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Non solo deforestazione: nella foresta amazzonica siccità, incendi, perdita di biodiversità e sfruttamento delle risorse colpiscono duramente e finiscono sotto la lente della comunità scientifica internazionale anche per il potenziale impatto sugli equilibri ecologici globali. Uno studio scientifico pubblicato su Nature getta luce sul tema del degrado ambientale nell’area e sulle possibili soluzioni.
Un sistema complesso
Il sistema amazzonico è una rete complessa di specie, ecosistemi e culture umane. La sua salute è essenziale per il benessere del pianeta, grazie al ruolo che la foresta svolge negli equilibri idrici globali, alla sua capacità di sequestrare anidride carbonica e rilasciare grandi quantità di ossigeno, e al suo contributo alla biodiversità globale. Per più di 60 milioni di anni, l’Amazzonia ha mostrato una straordinaria resilienza ai cambiamenti climatici e agli stress ambientali. Ma negli ultimi decenni, la regione è stata esposta a pressioni senza precedenti: un pericoloso mix di siccità estrema e ondate di calore, deforestazione, inquinamento e incendi, che affliggono persino il cuore vergine della foresta.
Lo studio
Uno studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori e pubblicato sulla rivista Nature a febbraio 2024 ha stimato che entro il 2050 dal 10% al 47% del territorio amazzonico potrebbe essere affetto da “interferenze” gravi. Questi disturbi, definiti in ecologia come quei cambiamenti delle condizioni ambientali potenzialmente in grado di compromettere o modificare in modo significativo gli ecosistemi, potrebbero innescare scenari inaspettati ed esacerbare il cambiamento climatico, riducendo l’efficacia della foresta nello svolgere la sua azione regolatrice sul clima.
Per correre ai ripari sarà importante, in particolare, verificare l’esistenza di quei punti critici – oltre i quali si innescano meccanismi a cascata difficili da controllare – e di “non ritorno” – a seguito dei quali può verificarsi un collasso ambientale. Quando le condizioni di stress raggiungono livelli molto elevati, infatti, alcuni ecosistemi possono modificare gradualmente il loro stato di equilibrio fino ad assestarsi, mentre altri possono spostarsi bruscamente verso uno stato diverso, non sempre ottimale e spesso con conseguenze a cascata, inattese e difficili da prevedere.
Eventi estremi e siccità
- Riserve idriche a rischio
La foresta amazzonica si comporta come uno scrigno di riserve idriche: il bacino del Rio delle Amazzoni custodisce infatti il 20% dell’acqua dolce globale, mentre oltre il 50% delle precipitazioni in area sudamericana è direttamente riconducibile a meccanismi chimici di scambio che si verificano in territorio amazzonico. Questo apporto di umidità è vitale per la prosperità dei biomi sudamericani, specialmente in regioni che, in mancanza di questo legame, si troverebbero ad affrontare un tasso di aridità molto più elevato. La crescente variabilità delle precipitazioni, tuttavia, sta portando al verificarsi di periodi di siccità molto più frequenti e prolungati in tutta l’Amazzonia (i quali si alternano spesso a eventi climatici estremi di breve durata, come alluvioni e tempeste di vento).
Come abbiamo avuto modo di sottolineare, l’Amazzonia è un sistema complesso e interconnesso. In questa rete di dinamiche diverse, alcuni attori giocano un ruolo di punta e influenzano maggiormente gli altri elementi dell’insieme: il territorio della cosiddetta Amazzonia legale, ovvero la porzione di foresta afferente al Brasile, ad esempio, è il maggiore “fornitore di precipitazioni” del Sud America e influenza, così, anche lo stato di salute di altre aree. Il tasso di precipitazioni annuali totali nei territori amazzonici di Bolivia, Perù, Colombia ed Ecuador è largamente influenzato dai meccanismi idrici interni alla porzione brasiliana.

- Siccità
Secondo lo studio, quando le precipitazioni scendono al di sotto dei 1.000 mm annui l’ecosistema amazzonico può divenire vulnerabile e soggetto a conseguenze più gravi in caso di disturbi. Per gli ecosistemi delle pianure alluvionali, che costituiscono circa il 14% del bioma forestale, la soglia critica è stata fissata a 1.500 mm di precipitazioni annuali. Il limite sicuro per l’intera foresta è intorno ai 1.800 mm l’anno. La soglia critica per la durata della stagione secca è pari a 7 mesi, con limite ideale (e sicuro) intorno ai 5 mesi.
La durata dei periodi secchi, in cui le precipitazioni si fanno scarse o completamente assenti, si sta tuttavia intensificando in tutta la regione. Si stima che entro il 2050 il numero di giornate consecutive di siccità potrebbe aumentare di 10-30 giorni annui.
Riscaldamento globale e perdita di biodiversità

Secondo i modelli elaborati dallo studio, nei prossimi decenni il riscaldamento globale potrebbe causare cambiamenti significativi nelle condizioni climatiche dell’Amazzonia. Entro il 2050, l’aumento delle temperature massime annuali potrebbe raggiungere i 2-4 °C (a seconda dello scenario, più o meno ottimista, sulla riduzione del tasso di emissioni di gas serra globali), esponendo la foresta a uno stress senza precedenti. L’aumento delle temperature potrebbe agire innanzitutto sul bioma, riducendone la capacità di sequestrare CO2 ed emettere ossigeno e compromettere inoltre la resilienza di molte specie arboree, con conseguenze a lungo termine anche sulla fauna locale.
In uno scenario ad alte emissioni, la perdita stimata di biodiversità potrebbe raggiungere il 40% del totale. Per evitare lo scenario peggiore, sarà dunque essenziale tenere fede agli impegni stabili nel 2016 in occasione dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici , il quale ha definito una serie di misure atte a prevenire superamento della linea rossa dell’aumento della temperatura globale pari a 1 grado e mezzo (cifra che corrisponde anche al limite di sicurezza per la salute della foresta amazzonica).
Sfruttamento del territorio e delle risorse
Lo studio stima che circa il 17% del territorio amazzonico subisca oggi gravi disturbi causati da attività umane. Tra queste, le più impattanti sono l’allevamento di bestiame e le monocolture (includendo nel computo anche l’inquinamento e gli effetti nocivi di diserbanti e fertilizzanti), le quali influenzano negativamente l’ambiente non solo quando si trovano all’interno della foresta ma anche quando sono poste lungo i suoi confini, e che spesso si legano al fenomeno degli incendi dolosi, utilizzati per “fare spazio” ed espandere le attività di sfruttamento.
Se si sceglie di inserire nell’analisi anche il degrado indiretto legato alla siccità e ai suoi impatti (pertanto, gli effetti dell’azione dell’uomo sul clima), il 38% dell’Amazzonia risulta sotto stress per cause dovute ad attività di natura antropica. Inoltre, le infrastrutture stradali che attraversano la foresta, sempre più diffuse, rappresentano un vantaggio per chi si dedica allo sfruttamento illegale delle risorse, dai tagliatori di legname ai cercatori d’oro, metalli preziosi e terre rare, i quali, edificando e gestendo miniere e impianti per l’estrazione, concorrono all’inquinamento dei suoli e delle riserve idriche. Il tasso di interferenza in molte aree supera ormai quello di recupero naturale della foresta.
Perdita di cultura amazzonica
L’Amazzonia ospita più di 40 milioni di persone, tra cui oltre 2 milioni di indigeni appartenenti a oltre 300 etnie diverse. Secondo i ricercatori, le popolazioni native e le comunità locali potrebbero subire gravi danni dalla compromissione della salute di sempre più ampie porzioni di foresta. Il degrado dei territori impatta le comunità locali soprattutto in termini di disponibilità di mezzi di sussistenza, cambiamento degli stili di vita e perdita di competenze e tradizioni che potrebbero rivelarsi preziose: l’esperienza millenaria delle popolazioni del luogo potrebbe infatti rivelarsi di fondamentale importanza per la ricerca globale di soluzioni e strumenti per una corretta gestione delle risorse naturali.
La gestione indigena dell’Amazzonia ha finora permesso agli ecosistemi pluviali di prosperare: creando nuove nicchie culturali e sviluppando diversi usi di piante medicinali e commestibili, le comunità umane hanno parzialmente modificato la flora locale, aumentando, nel tempo, la consapevolezza sul ruolo delle diverse specie e la sicurezza alimentare dell’area, anche durante i periodi di cambiamenti climatici estremi. La costruzione di strade e l’espansione dei trasporti, la perdita di cultura ecologica (spesso legata all’estinzione delle lingue locali), la sparizione di saperi tradizionali e conoscenze, rappresentano una grave minaccia per il potenziale di resilienza della foresta.
Minacce alla resilienza della foresta

La foresta amazzonica costituisce l’habitat di oltre 15.000 specie arboree, molte delle quali rare e ancora sconosciute. Un ettaro di Amazzonia può contenere più di 300 specie di alberi. L’alta concentrazione e il gran numero di specie sono essenziali per mantenere l’ecosistema (insieme ai servizi ecosistemici a esso correlati) forte e adattabile. La resilienza complessiva della foresta è sostenuta da meccanismi di complementarità, che agiscono in sinergia per aumentare lo stoccaggio di CO2. Diversità e varietà genetica accelerano, inoltre, il recupero a seguito di disturbi importanti e aumentano l’adattabilità della vegetazione alle variazioni climatiche e in particolare la resistenza alla siccità.
L’ “adattabilità dell’ecosistema”, tuttavia, ovvero la sua capacità di riorganizzarsi e persistere di fronte ai cambiamenti ambientali, è soggetta a numerose pressioni. La capacità di reagire ai disturbi più estremi, osservata attraverso il confronto tra i dati satellitari registrati nel tempo, appare in generale diminuzione dall’inizio del secolo a oggi.
Foreste secondarie e specie invasive
In caso di disboscamento, nelle regioni più “stabili” dell’Amazzonia (specie dove le precipitazioni annue superano i 1.800 mm) la copertura forestale si ripristina entro pochi anni o decenni. Tuttavia, non sempre il funzionamento della foresta viene ristabilito in tutti i suoi meccanismi: questi possono impiegare decenni o persino secoli per riprendersi da uno stato di degrado. Circa il 30% delle aree precedentemente deforestate è costituito da foresta secondaria (che copre oggi circa il 4% del bioma amazzonico), ovvero di foresta disturbata, la quale presenta minore copertura di vegetazione, con piante più giovani, alberi dalle chiome meno sviluppate, minore biodiversità e resilienza. Un ulteriore 38% del bioma forestale, danneggiato da siccità ed incendi, presenta impoverimento dei suoli e stress idrico.
Può poi accadere che un’area di foresta, precedentemente deforestata o incendiata, permanga in uno stato di degrado a causa della diffusione di piante opportuniste, la cui espansione potrebbe compromettere gravemente il “funzionamento” dell’Amazzonia in futuro. Ad esempio, le foreste di Vismia sono comuni nei vecchi pascoli abbandonati gestiti con il fuoco (e la loro diffusione va a scapito di altre specie arboree, più funzionali alla cattura di anidride carbonica e alla salute dei suoli). Anche le foreste di liane si espandono con l’aumento dell’aridità dei suoli e la diffusione di fertilizzanti, mentre le foreste di bambù di Guadua, invece, più comuni nell’Amazzonia meriodinale, si diffondono su terreni aridi, causando danni fisici alle radici degli alberi.
In zone più interne, dove le pianure alluvionali sono state ripetutamente disturbate dagli incendi, il suolo della foresta (prima argilloso e umido) diviene bianco e sabbioso, favorendo l’insediamento di alberi della savana e piante erbacee.
Affrontare il degrado
Sebbene alcuni modelli siano scettici sull’ipotesi di un collasso su larga scala della foresta amazzonica entro questo secolo, lo studio suggerisce che le sinergie tra diversi disturbi (ad esempio, tra la siccità estrema e gli incendi) potrebbero innescare eventi inaspettati e difficili da contenere. Le conseguenze della perdita della foresta amazzonica, o anche solo di parti di essa, sarebbero drammatiche. Per poter elaborare nuove soluzioni efficaci, occorre innanzitutto agire sul miglioramento dei meccanismi di controllo e monitoraggio.
Un passo necessario è rappresentato dall’aggiornamento dei modelli ESM (Earth System Model) che integrano informazioni atmosferiche e dati sulla salute delle acque e dei suoli, per stimare stato di salute dell’area e simulare in modo sempre più accurato cosa accade all’interno degli ecosistemi. Per ora, la maggior parte degli ESM non simula una copertura vegetale dinamica e la vegetazione stessa è rappresentata sulla base di poche specie. Eppure, in un ambiente per definizione eterogeneo e dinamico, è proprio la diversità genetica e di specie a giocare un ruolo chiave.
Conclusione
Valorizzare e conservare la naturale resilienza del sistema delle foreste pluviali nei prossimi decenni dipenderà da una combinazione di sforzi locali (e in particolare da parte di istituzioni e governi, comunità indigene, enti commerciali e per lo sviluppo) e globali (i cui attori dovranno impegnarsi nel promuovere il rispetto degli obiettivi di stabilità climatica, la riduzione delle emissioni, la diffusione di una maggiore saggezza nell’utilizzo delle risorse e l’aumento dei fondi disponibili per la ricerca scientifica) al fine di monitorare il problema, applicare soluzioni efficaci e porre fine al degrado, garantendo il ripristino degli ecosistemi coinvolti.
Foto di copertina © Giulia Niero.


