Le radici del cielo di Romain Gary, pubblicato nel 1956, è considerato il primo romanzo ecologista. Vincitore nello stesso anno del prestigioso Prix Goncourt, il libro ruota attorno alla battaglia del protagonista Morel per la salvaguardia degli elefanti nell’Africa Equatoriale Francese. Questa lotta non punta solo alla difesa della natura, ma diventa anche una rivendicazione della dignità e della libertà umana.
Un romanzo ecologista
Con questo romanzo Gary dimostra una sensibilità verso la protezione dell’ambiente e della natura sorprendentemente avanzata per l’epoca e ci invita a interrogarci sull’uso del termine “ecologista” applicato a una storia che si svolge nell’Africa Equatoriale Francese all’inizio degli anni Cinquanta.
Sebbene il tema della salvaguardia della natura sia centrale, è opportuno notare che nella prima edizione del romanzo, pubblicata nel 1956, la parola “ecologia” non compare mai, perché il termine ancora non era entrato nell’uso comune. Solo in seguito, nell’edizione del 1980, Gary decide di rendere esplicita la portata ecologista del romanzo, affermando nella prefazione di aver scritto il primo “romanzo ecologista ”, “il primo appello a soccorrere la biosfera minacciata”. In questa seconda edizione, vi è più di un’occorrenza della parola “ecologista”, che si è diffusa solo a partire dagli anni Sessanta con il significato che le viene attualmente attribuito.
Queste modifiche sono però di tipo puramente lessicale e non vanno a modificare lo spirito ecologista del romanzo, che già era del tutto presente anche nella prima edizione, anche se la parola più adatta per definirlo non era ancora in uso.
Un’avventura straordinaria
La vicenda inizia a Fort-Lamy, in Ciad. Morel rompe la quiete che abitualmente regna all’Hôtel del Ciadien presentandosi con una petizione che proclama che l’uomo deve “guardare con maggiore umiltà e comprensione alle altre specie animali, differenti, ma non inferiori”. L’uomo, un francese che è stato detenuto nei campi di prigionia nazisti, è mosso da un unico proposito che lo ossessiona: difendere gli elefanti africani dall’estinzione.
Quando non riesce ad ottenere consensi attraverso la petizione, Morel si dà alla macchia, con l’obiettivo di punire coloro che ritiene responsabili della strage degli elefanti e raggiungere l’opinione pubblica che, ne è certo, sarà favorevole alla sua causa. Le sue imprese faranno discutere molto per la loro eccezionalità, tanto che la sua figura assumerà il carattere di una leggenda.
Non tutti sono però in grado di comprendere le sue ragioni fino in fondo. Alcuni lo considerano un folle che ha scelto di abbandonare la propria specie per mettersi dalla parte degli elefanti, altri pensano che sia mosso dalla misantropia, dall’odio e dal disgusto per gli esseri umani. Diviene amok, termine utilizzato per indicare un elefante che, gravemente ferito, diventa particolarmente aggressivo e si allontana dal branco.
In verità, ben lungi dall’odiare gli uomini, Morel mostra invece una fiducia incrollabile nei loro confronti, che sconfina fino all’ingenuità. È fermamente convinto che l’uomo sia capace di atti di generosità che devono estendersi fino alla protezione della natura, per questo difende quello che lui definisce un “margine umano”, dove ci sia posto anche per gli elefanti.
A lui in questa lotta si uniscono Minna, giovane tedesca con un passato segnato da abusi e sopraffazione; l’ufficiale americano Forsythe caduto in disgrazia per aver collaborato con il nemico durante la guerra di Corea; il fotoreporter Abe Fields, che segue Morel per motivi strettamente professionali ma finisce con l’appassionarsi alla sua causa; partecipa anche Peer Qvist, avventuriero e naturalista danese impegnato in molte battaglie in difesa dell’ambiente, dalla protezione delle balene nel mar del Nord a quella delle foreste finlandesi.
Giganti minacciati, tra simbolo e realtà
Gli elefanti come simbolo
“Non valeva la pena di difendere separatamente gli uomini o i cani, bisognava arrivare al nocciolo del problema, la protezione della natura. Infatti, si comincia con il dire, ad esempio, che gli elefanti sono troppo grossi, che buttano giù i pali del telegrafo, che calpestano i raccolti, che sono un anacronismo vivente e si finisce con il ripetere le stesse cose della libertà – anche l’uomo e la libertà diventano ingombranti…”
Gli elefanti, giganti che a causa della loro mole hanno bisogno di ampi spazi, per Gary diventano il simbolo della libertà, della bellezza fine a se stessa, messa in pericolo da un progresso senza regole che dà valore solo a ciò che ha un’utilità immediata. I pachidermi, che rappresentano la natura selvaggia che si oppone a una civiltà che ha prodotto lager e fabbriche, sono inoltre il simbolo dei diritti umani, anch’essi minacciati come i giganti africani in un’epoca che ha conosciuto diversi totalitarismi.
Gli elefanti, animali da proteggere
Nonostante la critica insista molto sull’utilizzo degli elefanti come simbolo, non bisogna dimenticare che lo stesso Gary ha in più occasioni sottolineato che gli elefanti del suo romanzo sono creature vive, fatte di carne e di sangue, soffrono e hanno paura. Non devono quindi essere appiattiti alla sola dimensione simbolica, ma si possono individuare due piani, entrambi ugualmente importanti: un senso letterale, cioè la lotta ecologista in difesa degli animali, e un senso allegorico, costituito da un messaggio umanista per la difesa dei diritti. Infatti, Morel difendendo un animale minacciato, porta avanti insieme alla sua causa anche l’idea di uomo capace di grande generosità e rispetto per tutte le forme di vita.
Nel romanzo, gli elefanti sono considerati un impiccio perché sono ingombranti e perché calpestano e devastano i raccolti. Sono minacciati dall’espandersi dei campi coltivati che si sostituiscono alle foreste, dal disboscamento, dalla caccia, praticata per divertimento dagli occidentali, per bisogno dagli indigeni, che negli elefanti vedono innanzitutto della carne di cui cibarsi e per profitto dai trafficanti di avorio, che puntano a sfruttarne le zanne. Un’altra realtà drammatica è il destino dei cuccioli catturati per essere venduti agli zoo. Secondo la petizione che fa circolare Morel, sono trentamila gli elefanti uccisi ogni anno in Africa.
Le tematiche ecologiste trattate, sulle quali ci siamo concentrati, sono ancora di forte attualità. È bene però ricordare che Le radici del cielo è un romanzo fortemente ricco e stratificato, influenzato dal Novecento e dagli orrori che hanno attraversato questo secolo. Numerosi sono gli argomenti toccati: dalla critica ai totalitarismi e ai nazionalismi, allo sfruttamento delle risorse africane in un quadro coloniale, fino al pericolo della bomba atomica, che mette a rischio non solo la sopravvivenza dell’uomo, ma anche quella della flora e della fauna.
Conclusione
Le radici del cielo è un’opera complessa e ricca di spunti, capace di occuparsi di rispetto dell’ambiente quando ancora questo tema non era dibattuto come avviene attualmente. Gary intreccia magistralmente un messaggio ecologista e umanista, mostrandoci come l’impegno per la natura sia inseparabile dalla tutela di un “margine umano” in cui uomini e animali possano convivere. Con questa prospettiva, Gary ci insegna che salvare gli elefanti, significa in definitiva anche salvare noi stessi.



