado del suolo e diminuendo la capacità degli ecosistemi di mitigare gli effetti delle siccità e dei fenomeni meteorologici estremi. La combinazione di queste pressioni può avere gravi conseguenze per la sicurezza alimentare, la salute pubblica e il benessere delle comunità locali, evidenziando l’importanza di adottare strategie di gestione e conservazione degli habitat per affrontare la complessa interazione tra suolo e associazioni di piante proprio come affrontato in Arabia Saudita, eletta come ospitante della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2024.
Come vengono diffuse le piante invasive?

Molteplici sono i vettori che facilitano la diffusione delle piante alloctone contribuendo ad arricchire il patrimonio floristico di un determinato territorio di piante non native. È fondamentale, in tal senso, comprendere quali sono le dinamiche e i fenomeni che alimentano queste contaminazioni al fine di poter, esclusivamente dopo, comporre un pacchetto d’azioni concrete, efficaci alla riduzione delle conseguenze catastrofiche.
Il commercio di piante ornamentali è sicuramente uno dei principali vettori che contribuisce alla diffusione di specie non native tanto che in letteratura si parla proprio di “invasione biologica ” per motivi estetici. È spesso infatti l’esclusivo gusto ornamentale e la resa estetica in termini di giardinaggio a prevedere, talvolta, massicce importazioni dall’esterno di esemplari per arredare giardini ed aree a verde. Sono queste le motivazioni che portano sempre di più i decisori politici a porre divieti alla circolazione di materiale vegetativo, specie transfrontaliera.
La disseminazione accidentale entra in gioco quando semi e organi di propagazione delle piante (germogli, polline, etc.) vengono involontariamente trasportati e può, ad esempio accadere lungo gli spostamenti dei mezzi e le macchine agricole da un sito all’altro per successive lavorazioni di campo o poiché finiti all’interno di utensili, indumenti. Questo accade anche durante il turismo e la circolazione di persone e merci. La stiva di un aereo o un container può divenire quindi una modalità tramite la quale le piante invasive possono colonizzare i luoghi del mondo.
Alcune attività agricole e forestali possono anche facilitare la diffusione delle piante invasive. Così, l’introduzione di nuove colture o la gestione delle foreste attraverso il rimboschimento con specie non autoctone possono creare opportunità per la diffusione delle piante invasive. Alcune pratiche agricole, come il pascolo eccessivo, possono disturbare il suolo e favorire l’insediamento di specie invasive le quali, spesse volte, acquisiscono caratteristiche tali da rendere l’erba e il suolo poco invitanti per il bestiame.
Portano la bandiera della penisola, infine, alcuni casi di naturalizzazione di specie alloctone, come varie cultivar di agrumi, che sono state diffuse tramite l’acclimatazione in Orti Botanici o istituti di ricerca. In questi contesti si opera chirurgicamente e ogni introduzione passa attraverso opportuni procedimenti all’interno di protocolli scientifici ponderati. È il caso di ceppi alieni utilizzati in concomitanza di interventi di ingegneria naturalistica (come la stabilizzazione di versanti acclivi).
Alcune Piante Invasive tra le più “famose” in Italia e il loro ruolo nella degradazione del suolo

Il Pennisetum setaceum, comunemente noto come erba pennacchiuta o penniseto, è una pianta originaria dell’Africa e dell’Asia che si è diffusa ampiamente in Italia sulla scia dell’imitazione del “giardino all’americana” o i principi della giardineria arida e semi-arida. Questa pianta è nota per la sua capacità di colonizzare rapidamente e formare fitte colonie, competendo con la vegetazione nativa per le risorse del suolo e aumentando il rischio di erosione degli orizzonti più superficiali. È dotata di radici profonde e fibrose che le permettono di penetrare nel terreno e di accedere a risorse idriche e nutrienti in profondità a scapito delle altre piante.
L’Ailanthus althissima, conosciuto anche come albero del paradiso, è originario dell’Asia orientale ma è diventato invasivo in molte parti del mondo, compresa l’Italia. L’Ailanthus è una pianta molto resistente e aggressiva che può soppiantare la vegetazione nativa, contribuendo alla perdita di biodiversità e alla degradazione del suolo. Ha un sistema radicale esteso e robusto che gli consente di adattarsi a una varietà di condizioni del suolo e di sopravvivere in ambienti disturbati. Le sue radici possono anche rilasciare sostanze chimiche che inibiscono la crescita delle piante circostanti (allelopatia) conferendogli un vantaggio competitivo.
Questo albero è noto per la sua resistenza a una vasta gamma di condizioni ambientali, compresi terreni poveri di nutrienti, pH del suolo variabili e inquinamento atmosferico. I suoi semi sono dotati di ali che consentono loro di disperdersi facilmente con il vento, aumentando così la loro capacità di raggiungere e colonizzare nuovi territori. Inoltre, l’ailanto è noto per la sua rapida crescita, oltre la capacità di rinnovare rapidamente la biomassa e, per questo, in grado di sopportare incidenti, mutilazioni e tagli cesori drastici ad opera dell’uomo.
La Robinia pseudoacacia, comunemente nota come acacia bianca confusa con la Mimosa, è una specie originaria del Nord America che è stata introdotta in Italia e si è diffusa rapidamente. È nota per la sua capacità di formare, in pochissimo tempo dalla comparsa dei primi germogli, foreste dense e monospecifiche, alterando gli ecosistemi locali e impoverendo il suolo attraverso il rilascio di sostanze chimiche tossiche nelle radici e nelle foglie. Questa pianta ha radici superficiali ma dense che possono formare uno strato compatto nel terreno, ostacolando la crescita delle piante concorrenti.
Inoltre, le radici della robinia possono fissare l’azoto dall’aria, fornendo alla pianta un vantaggio nutrizionale in ambienti poveri di nutrienti. Si tratta di una pianta che è resistente all’inquinamento atmosferico in grado di tollerare livelli elevati di inquinanti come l’ozono troposferico e l’anidride solforosa. Le sue radici superficiali e dense le consentono di competere efficacemente con altre piante per le risorse del suolo, mentre la sua capacità di fissare l’azoto atmosferico le fornisce un vantaggio nutrizionale durante i primi stadi di crescita.
Il Carpobrotus edulis, conosciuto anche come pianta del ghiaccio o fico degli ottentotti, è originario del Sudafrica ma è diventato invasivo lungo le coste italiane. Questa pianta forma fitti tappeti vegetali che soffocano la vegetazione nativa e compromettono la stabilità del suolo, aumentando il rischio di erosione costiera. È resistente alla siccità e tollerante ai suoli salini, rendendola capace di colonizzare con successo le dune sabbiose e le scogliere costiere. Inoltre, il Carpobrotus può assorbire metalli pesanti dal suolo e accumularli nei suoi tessuti, contribuendo alla decontaminazione dei terreni inquinati.
L’Arundo donax, comunemente nota come canna comune, è originaria dell’Asia ma è diventata invasiva in molte regioni del mondo, inclusa l’Italia. Questa pianta forma dense colonie lungo i corsi d’acqua e nelle aree umide, alterando gli habitat naturali e aumentando il rischio di erosione del suolo. La canna comune ha radici fibrose e profonde che le permettono di sopravvivere in terreni umidi e instabili. Le sue radici possono anche contribuire alla stabilizzazione del suolo lungo i corsi d’acqua e nelle zone costiere, ma la sua crescita rapida e aggressiva può portare alla formazione di densi canneti che soffocano la vegetazione nativa. L’Arundo è in grado di rigenerarsi rapidamente da frammenti di stelo o radici danneggiate, facilitando la sua propagazione e la sua sopravvivenza in ambienti disturbati.
Conclusione
Eventi di una tale risonanza mediatica, come la Giornata Mondiale per l’Ambiente, sono sicuramente occasioni nelle quali è possibile piantare il seme della consapevolezza. È bene quindi approfittare di ogni occasione di dialogo tra i vari rappresentanti e decisori politici di Stati, paesi e Istituzioni affinché sia presto collaudato un approccio multidisciplinare che coinvolga tutti i portatori d’interesse a riflettere sulla necessità di mettere a punto una linea d’azione globale al fine di implementare misure di prevenzione e controllo rigorose, regolamentare il commercio di piante ornamentali, migliorare le pratiche agricole e forestali, e sensibilizzare la popolazione sui rischi associati alla diffusione di specie non native.
Dopo tutto, come recita lo slogan di quest’anno, “Our land. Our future. We are #GenerationRestoration”. Solo attraverso sforzi collettivi e una gestione responsabile possiamo assicurare un futuro resiliente e prospero per le generazioni a venire.


