Vincitore di vari premi internazionali, tra cui il premio Oscar nel 2006 per il miglior documentario, narrato nella versione italiana da Rosario Fiorello, che sostituisce Morgan Freeman (Seven, Non è mai troppo tardi) nella versione inglese, “La marcia dei pinguini” (2005) rappresenta uno sguardo dettagliato e sensibile verso la storia unica del cammino insidioso che un nutrito gruppo di pinguini imperatore deve affrontare per riprodursi in Antartide .
Lo spettatore è chiamato ad emozionarsi e sperare attraverso la visione di questo viaggio così difficile quanto ricco di resistenza e coraggio da parte di queste creature così dolci e affascinanti.
La marcia dei pinguini. Trama.
Le favole più belle iniziano con -“C’era una volta…”- ed anche qui, tra i ghiacci dell’Antartide, inizia la storia di un grande gruppo di pinguini imperatore provenienti dai quattro angoli del Polo, che affrontano il cammino più lungo della loro vita, ritrovandosi ogni anno nello stesso giorno e nello stesso posto, per iniziare una vera marcia, lunga diversi giorni, verso una meta precisa.
Una necessità naturale che li spinge a raggiungere il luogo in cui tutti sono nati, posto dove avrà inizio il loro accoppiamento e la loro successiva riproduzione, il tutto non senza difficoltà, dolorose perdite o insuccessi.
Nel blu del gelido ghiaccio.
Potremmo iniziare la nostra disamina cantando la canzone di Modugno “Nel blu dipinto di blu”, perchè è proprio il colore blu, offerto in diverse gradazioni e intensità sia dalla luce del giorno che dal calare della notte, a presentarsi quale tratto distintivo della narrazione.
Il blu, appunto, è il secondo colore protagonista della pellicola dopo, ovviamente, il bianco dei ghiacciai.
Lo spettatore non potrà non notare, fin dalle prime immagini, favolosi blocchi di ghiaccio le cui strisce blu cobalto avanzano con insistenza verso la sua visione, oppure distese ghiacciate che, al tramonto, si colorano di indaco e, ancora, pennellate di blu nascoste sotto la faccia più buia delle fredde pareti dei ghiacciai posti sotto il sole cocente.
Perciò, raramente vedremo colori diversi, togliendo la livrea nera e gialla dei pinguini o qualche ammasso di pietre scure.
Il film è totalmente immerso nel blu, un blu che si fa spettacolare quando accompagna la lunga carovana a piedi o strisciante sulla pancia, o che diventa angoscioso quando il buio copre le gelide notti di tormenta.
Il blu modella, il blu meraviglia, il blu accompagna questa immensa avventura come fosse la coperta di Linus, una mascotte sempre presente, il cui compito è quello di guidare lo sguardo verso gli immensi spazi ghiacciati che questi animali devono attraversare.
Tale distinzione cromatica diviene fondamentale, perchè permette a coloro che guardano di immedesimarsi in un continente che solo pochi eletti, per scelta o per passaggio forzato, hanno potuto vedere con i propri occhi, per aiutare a non considerarlo piatto o sterile, ma magnifico nelle sue strutture naturali e non contaminate, dove Madre Natura ha potuto lavorare a lungo in tutti questi secoli.
A spezzare questo continuun cromatico sono proprio i gruppi di pinguini che si muovono fra ombra e luce, elemento che aiuta lo spettatore ad inquadrare i pinguini protagonisti della pellicola. La luce del sole, soprattutto quella arancione del tramonto, ci dona invece delle vere e proprie immagini da sogno.
Particolarmente belle sono le immagini provenienti dal fondo degli abissi, dove le femmine di pinguino imperatore si immergono per predare i pesci. Qui, la distinzione tra luce ed ombra è faticosa ai nostri occhi, ma diviene sublime negli attimi in cui essa affonda nell’acqua, sottolineando sculture di ghiaccio subacquee in modo assolutamente emozionante.
Nello scorrere della storia, quindi, vengono mostrati ambienti che non è possibile non considerare “disegnati”, come un acquerello perenne che ci parla di freddo, silenzio e condizioni di vita ostili che aiutano a valutare gli abitanti di questo “pianeta lontano” qual è l’Antartide, quali orsi polari, pinguini, foche eccetera, come veri eroi assolutamente da ammirare.
Regia, emotività ed empatia.
Il cineasta francese Luc Jacquet (La volpe e la bambina, Viaggio al polo sud) ha concentrato il suo interesse su queste meravigliose creature dopo un inverno trascorso in Antartide.
Ex biologo e fondatore della società Wild-Toch (la cui missione è quella di preservare la natura anche attraverso gli stessi film di Jaquet), abbiamo imparato a conoscerlo nel nostro Paese non solo per questo progetto ma anche per un’altra pellicola, stavolta ambientata in Abruzzo – “La volpe e la bambina” (2007) – dove le sue caratteristiche operative ci risultano oramai familiari.
Per prima cosa, nei film di Jaquet è sempre presente la figura della voce fuori campo, ovvero il narratore; abbiamo già detto che ne “La marcia dei pinguini” tale figura è stata affidata a Rosario Fiorello, mentre ne “La volpe e la bambina” la vicenda è stata narrata dall’attrice Ambra Angiolini.
Inoltre, la sua regia punta ai sentimenti e all’immedesimazione dello spettatore con la situazione presentata, che non riguarda tanto l’uomo quanto l’animale stesso.
In “La marcia dei pinguini” tale regia intimistica permea ancora di più tutto lo scorrere della storia.
Jacquet deve provare un amore particolare per queste creature perché, soprattutto nei primi piani, egli cerca di farci notare non solo la bellezza delle caratteristiche fisiche dei pinguini come, ad esempio, il piumaggio, soprattutto la loro bellezza interiore.
Infatti, passando dalle immagini corali ad alcune più ravvicinate, vengono inquadrate le espressioni, gli occhi lucidi dei protagonisti immersi nella moltitudine delle situazioni che si avvicendano, specialmente quelle più delicate.
Così, viene mostrato un libro aperto, visivo ed empatico sul loro universo emozionale che comprende diversi stati d’animo, dalla tenerezza alla caparbietà, dalla simpatia al fallimento, una carta illustrata e sensibile, ottenuta con scrupolosa immedesimazione nella loro vita.
Il cineasta premio Oscar ama la natura e vuole farla amare a sua volta, cercando di imprimere nello spettatore un senso profondo di rispetto che si deve a tutte le creature viventi, rispetto che non può essere perpetrato se non attraverso l’empatia verso tutto ciò che è vivo.
Fotografia, i contrasti cromatici.
I direttori della fotografia Laurent Chalet e Jérôme Maison, sapientemente guidati dal regista, decidono di aiutarci ad entrare nel mondo di questi fantastici animali tramite, come abbiamo detto in precedenza, il gioco dei contrasti cromatici, e adottando un’alternanza sapientemente studiata di primi piani, scene corali e viste panoramiche, in stile National Geographic.
Fin dall’inizio, infatti, l’inquadratura dei protagonisti non viene mai staccata dal contesto, se non fosse per alcune scene in movimento o altre riguardanti alcuni esemplari specifici.
Troviamo pinguini imperatore, soli o in compagnia, immersi nella luce del mattino e vicini alle ombre blu dei ghiacciai, ma ciò accade anche nelle scene di gruppo, dove il ricorrente contrasto tra la loro schiena scura e la “plasticità” acquerellata del ghiaccio pone loro come soli soggetti dell’interesse dello spettatore.
In sostanza, l’inquadratura punta a soggetti fermi a cui altri pinguini fanno da sfondo per descrivere visivamente la situazione e, con la medesima tecnica, anche quelli in movimento vengono incorniciati da altri gregari immobili, permettendo ad entrambe le situazioni di avere il loro protagonista principale.
Magnifiche sono le scene corali, in particolare quelle dove i maschi fanno corpo fra di loro per ripararsi dal gelido vento della bufera, immagini spettacolari in cui il taglio fotografico permette di immedesimarsi in questo grande tappeto rumoroso costituito dalle teste dei protagonisti e coperto di neve gelata.
I pinguini chiacchierano!
Chi ha avuto occasione di vedere il film avrà notato che il suono che ricorre più spesso, tanto quanto la colonna sonora di sottofondo, sia da identificarsi proprio nel verso dei pinguini!
Grazie a tale pellicola scopriamo che essi sono dei veri chiacchieroni, poiché ogni attimo del viaggio e dei momenti per loro più significativi è accompagnato costantemente da richiami e suoni striduli.
Nello specifico, le varie scene in presa diretta non sono mai del tutto silenziose, specialmente quelle in cui essi si trovano in gruppo, tanto da sembrare addirittura umani!
Dall’inizio del viaggio fino alla sua conclusione, che si tratti di adulti o cuccioli, i pinguini comunicano fra loro perché sono inseriti in una comunità e le comunità, esattamente come quelle umane, hanno bisogno di comunicare efficacemente per poter funzionare!
A tal proposito, sono sorprendenti le scene dei richiami fra simili, dove sia i più grandi sia i più piccoli si cercano, chiamandosi continuamente.
Strazianti, invece, i suoni emessi dalle mamme che perdono i piccoli o i papà il cui uovo, affidatogli dalla compagna, si rompe sotto il freddo pungente.
I segnali della gioia come della disperazione sono evidentemente sinonimo della grande sensibilità che questi animali posseggono, caratteristica che commuove e fa trasparire, anche dai loro sguardi, la loro indole tenera e pacifica.
Colonna sonora, una scelta singolare.
Possiamo parlare di colonna sonora affermando che, soprattutto in certi punti, la scelta musicale affidata a Émilie Simon, cantautrice francese di musica elettronica, sia stata alquanto singolare!
Diciamo “singolare” perché nel film vengono presentate molte composizioni musicali diverse a seconda delle scene proposte, brani lontani da scelte più classiche adottate in altri documentari.
Non possiamo nascondere, a onor del vero, che la proposta di raccontare alcune visioni delicate, come di intimità o di sopravvivenza, attraverso il suono elettronico, potrebbero portare lo spettatore ad un certo disorientamento, ma si tratta di una considerazione puramente soggettiva.
Nel complesso, una colonna sonora così differente pone l’intelletto di chi è in ascolto ad una soglia di attenzione più alta, diretta subito verso ciò che sta per accadere.
Antartide, terra da salvare.
Già nel 2005, anno di uscita del film, la questione dello scioglimento dei ghiacciai occupava i palinsesti dei telegiornali e l’Antartide, terra tanto lontana quanto fondamentale per l’equilibrio climatico di tutto il pianeta, stava pericolosamente continuando a cambiare fisionomia.
Purtroppo, allo scadere del 2024, la situazione sta nettamente peggiorando!
In Antartide, dal 1997 al 2021, come dimostra l’esperto Benjamin Davison, ricercatore a capo dello studio guidato dall’Università di Leeds, un’analisi pubblicata lo scorso anno sulla rivista “Science Advances” dove sono state analizzate più di centomila immagini provenienti dall’Agenzia Spaziale Europea CryoSat-2 e Sentinel-1, molte piattaforme ghiacciate, più precisamente 71 delle 162 presenti, si sono inesorabilmente ridotte in volume, perdendo circa 7.500 miliardi di tonnellate di ghiaccio e riversando grandi quantità di acqua dolce nell’oceano, questo senza mai riprendersi.
Secondo tale studio, il possibile fattore scatenante di tale disastrosa perdita sarebbero proprio i cambiamenti climatici.
Ad oggi, un’altra conseguenza di questa situazione è che, a causa delle elevate temperature, tale continente stia diventando sempre più coperto di vegetazione, tant’è che, negli ultimi quattro decenni, essa sia aumentata oltre dieci volte di più, come afferma un recente studio condotto dalle Università inglesi di Exeter e Hertfordshire insieme al British Antarctic Survey.
A tal proposito, bisogna essere consapevoli di come i cambiamenti climatici siano strettamente legati allo scioglimento dei ghiacciai: l’innalzamento dei mari, il cambiamento delle correnti oceaniche, le piogge torrenziali sempre più frequenti ed altri problemi legati al clima sono conseguenze nette di ciò che abbiamo appena detto.
Logicamente, le ripercussioni subite dall’ambiente antartico sono direttamente responsabili anche della vulnerabilità delle specie che lo abitano.
Uno di questi è proprio il Pinguino imperatore il quale, seppur dagli anni ’70 abbia conosciuto una lenta ma graduale ripresa, ha ridotto la propria popolazione nel giro degli ultimi dieci anni proprio a causa della situazione sopra citata, poiché la scomparsa o l’assottigliamento delle superfici ghiacciate lo costringe a passare più tempo in mare, in balìa di tutti i pericoli che ne conseguono.
Si rende necessario, perciò, attuare un piano globale vero e proprio per ristabilire la crisi climatica in atto, di cui gli effetti disastrosi sono visibili giorno dopo giorno in diverse zone del mondo, piano che permetta di diminuire il riscaldamento globale e cercare di ricomporre una situazione che, se protratta troppo a lungo, potrà solo peggiorare le condizioni in cui versano umani, habitat naturali e animali.
L’incuria di “chi può e non vuole” non può condannare tutto il pianeta!
Per cambiare, ci vuole una bella dose di coraggio e responsabilità.
Conclusioni
Il cinema naturalistico ha molto da raccontare e su progetti come questi vale sicuramente la pena di spendere più di una parola, in particolare sulla loro capacità di donarci delle visioni diverse e certamente più vive rispetto alle nostre opache convinzioni umane.
Questa pellicola ha tanto da mostrarci e da farci ascoltare per stupirci e, a volte, anche rattristarci, ma il tutto con assoluta delicatezza e genuinità.
Per queste motivazioni, consigliamo la visione di questo film per scoprire ancora una volta come la magia della Natura sia in grado di operare anche nelle terre più remote.
Tuffiamoci nel blu dell’Antartide e prepariamoci a scoprirne una visione inedita e cosparsa di bellissimi momenti di coraggio e tenerezza.
Se lo avete già visto e l’avventura è stata di vostro gradimento, esiste un sequel dello stesso regista, datato 2017, dal titolo “La marcia dei pinguini-Il richiamo ”, ambientato ancora in Antartide dieci anni più tardi, la cui storia segue il viaggio di un giovane pinguino verso una meta ignota.


