Questo libro ci porta a Sasso Marconi (BO), nell’Appennino Emiliano, alle pendici del Monte Adone, dove nel 1989, Rudi Berti e Mirca Negrini, decidono di fondare quello che oggi è il Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica Monte Adone (ODV). Elisa Berti, figlia di Rudi e Mirca, oggi direttrice del Centro, sceglie di raccontarci in Come il respiro del vento (Sonzogno, 2024), la storia della sua famiglia e di alcuni degli animali salvati e ospitati.
Gli inizi
Un grande amore per la natura e gli animali a spinge Rudi, un Elettrotecnico, e Mirca, esperta contabile, a fondare nel 1989 un Centro Recupero Fauna Selvatica autoctona. In quei tempi non c’erano centri di recupero attivi a Bologna, così scelgono un luogo dove far nascere il loro progetto, una zona impervia e piuttosto ostica che, proprio per questo, aveva conservato un che di selvaggio (dal 2006 riserva regionale Contrafforte Pliocenico), e vi si trasferiscono insieme alla figlia Elisa, che a quei tempi aveva solo tredici anni.
I primi piccoli contributi arrivano solo nel 1994, quando il Centro riesce a stipulare una prima convenzione con l’amministrazione provinciale, per le attività di soccorso. Le spese quindi ricadono tutte sulle spalle di Rudi e Mirca, che nel frattempo continuano a mantenere i lavori che hanno sempre avuto a Bologna. Con il tempo la squadra si allarga tra volontari, esperti e veterinari.

La fauna esotica
Arriva nel novembre del 1989 la chiamata che stravolgerà le sorti del centro. Un signore di nome Renato ha un cucciolo di leone! Cosa farne? In quegli anni, la legge n. 150 che recepisce la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione (CITES), ancora non era entrata in vigore. Lo sarà solo nel 1992. Allora era possibile detenere cuccioli di leone e crearci un business sopra, come quello che li voleva accontentare turisti e vacanzieri della riviera romagnola, disposti a pagare per una foto con in braccio questi magnifici esemplari, in certi casi tenuti buoni per lo scopo, con dosi di alcol e tranquillanti. Quando però l’estate finisce o il cucciolo cresce, allora lì sorgono i problemi.

Il Centro, per far fronte a questa emergenza, ha dovuto reinventarsi, in quanto quella di Renato non sarà l’unica chiamata. Leo, Cleo, Teo, Susy… sono solo alcuni dei nomi dei leoni ospiti del centro. La stampa viene a sapere della notizia e la Rai manda in onda un servizio sulla vicenda, approfondendo la piaga dei cuccioli di leone sfruttati. Non è semplice riportare questi animali nella loro terra d’origine. Questi leoni cresciuti in cattività, prima di arrivare in Africa, devono affrontare lo stress del viaggio, superare i controlli sanitari e l’inserimento nel branco, che non è scontato. Tempi lunghi e costi elevati, spingono il Centro a scegliere altre soluzioni come il trasferimento in centri europei più idonei o parchi zoo con ampi spazi aperti per gli animali. Tre leoni, ad oggi, sono ospiti permanenti del centro: Kora, Leo e Sissi.

Con gli anni, il Centro, non si occuperà solo di leoni, ma anche di scimmie, pappagalli, procioni, piccoli primati, rettili… Dopo la CITES infatti, crescono gli arrivi al centro di animali esotici.
I primi scimpanzè, arrivano nel 1998, pallidi e smunti, rinchiusi in strette gabbie, in un camion da circo. Anche in questo caso, il Centro si aggiorna e si mobilita con la costruzione di strutture adatte ad ospitare i nuovi arrivati. Da questa esperienza nasce una collaborazione che diventerà un progetto, ad oggi ancora attivo, chiamato Brutti ma buoni , in collaborazione con il Comune di Sasso Marconi, contro gli sprechi alimentari. Frutta e verdura, rimasta invenduta nei supermercati, destinata ad essere buttata, viene inviata al Centro per nutrire gli scimpanzè. La storia dei sei scimpanzè si diffonde in tutta Europa, tanto da arrivare fino alle orecchie di Jane Goodall, primatologa di fama mondiale, che nel 2001 fa visita al Centro.

È nel 1993, che riescono a fondare l’Associazione Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica – Monte Adone, Onlus, con personalità giuridica, iscritta all’albo dei volontari dell’Emilia-Romagna, e nel 1996 l’Italia, con il decreto ministeriale del 19 aprile, proibisce la detenzione di molte specie come leoni e scimpanzè. Il centro ottiene così l’autorizzazione per la detenzione delle specie cosiddette pericolose e dal 2000 stipulano la prima convenzione con il Ministero dell’Ambiente, ancora oggi attiva, per la cura, gestione e mantenimento di fauna esotica pericolosa.
Viva il lupo!
Un’altra telefonata ha segnato la storia del centro. È il 2012, un lupo viene avvistato in un campo e sembra trascinare le zampe posteriori. Arrivati sul luogo, non trovano più il lupo sul campo ma dentro al fiume Limentra. Narcotizzato con una bassa dose di sedativo, viene salvato da Elisa che decide di buttarsi dentro al fiume e tirarlo fuori per la collottola, aiutata da due volontarie. Fuori dall’acqua il lupo sembrava non dare segni di vita. Si riprende solo dopo un massaggio cardiaco e la respirazione bocca-muso di Elisa. Riprese amatoriali del salvataggio vengono diffuse in rete e in breve tempo la storia di Navarre (così decidono di chiamare il lupo) si diffonde sui giornali. Anche Luciana Littizzetto, famosa comica italiana, ne parlerà in tv, alimentando la curiosità intorno al caso. Navarre non sarà l’unico lupo ad entrare al centro. Molti saranno gli ospiti lupeschi nel corso degli anni, come Vento, Pioggia e Ginevra.

Dal 2011 in poi, il numero dei lupi soccorsi cresce esponenzialmente, tanto da portare il Centro nel 2012, ad avviare il Progetto Lupo Monte Adone , un progetto di ricerca che mira a soccorrere, riabilitare, curare gli esemplari feriti e ospitati, reintrodurli in natura e monitorarli, una volta fuori dal Centro, attraverso dei radiocollari. Oltre alla ricerca scientifica, l’obbiettivo del progetto è anche la divulgazione, far conoscere ed educare al rispetto di questi animali per una convivenza pacifica, che sia libera da qualsiasi falsa credenza e tradizione tramandate nel tempo.

Una storia vera che non finisce qui
Abbiamo voluto raccontare un po’ cos’è e cosa fa il Centro Monte Adone, soprattutto attraverso i fatti più mediaticamente sentiti ed eclatanti della sua storia. Ma Elisa Berti nel libro racconta molte altre storie, meno sentire, ma che, alla pari delle altre, fanno commuovere, sorridere e ben sperare. La scrittura fluida ci immerge nel calore di in un ambiante che, già dopo poche pagine, sentiamo come familiare. Ogni capitolo è aperto da un’epigrafe, che sono le diverse testimonianze dei volontari che hanno vissuto e lavorato al Centro.
C’è una vasta rete, che travalica i rapporti professionali e sfocia in certi casi nell’amicizia, che permette la riuscita di ogni salvataggio e la conseguente riammissione nell’ambiente dell’animale. Collaborazioni e senso di squadra.
Ogni animale ha un proprio nome e un proprio passato. L’umanità non è sola, su questa Terra. Qualcuno di noi se lo ricorda, altri lo dimenticano (e così facendo si impoveriscono). L’autrice è in grado di farci affezionare ad ognuno di loro, restituendogli soggettività. Questi sono i libri che andrebbero fatti leggere nelle scuole.
L’obbiettivo qui è anche raccontare il rapporto uomo-animale selvatico. Animali selvatici antropizzati e atteggiamenti del selvatico troppo spesso travisati creano danni evitabili, con i quali il Centro si trova spesso ad avere a che fare. Elisa ci permette di partecipare all’appagamento di tutti quegli animali che ritrovano la propria natura, lontani dalla gabbia del benessere e delle comodità umane.
Tanti faticano a capire la nostra posizione: ci chiedono se gli animali tornano mai a trovarci, come se quello fosse il finale felice della storia. Ma il finale felice è esattamente il contrario: sapere che non hanno sviluppato alcun legame con noi e sono pronti a correre lontano. Per i non esperti è facile cadere nella romanticizzatine di questi attimi.
Il libro cerca di far capovolgere la visione troppo umana e troppo poco animale con cui guardiamo alle vite degli animali. Una frase importante del libro dice: Sembra che gli animali ci piacciano tanto più somigliano a noi e tanto meno somigliano a sé stessi. Sono pagine che hanno molto da insegnare.

Come aiutare
I modi per aiutare questa meravigliosa realtà sono diversi come il servizio civile, il volontariato , regali solidari , bomboniere e partecipazioni , adozioni a distanza , contributi e donazioni , 5×1000 , lasciti testamentari o diventando Amico del Monte Adone .
È possibile poi visitare il Centro, da maggio a settembre, solo nei weekend e con prenotazione solo telefonica.
È attivo anche il Progetto Scuola , per fa conoscere il Centro ed educare al rispetto degli animali e della natura, ad alunni di scuole di ogni ordine e grado.
Il centro è attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Conclusione
Elisa ci ha mostrato le vie che percorre un’aquila, trasportandoci sulle sue ali, ci ha fatto vedere la tenerezza dei cuccioli di pipistrello, laddove potremmo non vederne alcuna, ha impresso nella nostra mente l’immagine degli occhi grandi dei caprioli impauriti. In poco più di 200 pagine questo libro ti fa sentire a casa, perché troppo spesso consideriamo casa solo le quattro mura dentro le quali abitiamo, senza pensare alla casa condivisa che abbiamo là fuori, che è di tutti. Elisa riesce qui a spiegare cos’è il rispetto per gli animali che, come dice lei, è diverso dall’amore umanizzato. Dopo aver letto questo libro, se trovate un selvatico in difficoltà, sapete cosa fare.



