Ad oggi, la biografia più completa e approfondita della straordinaria vita di Alexander Von Humboldt, un gigante della scienza, il primo ambientalista della storia. Visse tra il XVIII e il XIX secolo, fu un naturalista, un botanico, un esploratore, il consigliere del sovrano Prussiano, uno scrittore, un geografo.
Chiamarla biografia è riduttivo per la vastità delle fonti consultate e per la ricostruzione storica dell’epoca. L’invenzione della natura, ad oggi, è il capolavoro della storica e scrittrice Andrea Wulf, vincitore di svariati premi, acclamato dalla critica, dagli esperti e dai lettori.
La Wulf allarga lo scenario anche ai tanti grandi protagonisti dell’epoca, influenzati da Humboldt. C’è un capitolo che parla di Goethe, uno su Thomas Jefferson e i primi passi dell’America indipendente, si parla di Simón Bolivar e delle sue rivoluzioni in America Latina, di Charles Darwin e del suo incontro con il suo grande indolo, dell’influenza che Humboldt ebbe su Thoreau, su Marsh, su Haeckel e su Miur.
L’autrice ha avuto accesso agli appunti, alle lettere, ai volumi originali e ai diari, viaggiando e visitando i luoghi di Humboldt, ma anche delle personalità da lui influenzate.
L’eroe perduto della scienza
I suoi contemporanei lo consideravano – “l’uomo più famoso al mondo dopo Napoleone” –. Influenzò personaggi come Thomas Jefferson, Charles Darwin, Samuel Taylor Coleridge, Henry David Thoreau, Simón Bolivar, George Perkins Marsh, John Miur, Jules Verne, Johann Wolfgang von Goethe e tanti altri.
Il centenario della sua nascita, il 14 settembre 1869, venne celebrato in tutto il mondo. A Melbourne, Adelaide, Buenos Aires e in Città del Messico, i cittadini si riunirono per ascoltare discorsi in suo onore. Mosca lo festeggiò con l’appellativo de lo – “Shakespeare delle scienze” –. Il cielo d’ Alessandria d’Egitto venne illuminato per lui da fuochi d’artificio. Negli Stati Uniti, da San Francisco a Philadelphia, da Chicago a Charleston ci furono parate, cene e concerti per omaggiarlo. A Cleveland 8.000 persone scesero in strada, a Syracuse 15.000, a Pittsburgh 10.000 persone bloccarono la città. New York fu inghirlandata per Humboldt, bandiere, stendardi, poster e bande musicali. Ben 25.000 persone si radunarono a Central Park per l’inaugurazione di un busto in bronzo a lui dedicato. In Germania ci furono festeggiamenti a Colonia, Amburgo, Dresda, Francoforte. A Berlino, nonostante la pioggia scrosciante, venne omaggiato da 80.000 persone. Edifici pubblici e organismi governativi chiusero per l’intera giornata.
Portano il suo nome monumenti, parchi, montagne, intere catene montuose, fiumi, un geyser, una baia, cascate, quattro contee, tredici città, laghi, un asteroide, 300 piante, oltre 100 animali e diversi minerali. Persino sulla luna c’è il cosiddetto Mare Humboltianum.
Ad oggi però il nome di Alexander Von Humboldt non ci risuona così familiare come tutte le personalità storiche, scientifiche e letterarie sopra citate e da lui influenzate. Una sorta di eroe perduto, quasi dimenticato ai più, un rivoluzionario le cui idee hanno plasmato la nostra visione odierna del mondo naturale. Andra Wulf cerca qui di rendergli giustizia, riposizionandolo nel posto che gli spetta: vicino ai grandi della scienza e della storia.
Humboldt scopre per primo gli effetti della mano dell’uomo sull’ambiente e le conseguenze del cambiamento climatico
Nasce da una ricca famiglia aristocratica prussiana, fratello minore di Wilhelm, linguista, diplomatico e filosofo, il giovane Alexander si formò negli anni in cui l’Illuminismo guardavano con fiducia al futuro e al progresso. Anni culturalmente effervescenti, in una Germania prima, rispetto al resto dell’Europa, per numero di università e biblioteche presenti nel paese. Leggeva i diari dell’avventuriero e capitano James Cook e sognava di esplorare luoghi lontani.
Finiti gli studi fu nominato ispettore delle miniere, iniziò ad interessarsi alle condizioni di lavoro dei minatori e inventò una maschera respiratoria e una lampada in grado di funzionare nelle più profonde viscere della terra.
A Jena conosce Johann Wolfgang von Goethe, con il quale instaurerà un’amicizia che durerà per tutta la vita. Goethe stesso descrisse nel suo poema più conosciuto, il Faust, la storia di un irrequieto studioso, molto simile al giovane Humboldt, spinto da un insaziabile desiderio di conoscenza. Nell’anno della sua pubblicazione i lettori non riuscivano a non ritrovare nel testo le moltissime somiglianze tra il protagonista e Humboldt.
Sono di questi anni le prime scintille di quella che sarebbe stata una delle sue idee più importanti e rivoluzionarie: – “il mondo naturale come un unico insieme animato da forze interattive” –. Tutto è connesso.
Alexander era un instancabile giovane pieno di vita, che voleva a tutti i costi scoprire il mondo e quando eredita, alla morte della madre, la sua parte di patrimonio, si attiva immediatamente per intraprendere il suo primo grande viaggio. Nel 1799 parte dalla Spagna verso l’America Latina, alla scoperta del nuovo mondo e delle sue meraviglie naturali.
La bellezza dei paesaggi visitati, i luoghi, gli usi e i costumi in un viaggio che durerà cinque anni, vengono descritti nel libro grazie alle numerose fonti consultate dall’autrice. Il viaggio che compie Humboldt ci porta indietro nel tempo mostrandoci com’era il mondo prima, un mondo più incontaminato di ora e praticamente ancora quasi immune dagli effetti devastanti del cambiamento climatico che stiamo attraversando oggi (l’Amazzonia ne è un esempio).
In America Latina si rafforza la sua idea delle infinite connessioni nel regno naturale e vede, per la prima volta con i propri occhi, la disumanizzazione praticata nei mercati degli schiavi, visione che lo farà diventare un convinto abolizionista.
Qui indaga le conseguenze delle azioni umane sulla natura, misurando, comparando ed esaminando. Scopre che le foreste abbattute dai coloni europei possono prosciugare le sorgenti trasformando i letti dei fiumi secchi in torrenti ad ogni abbondante pioggia. Al lago di Valencia Humboldt – “sviluppò l’idea del cambiamento climatico indotto dall’uomo” -. La deforestazione, prima di lui trattata in Europa come problema economico, con Humboldt diviene anche un problema di natura ambientale.
Da qui Humboldt parte ampliando un problema osservato a livello locale, al lago di Valencia, e proiettandolo su scala globale, costatando come le tecniche agricole del tempo potessero avere conseguenze nefaste per l’ambiente, conseguenze che si sarebbero ripercosse sulle generazioni future.
–“E descrivendo come l’uomo stava cambiando il clima divenne, involontariamente, il padre del movimento ambientalista”-.
Spiegò per primo i benefici di alberi e foreste per l’ambiente e per il clima, chiarendo come le azioni umane potessero apportare vasti e inestimabili danni alla terra, distanziandosi dalla visione antropocentrica dell’epoca che vedeva l’essere umano al centro dell’universo, con il creato al suo seguito e servizio.
Le sue teorie trovarono conferma nel viaggio che intraprese da ultracinquantenne in Russia quando affermò che tre erano i modi attraverso i quali la specie umana influenzava il clima: la deforestazione, l’irrigazione sconsiderata e le grandi masse di vapore e gas.
Humboldt, un uomo all’avanguardia anche per i giorni nostri?
Capì, grazie alle notti passate nella giungla, che il regno animale senza l’uomo prospera, si moltiplica ma è anche in grado di autolimitarsi da solo, creando una catena perfettamente di grado di equilibrarsi da sola, senza l’aiuto umano. Un’idea di natura che cozza con la moderna visione di contenimento e controllo della fauna selvatica, volta a giustificare le numerose attività venatorie.
Progressista era anche la visione che Humboldt aveva dei popoli indigeni rispetto all’Europa. Non selvaggi e barbari ma con culture raffinate, lingue avanzate, sensi allenati e incredibili capacità di orientamento.
Parlando di come una molteplicità di fattori dipendano e siano connessi ad una sola pianta, in questo caso prendendo in considerazione la Palma Mauritia, scopre quello che più di duecento anni dopo sarà chiamato il concetto di Specie Chiave di Volta, introdotto solo nel 1969 dallo zoologo Robert T. Paine, secondo il quale una specie ha un effetto sull’ecosistema, sproporzionato rispetto alla sua abbondanza.
Le idee di Humboldt sull’agricoltura sono oggi attualissime se pensiamo ai problemi riguardanti il consumo di suolo e alle agricolture estensive destinare alla grande produzione: -“Monocultura e produzioni agricole destinate al commercio non creavano una società felice, diceva Humboldt. Ciò che occorreva era un’agricoltura di sussistenza, basata su culture e varietà commestibili” -. Come allora servono oggi più cibi a basso impatto ambientale, come quelli che può offrire la distribuzione a kilometro zero.
Vedeva il colonialismo come il responsabile del degrado ambientale e vedeva la politica e l’ambiente come strettamente interconnessi, criticando i trattamenti riservati agli indigeni, le violenze contro i nativi e le condizioni di lavoro alle quali erano costretti per soddisfare le richieste del commercio globale.
Unendo le sue conoscenze scientifiche con le sue inclinazioni poetiche sostenne, in uno dei suoi libri più letti Quadri della Natura, che il mondo esterno influenzi il nostro umore. Ciò che oggi riteniamo un’ovvietà, e cioè l’influenza dell’ambiente che ci circonda sulla nostra salute mentale, fu Humboldt il primo tra gli scienziati ad averne l’intuizione.
Credeva che tutti i vulcani della terra fossero collegati sottoterra, formulando quella che sarebbe stata chimata la teoria delle placche tettoniche mobili (che sarebbe state confermata a metà del ventesimo secolo), parlando come di una -“forza sottoterra”-. Scrisse sostenendo che il continente Africano e quello Sudamericano un tempo fecero parte di un unico blocco.
Nel Cosmos, la sua ultima fatica in cinque volumi che lo accompagnerà fino alla morte, cerca di riunire tutte le conoscenze possibili per dare una visione generale della conoscenza e della scienza cercando di – “legare insieme in un unico grande nodo tanti “fili disgiunti” della ricerca scientifica” -.
Nel Cosmos descrive la natura come in continuo mutamento anticipando di fatto le teorie evoluzioniste di Darwin. Parlò di cambiamento climatico, di connessioni, di storia della scienza, di arte, agricoltura e politica. All’uscita dei primi volumi le librerie, l’editore e gli uffici vennero presi d’assalto, tutti volevano una copia dell’ultima pubblicazione di Humboldt.
Il libro è così dettagliato che sembra che i crucci e le difficoltà, che avevano gli uomini di duecento anni fa, siano gli stessi di adesso. Le preoccupazioni finanziarie, la nostalgia della patria lontana, le liti di famiglia, le lamentele, le riappacificazioni.
Dettagliate, ma senza annoiare, sono anche le descrizioni dei luoghi, dei paesi e dei paesaggi che attraversa Humboldt, tanto da far venir voglia al lettore di ripercorrere i suoi stessi passi, come ha fatto l’autrice per la stesura del libro.
Nel suo viaggio in America Latina, Humboldt scala il monte Chimborazo, fino ad arrivare all’altezza di ben 5.917 metri, dove mai nessuno era arrivato fino ad allora. Fa impressione, se pensiamo che quell’ impresa fu compiuta allora senza la possibilità di poter usufruire di tutta l’attrezzatura tecnica della quale disponiamo oggi.
Nel testo politica, scienza, società e arti si mescolano e nessuna è lasciata indietro nel dipinto della vita di Humboldt, proprio come lui non lasciava indietro nulla. Vedeva la conoscenza come una forma di potere. Credeva in una conoscenza, che avesse il carattere della democrazia. Una scienza accessibile a tutti, comprese donne e poveri. E Humboldt provò a fare tutto ciò tenendo nel 1827 conferenze gratuite a Berlino, in luoghi come il Palazzo della Musica, senza quindi far pagare il biglietto d’ingresso.
La Naturgemӓlde
È durante il viaggio in America Latina che Humboldt teorizza una nuova idea di natura, la Neturgemӓlde, un disegno descritto da lui stesso come – “un microcosmo in una sola pagina” -.
Humboldt vedeva la vita imperniare ogni cosa, dalla più piccolo microorganismo fino al più grande degli esemplari animali viventi, dal polline al vento, dalle piante, al suolo. Tutto è connesso, ogni singolo fenomeno è importante, si ricollega ad altri e su altro ha delle conseguenze. La natura è una rete e ogni piccolo elemento ha un ruolo.

Vi è qui rappresentata la natura come un insieme, un’unica forza composta da tanti e vari tasselli che insieme formano il tutto. Vedeva la vegetazione non con gli occhi con cui all’epoca era vista, cioè attraverso rigide categorie tassonomiche, ma attraverso il clima e la disposizione geografica. Una visione ai suoi tempi rivoluzionaria, che ancora oggi è parte della nostra idea di ecosistema.
Un unico disegno che cambiò per sempre la visione del mondo naturale di generazioni e generazioni fino ad ora.
Per Humboldt non esistevano razze umane, ma come le specie vegetali e animali anche noi umani abbiamo un sistema di adattamento alle diverse condizioni climatiche e geografiche, venendo comunque tutti dalla stessa radice.
Humboldt, un uomo della storia
Conosce il presidente degli Stati Unito Thomas Jefferson, all’apice della sua carriera, con il quale condivide le idee di libertà, uguaglianza e tolleranza, sulle quali si fondavano i nascenti Stati Uniti d’America, ma che criticherà, da abolizionista quale era, per non aver fatto nulla per l’abolizione della schiavitù.
Tornato in Europa, vivrà per trent’anni tra Parigi e Berlino, viaggiando molto, scrivendo libri, tenendo lezioni e conferenze, sfuggente, sempre irrequieto, mai fermo, dalla parola inarrestabile tenuta sempre in alta considerazione (si attirò persino le invidie di Napoleone che comunque non riuscì a cacciarlo dalla Francia), seguitissimo, ascoltato da tutti, ovunque andasse attraeva persone come una calamita, frequentava i più importanti centri di cultura scientifica dell’epoca ed era tra le personalità più conosciute dei suoi tempi.
Conosce il giovane Simón Bolivar con il quale condive le critiche al colonialismo e alla schiavitù. Lo stesso Bolivar sostenne l’importanza dei ritratti che fece Humboldt nei suoi scritti dell’America Latina, per ravvivare la fiamma dell’orgoglio patriottico nei sudamericani, parlando del vecchio amico come –“la massima autorità in Sudamerica”-.
Festeggiò senza saperlo il suo sessantesimo compleanno in Russia a Miass con il nonno dell’uomo che sarebbe stato ricordato con il nome di Vladimir Lenin.
Lo stesso Charles Darwin, suo grande ammiratore, portò con sé nella spedizione del Beagle gli scritti di Humboldt, tra i quali il Personal Narrative. Guardava il mondo attraverso gli scritti di Humboldt, che influenzarono gli stessi scritti che il giovane scienziato elaborò durante il suo viaggio intorno al mondo, sia per stile che per contenuto.
Conclusione
Il libro è diviso in cinque parti, ognuna della quali riporta la parola “pensiero”. Le fonti sono ovviamente tutte citate e a fine lettura possiamo trovare una cronologia delle opere pubblicate da Humboldt per mettere ordine alla bibliografia confusa dello scienziato.
L’autrice riesce a ridare la grandezza della figura di una delle personalità più interessanti, eccentriche e attrattive dell’Europa o meglio del mondo a quei tempi. Un uomo che per i suoi viaggi e le sue pubblicazioni scientifiche sperperò il suo intero patrimonio fino all’indebitamento, a volte rinunciando ai compensi per non togliere risorse ad altri esploratori.
Ci si affeziona ai personaggi, si scoprono curiosità sulle grandi personalità dell’epoca che l’autrice riesce quasi a farcele sembrare vicine.
Humboldt, un uomo che della conoscenza non era mai sazio, tanto che negli ultimi anni della sua vita era solito ancora andare a lezione e frequentare l’università.
Un libro che racconta la storia di una vita avventurosa. Non annoia, anzi fa venir voglia di saperne sempre di più. Una lettura enciclopedica, accompagnata da illustrazioni dell’epoca che arricchiscono la fantastica edizione italiana della Luiss University Press.
Un libro sicuramente imprescindibile per gli appassionati del mondo naturale.



