La terra degli orsi – Vincent Guillaume

La terra degli orsi, grazie a questo documentario, scopriamo la vita nascosta degli degli orsi bruni nelle terre selvagge della Kamčatka.
Regia di:
Vincent Guillaume
Uscita:
26/02/2014
Durata:
87 minuti
Genere:
Documentario
Prodotto da:
Les Films en Vrac
Nature Defence People

Trailer

Recensione

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Narrato magistralmente da Flavio Insinna nelle versione italiana (Don Bosco, Se mi vuoi bene) che sostituisce la voce della versione originale affidata alla collega Marion Cotillard (Inception, La Vie en rose), “La terra degli orsi” (2014) ci accompagna nella natura delle terre della Kamčatka , in cui la vita di alcuni esemplari di orso bruno viene finemente seguita e dove il poetico montaggio e la precisa e sottile regia costruiscono un resoconto unico dalle potenti atmosfere.

Passo dopo passo, il racconto ci guida nella vita selvaggia di questo possente animale in queste terre così particolari.

La terra degli orsi, la trama

Nel territorio della Kamčatka, una penisola vulcanica incontaminata facente parte della Russia, situata all’estremo est della Siberia, seguiamo dal vivo, senza uso di artifizi digitali, la crescita e la sopravvivenza di alcuni grandi esemplari di orso bruno, tra cui una madre e i suoi cuccioli, un giovane maschio inesperto, un adulto di oltre 600 kg e molti altri.

Attraverso il racconto affidato a Flavio Insinna, affrontiamo questo bellissimo viaggio osservando i comportamenti reali dei grandi orsi atti alla loro sopravvivenza, nonché la bellezza dei paesaggi nebbiosi e incontaminati nel quale si muovono per riuscire a prepararsi adeguatamente al rigido inverno.

Sopravvivere alla stagione invernale

La narrazione di Vincent Guillaume parte da questo territorio eccezionale focalizzando l’attenzione, fin dal primo istante, sulle sue terre nebbiose.

Nello specifico, le nebbie presenti sono provocate dal calore di 300 vulcani, di cui circa 30 sono ancora attivi, vulcani che sputano lava sopra la neve dei fiumi ghiacciati dal gelo siberiano e che, così facendo, ne costituiscono la particolare atmosfera fumosa.

Il regista, già autore e sceneggiatore di vari documentari a tema non solo naturalistico, il cui racconto rappresenta un manifesto visivo di linearità narrativa, ci porta a viaggiare in questi territori per focalizzare la nostra attenzione sui circa 15-20.000 esemplari di orso bruno presenti, per avvicinarci alla loro straordinaria lotta per la sopravvivenza, partendo proprio dal rigido e lungo inverno territoriale.

Nella Kamčatka, infatti, la stagione più lunga è proprio l’inverno, il quale dura otto mesi (a temperature di -20°C!), mesi in cui gli orsi rimangono sotto la neve, ognuno nella propria tana, per uscirne a primavera e cominciare a cercare cibo fin oltre la fine dell’estate.

Tramite uno sguardo cinematografico naturalistico fatto sopratutto di globalità, riprese lontane e paesaggistiche, visioni dall’alto e telecamere nascoste tra la vegetazione, con pochi se non assenti primi piani sugli esemplari stessi, la narrazione filmica ci introduce da principio verso alcuni protagonisti in particolare.

Così, la vita una madre e i suoi cuccioli e quella di un giovane maschio solitario andranno, piano piano, ad incrociarsi con quelle di tanti altri loro simili, anch’essi costretti da Madre Natura a ripetere più volte lo stesso ciclo della vita, ciclo che vede come co-protagonisti del racconto i salmoni rossi.

Infatti, per poter mangiare il necessario per rimanere in vita durante i rigidi inverni, assistiamo a quella che, per noi, potrebbe essere una nuova corsa all’oro ma che, per gli orsi, rappresenta il fulcro di tutto: la caccia al salmone, attività a cui tutti sono chiamati perché necessaria alla loro esistenza.

Dalla fine della stagione invernale fino allo scadere di quella estiva, essi dovranno stare quasi perennemente a contatto con l’acqua dei grandi laghi, per aggiudicarsi la quantità giusta di pesce che permetterà loro di poter andare in letargo.

Il film, quindi, si concentra per la maggior parte del tempo proprio su questa affannosa ricerca, perché in essa vi è il focus primario della vita di questa specie, e senza la quale, come abbiamo detto, non potrebbe assolutamente sopravvivere.

L’orso bruno e l’acqua

A partire da alcune bellissime scene che riguardano proprio i salmoni rossi dove, in pochi minuti, ci viene illustrata la grande fatica che questi pesci devono intraprendere per tornare ai luoghi dove sono nati per deporre le uova, capiamo già che un’altra protagonista del documentario è proprio l’acqua dei grandi laghi, e quella del lago Kuril in particolare.

Esso è conosciuto come il luogo eurasiatico in cui avviene la più grande riproduzione di salmone rosso, luogo in cui tutti gli orsi accorrono per cercare di rifocillarsi e, grazie ad alcune bellissime riprese, impariamo subito che esso non teme affatto l’acqua; anzi, sa essere un grande nuotatore!

Attraverso le telecamere subacquee, viene mostrata anche la loro tecnica di pesca, mista ad una straordinaria perseveranza che viene attuata proprio mentre cercano di prendere i salmoni che passano veloci accanto a loro.

Tutto questo avviene tra attese sotto il pelo dell’acqua, corse e salti funambolici.

Gli orsi della Kamčatka, quindi, passano la maggior parte delle restanti stagioni in acqua, immersi o vicini alla riva, tutto per cercare cibo per sé o per i cuccioli e prendere più peso possibile, peso che li aiuterà ad andare in letargo senza preoccupazioni.

Il documentario sottolinea inoltre, utilizzando scene al rallentatore, gli sforzi, la costanza e i fallimenti di tutti gli esemplari inquadrati senza mai cadere nel ridicolo ma accompagnando tutto ciò con serietà e grande verità, lasciando che siano le azioni dei protagonisti e la voce narrante, aiutata da una delicata colonna sonora, a trasmettere tutto il pathos del momento che, aggiungiamo, non vede mai scene estreme affacciarsi alla nostra attenzione.

Altrettanto importante è comprendere come l’idea filmica non sia stata evidentemente concepita per un pubblico di nicchia o di soli naturalisti ma si siano volute mostrare a tutti le vere capacità di questi animali di vivere, lasciar vivere e di “saper convivere” nonostante la fretta, la fame e le abitudini solitarie tipiche della specie.

A tal fine, è evidente che sussista la seria intenzione del regista di mostrare come la natura dell’orso sia in grado di bastare a se stessa, non entrando per forza in conflitto con alcuno e mantenendo una sorta di rispettoso distacco dagli altri, al fine di lasciare che la vita di ognuno faccia il suo corso come Natura comanda.

Scorrendo il tempo della narrazione, ci troviamo faccia a faccia con un animale completamente diverso da come l’uomo lo ha dipinto in passato, una creatura imponente ma capace di grande affettività, abilità di coesistenza ed empatia.

Fotografia, nebbia, acqua e vulcani

Il direttore della fotografia Lionel Jan Kerguistel sceglie di dare importanza alla fusione degli animali con l’habitat circostante mostrandoci, a più riprese, degli elementi ricorrenti tipici del territorio che ne completano l’atmosfera, ovvero la nebbia e l’acqua.

I grandi vulcani che sovrastano i laghi, poi, vengono spesso inquadrati sia da terra che dall’alto, fintanto che, a chi è amante dell’arte, non sarà sfuggita la somiglianza di questo luogo a quelli dipinti dal pittore Katsushika Hokusai .

Non siamo in Giappone ma molti dei crateri che fanno da sfondo alle attività di caccia degli orsi non possono non ricordare le favolose stampe del monte Fuji, con cui è molto evidente la somiglianza.

Il paesaggio, quindi, diventa parte integrante del racconto dal punto di vista fotografico!

La telecamera segue panoramicamente tutti i movimenti degli animali senza disturbarli o valicarne i confini, provocando bellissime fusioni tra fauna e fondali naturali in molti fotogrammi, dove non mancano mai meravigliose simbiosi tra acqua, terra e fumo.

Proprio il fumo e le nebbie di questo territorio surreale, quindi, ci accompagnano fino alla fine del racconto, e persino quando scorgiamo le ombre di questi giganti muoversi dietro la coltre fumosa della terra, un messaggio di vera bellezza fotografica si affaccia ai nostri occhi, per meglio immedesimarci nelle azioni a cui stiamo assistendo.

La nebbia pittura e sottolinea il taglio fotografico insieme alla delicata e rispettosa regia di questa avventura che, se guardata da un punto di vista puramente scientifico, rappresenta uno spaccato di vita naturale colmo di importanti informazioni, descritto ponendo sempre l’orso in comunione con tutti gli elementi naturali che costituiscono la selvaggia Kamčatka.

Conclusioni

Sappiamo troppo bene che, per gli orsi in generale, non è affatto un bel periodo!

Tante vittime sfortunate quali l’orsa Amarena e suo figlio Juan Carrito, l’orsa F36 e molti altri sono stati diretti testimoni della pessima gestione e della disinformazione umana presente attorno a questa specie.

Fra varie vicissitudini spesso dolorose per uomini e animali, nonché bracconaggio e caccia senza controllo, il mondo di questi esemplari sta conoscendo una chiara ed evidente etichettatura negativa, pregiudizi che non giovano ne alla specie stessa, che ricordiamo essere fondamentale per l’equilibrio di tutta la biodiversità, ne all’uomo, soprattutto quando cerca di conviverci e capirne i comportamenti.

In quest’ottica, “La terra degli orsi” permette di respirare perché rappresenta un documentario dalla sottile accuratezza filmica, dalla bellissima fotografia e dalle commoventi atmosfere, che ha il merito di farci conoscere un luogo lontanissimo che la maggior parte di noi spettatori non avrebbe scoperto se non grazie a racconti come questo.

Anche un film d’animazione firmato Disney, “Koda, fratello orso” (2003), ha cercato di condurci in un viaggio simile, dove alcune delle situazioni mostrate in questo documentario (ad esempio, la caccia al salmone!) sono state animate magistralmente ed hanno avuto il pregio di voler creare nello spettatore una certa empatia verso gli orsi, così come, anni prima, “L’Orso” (1988) di J.J. Annaud aveva proposto.

Vincent Guillaume, con l’ausilio di una regia lineare e una fotografia dove paesaggio e animali si fondono per regalare delle splendide immagini nude e crude di questi esemplari tanto belli quanto potenti, ci aiuta a scoprire una visione inedita degli orsi bruni, che stupisce per atmosfera e verità, dove la nebbia è il perfetto ingrediente artistico per una interpretazione poetica che vede la contemplazione della loro esistenza come il centro di tutta la narrazione.

Perciò, assistendo alla visione reale del comportamento dell’orso nel suo habitat naturale, ci accorgiamo che la prudenza delle madri e la prepotenza dei giovani adulti non arrivano mai al conflitto vero e proprio, dove sembra che, nonostante le difficoltà, essi sappiano convivere e accettare la presenza altrui senza sfociare in liti estreme o distruttive.

Consideriamo perciò questa pellicola importante ed istruttiva proprio perché vediamo gli orsi convivere, riconoscere la gerarchia e sopravvivere dove altri non potrebbero, il tutto con grande coraggio, perseveranza e una punta di simpatia racchiusa nel gioco maldestro e tenero dei più piccoli.

A tal proposito, vogliamo sottolineare come questo tipo di cinema inviti a conoscere la natura, a non giudicarla senza prima averla vista così com’è e a non fidarsi delle convinzioni negative tramandate per generazioni.

Il cinema, dunque, aiuta a guardare tutto con una lente speciale su cui porre attenzione, per superare gli ostacoli che, per anni, l’uomo ha costruito intorno alla visione della natura.

In conclusione, dovremmo imparare a fermarci per osservare e lasciare che sia la Natura stessa a raccontarci la sua storia insieme a quella delle bellissime creature che la popolano perché, essendo la madre di tutto, potrà svelarci tante verità a cui da soli non siamo in grado d’arrivare, suggerendo al nostro intelletto di metterci seriamente in comunicazione con la perfezione e la lungimiranza delle sue leggi.

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Storie
DEFENDER

Petra Trivilino

Fotografa di animali freelance e poetessa in Abruzzo, mi dedico alla fauna selvatica con approcci etici. Riconosciuta in concorsi nazionali e internazionali, tra cui una Honorable Mention ai Monochrome Photography Awards 2022. Collaboro con enti come i Parchi Nazionali della Maiella e d'Abruzzo, Lazio e Molise e la Riserva del Lago di Penne.

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