Riserva Foce dell’Isonzo, esempio virtuoso di rinaturazione.

In questo articolo presentiamo la storia della Riserva Naturale della Foce dell’Isonzo, esempio virtuoso di ripristino di una zona umida.
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Oggi, 17 Giugno, si celebra la giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità. Secondo quanto riportato nell’ultimo Global Land Outlook pubblicato dalle Nazioni Unite, nel mondo circa il 20-40% del suolo si trova in stato di degrado o sarebbe in fase di progressivo deterioramento. Nel rapporto si legge: “L’attuale modello di estrazione delle risorse naturali e di crescita economica ha un costo molto elevato per la salute umana e del pianeta.

Conservare la natura non è più sufficiente: ripristinare è ormai un imperativo, in quanto sono state la ricchezza e la complessità degli ecosistemi sani che hanno reso possibili società umane complesse” (traduzione dell’autore). Vogliamo dunque celebrare questa ricorrenza portando un esempio virtuoso di ripristino ambientale, realizzato in Friuli-Venezia Giulia nei pressi della foce di un fiume: la Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo.

Questo territorio, punto d’incontro fra acqua dolce e salmastra, è un sito della Rete Natura 2000 e dal 2016 è considerato zona umida di interesse internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar , istituita nel 1971 per garantire la tutela di questi ambienti naturali. Ma, al di là dei riconoscimenti, questa riserva è prima di tutto frutto di una storia di passione, costanza e dedizione, che vorremmo trasmettervi attraverso il racconto del dottor Matteo De Luca, che da vent’anni lavora in questi luoghi ed è il responsabile della Stazione Biologica dell’Isola della Cona, all’interno della riserva.

Esemplari di edredone (Somateria mollissima) in volo. Foto © Matteo De Luca.
Esemplari di edredone (Somateria mollissima) in volo. Foto © Matteo De Luca.

Storia di un progetto di rinaturazione

Va a Fabio Perco, naturalista triestino scomparso qualche anno fa, il merito di aver immaginato per primo un’oasi naturale protetta nel territorio che oggi conosciamo come Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo, dove sviluppare un progetto di conservazione e fruizione”. Inizia così il racconto di Matteo De Luca, quando gli chiediamo di parlarci delle origini di questo luogo.

La riserva” – prosegue – “fu istituita con una legge regionale del 1996 e oggi si estende su una superficie di 2.338 ettari lungo gli ultimi 15 chilometri del fiume Isonzo. Il territorio comprende le zone adiacenti al corso del fiume fino al suo delta, dove si colloca l’Isola della Cona, il cuore della riserva”.

Agli inizi degli anni ‘40 del secolo scorso” – racconta Matteo – “questo territorio palustre fu oggetto di importanti bonifiche per renderlo adatto alla coltivazione. Circa quarant’anni dopo prese il via il progetto di Perco di realizzare un programma di rinaturazione e conservazione faunistica sull’Isola della Cona: i campi coltivati furono ri-allagati, ripristinando così l’habitat originario costituito da paludi d’acqua dolce.

Ma l’idea di Perco” – continua Matteo – “innovativa per quei tempi, era anche quella di creare un luogo dove le persone comuni (per intenderci, non solo gli appassionati) potessero entrare in contatto con la natura, per conoscerla e comprenderne il valore. Sull’Isola della Cona vennero quindi creati una serie di percorsi schermati, per offrire ai visitatori l’opportunità di osservare gli animali da vicino, senza disturbarli”.

A più di quarant’anni di distanza” – conclude De Luca – “possiamo dire di aver raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati. L’opera di restauro ambientale realizzata ha infatti contribuito al ripopolamento della zona, soprattutto da parte di specie avifaunistiche selvatiche. La posizione strategica di questo territorio lungo le rotte migratorie di molti uccelli costituisce infatti un incentivo a fermarsi per alimentarsi e riposare”.

E così, oggi la riserva conta oltre 340 specie di uccelli, tra stanziali e migratori, risultato che già nel 2007 le valse il titolo di miglior area d’Italia per il birdwatching da parte dell’associazione European Birdwatching Network. Ma la ricchezza di biodiversità che contraddistingue quest’area è anche merito della grande varietà di habitat presenti (se ne contano circa una ventina), tra cui ambienti palustri con canneti, zone boschive golenali, ampie praterie, piane di marea e lagune”.

Esemplare di chiurlo (Numenius arquata), specie simbolo della Riserva della Foce dell'Isonzo. Foto © Matteo De Luca.
Esemplare di chiurlo (Numenius arquata), specie simbolo della Riserva della Foce dell’Isonzo. Foto © Matteo De Luca.

Attualmente” – continua Matteo – “l’Isola della Cona conta oltre 25.000 visitatori l’anno, tant’è che la sfida di oggi è diventata quella di riuscire a bilanciare la fruizione con la conservazione di quest’area umida. Tuttavia, nel prossimo futuro si prevede di ampliare ulteriormente gli ambiti di ripristino all’interno della riserva, allagando e ripristinando altri dieci ettari di terreno agricolo”.

Il messaggio di grande importanza da portare a casa” – conclude – “è che questo modello di gestione virtuoso, fatto di ripristini ambientali volti alla conservazione naturalistica, può essere replicato anche altrove ed è già stato messo in pratica in diverse altre aree del mondo”.

Ripristini d'acqua dolce sull'Isola della Cona. Foto © Matteo De Luca.
Ripristini d’acqua dolce sull’Isola della Cona. Foto © Matteo De Luca.

Osservare, registrare, conoscere

Sebbene relativamente piccola, la Riserva Naturale della Foce dell’Isonzo ospita una grande varietà di specie animali, di cui molte protette a livello internazionale.

Esemplare di alzavola (Anas crecca). Foto © Matteo De Luca.
Esemplare di alzavola (Anas crecca). Foto © Matteo De Luca.

Per questo” – ci spiega Matteo – “una delle principali attività che si cerca di portare avanti in quest’area è costituita dal monitoraggio della fauna selvatica, soprattutto degli uccelli, attraverso punti di ascolto e di osservazione distribuiti su tutto il territorio. I monitoraggi, effettuati in maniera sistematica dal 2014, sono utili per ottenere un quadro conoscitivo pressoché completo delle specie presenti e della loro evoluzione nel tempo. I dati raccolti vengono poi utilizzati per redigere report annuali pubblicamente disponibili per la consultazione”.

Per quanto riguarda i mammiferi” – continua De Luca – “è stato registrato l’arrivo di una nuova specie, lo sciacallo dorato (Canis aureus). Questo splendido animale si è insediato solo di recente nel nostro paese, proprio a partire dal Friuli. Nella riserva già da due anni è presente un nucleo riproduttivo, si tratta del secondo caso rilevato in Italia.

Un’altra “new entry” identificata nel territorio della riserva è il gatto selvatico (Felis silvestris), che dalle zone collinari sta gradualmente colonizzando le aree in prossimità dei fiumi e la cui popolazione è in forte crescita. Inoltre, è stato registrato il ritorno della lontra (Lutrinae Bonaparte), che in Friuli era scomparsa dagli anni ‘70 e oggi sta ripopolando territori in tutta Italia”.

Il team del dott. De Luca dedica un’attenzione particolare al monitoraggio delle specie di interesse comunitario che hanno il proprio habitat nella riserva, ad esempio la rana di Lataste (Rana latastei), il tritone crestato (Triturus cristatus), i chirotteri (Chiroptera) e alcune specie di farfalle, come la polissena (Zerynthia polyxena). Altre specie su cui periodicamente vengono condotte delle indagini specifiche includono alcuni uccelli svernanti, come le oche (Anser anser), e alcune popolazioni di uccelli nidificanti, come i picidi (Picidae Vigors) o il martin pescatore (Alcedo atthis).

Stormo di oche lombardelle (Anser albifrons) in volo. Foto © Matteo De Luca.
Stormo di oche lombardelle (Anser albifrons) in volo. Foto © Matteo De Luca.

Ci viene spontaneo chiedere se nel tempo sia stata osservata qualche particolare “tendenza” all’incremento o alla riduzione nella numerosità delle specie monitorate. Matteo ci spiega che i trend variano molto a seconda della specie considerata e, più in generale, riflettono le dinamiche che avvengono su scala più vasta nel territorio circostante. Il picchio cenerino (Picus canus), per esempio, una volta non era presente in queste zone, mentre ora nidifica diffusamente. Al contrario il cavaliere d’Italia, che un tempo nidificava nella riserva, purtroppo ora si osserva di rado. Di recente è stato registrato un aumento nella popolazione delle oche svernanti, mentre stiamo gradualmente perdendo specie più legate ai prati.

L’importanza di preservare le zone umide

Navigando sul sito della riserva , la nostra attenzione viene catturata dal paragrafo intitolato “cosa sono le zone umide?”. Si legge che le zone umide sono aree sommerse dall’acqua in maniera stabile o temporanea; esse rappresentano l’habitat di innumerevoli specie animali che nel tempo si sono adattate a questo ambiente, in prevalenza uccelli e anfibi. Tuttavia, queste aree sono essenziali anche per altri motivi: hanno un ruolo nel contenimento delle esondazioni e nella riduzione degli influssi delle ondate di piena, sono fonti importanti di acqua potabile, trattengono le sostanze nutritive e funzionano come depuratori delle acque.

Foce dell'Isonzo e Isola della Cona. Foto © Matteo De Luca.
Foce dell’Isonzo e Isola della Cona. Foto © Matteo De Luca.

Purtroppo le attività antropiche stanno mettendo sempre più a rischio la sopravvivenza di questi ecosistemi, con la costruzione di strade e centri abitati, attraverso opere di bonifica volte a ottenere campi coltivabili e con la regolazione dei letti dei fiumi. Un ulteriore fattore di rischio per queste zone è legato alle conseguenze del cambiamento climatico. Matteo ce ne dà conferma e ci spiega che oggi le zone umide costiere soffrono in modo particolare gli effetti dovuti a questi mutamenti.

L’innalzamento del livello del mare e la sua crescente salinizzazione sono fenomeni percepiti in maniera tangibile da chi vive in questi territori. In conseguenza di ciò, le zone umide d’acqua dolce che si trovano nell’arco costiero risultano “schiacciate” su due fronti, alle spalle da un’agricoltura invadente e di fronte dal mare che avanza.

Quindi” – conclude Matteo – “riuscire a conquistare anche solo dieci ettari di terreno agricolo in più da convertire in area protetta è di fondamentale importanza per le specie che hanno qui il loro habitat. Il messaggio importante da trasmettere” – ribadisce – “è che i ripristini non sono opere particolarmente costose e possono essere replicate facilmente; anche se realizzate in piccoli lotti distribuiti su tutto il territorio, danno grandi risultati.

Gestire una riserva, tra vincoli e opportunità

Che questo sia un progetto riuscito è indubbio, chiediamo quindi a Matteo quali ritiene siano stati i fattori determinanti per il successo di questa iniziativa. “Anche in questo caso, Fabio Perco aveva avuto una buona intuizione” – esordisce. “Infatti, aveva ritenuto opportuno creare un ente tecnico-scientifico che si occupasse della gestione dei progetti ambientali nella riserva: la Stazione Biologica dell’Isola della Cona, di cui oggi sono responsabile”.

Nella regione Friuli” – continua De Luca – “l’amministrazione delle riserve ricade sul comune che fa capo al territorio d’interesse. Spesso tuttavia, le amministrazioni comunali mancano delle competenze tecniche necessarie per far fronte alla gestione di un’area naturalistica protetta e per sopportare il carico di lavoro che ne deriva. La Stazione Biologica si occupa quindi dell’attività scientifica, che include una parte per così dire “ordinaria”, costituita dai monitoraggi, ma non solo. La volontà sarebbe infatti quella di andare oltre l’ordinario, per quanto possibile, effettuando una gestione “attiva”, dunque più efficace.”

Ci spiega poi che nel concetto di gestione ricadono, per esempio, le collaborazioni con le università. Ai fini dell’elaborazione di tesi di laurea e di dottorato incentrate sullo studio delle specie autoctone, la riserva offre supporto tecnico e logistico. “Inoltre” – continua Matteo – “si cerca di accedere a finanziamenti europei, partecipando a bandi come gli Interreg Europe, per ottenere risorse aggiuntive da investire per la riserva”.

Osservatorio della Marinetta, all'interno della riserva. Foto © Matteo De Luca.
Osservatorio della Marinetta, all’interno della riserva. Foto © Matteo De Luca.

E così oggi, dopo tanti anni, il piccolo comune di Staranzano, a cui fa capo la riserva, può vantare un’attrattiva turistica di tutto rispetto. Quest’area in origine aveva relativamente poco da offrire dal punto di vista turistico, ma oggi la Riserva Naturale della Foce dell’Isonzo ne è diventata il biglietto da visita. Il merito va anche ai funzionari e ai politici che si sono succeduti negli anni, che nel complesso hanno appoggiato e sostenuto le iniziative di ripristino ambientale e ne hanno incentivato la messa in pratica”.

Infine” – prosegue De Luca – “un altro fronte su cui si sta cercando di investire per ottenere collaborazioni fruttuose riguarda le aziende che gestiscono terreni all’interno della riserva. Con alcuni grandi gruppi proprietari di vaste aree agricole si è raggiunto un accordo che permette di soddisfare le necessità di tutte le parti coinvolte”. Il dottor De Luca ci spiega che il Programma di Sviluppo Rurale nella regione Friuli-Venezia Giulia consente di finanziare le iniziative volte al ripristino e alla salvaguardia dei prati di pregio naturalistico.

Oggi più di un tempo, le aziende hanno un interesse spiccato verso l’eco-sostenibilità e hanno quindi accettato di buon grado l’idea di convertire alcune aree di loro competenza per la creazione di zone miste di macchia e radura, prati e siepi. Si tratta ancora di un progetto pilota” – conclude Matteo – “ma, se si rivelerà interessante, potrà essere replicato ed amplificato, innescando un meccanismo virtuoso dove si ottengono benefici per tutti”.

Conclusione

Vogliamo concludere con le parole di Ibrahim Thiaw, segretario esecutivo della convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, che scrive nella prefazione all’ultimo Global Land Outlook: “Regenerating our land resources provides multiple benefits for people, climate, and nature […]. We cannot stop the climate crisis today, biodiversity loss tomorrow, and land degradation the day after. We need to tackle all these issues together”.

Siamo felici di aver dato voce al dottor De Luca e vorremmo che l’entusiasmo trasmesso a noi durante questa lunga “chiacchierata” trasparisse dal nostro racconto, per diventare “virale”, per usare un termine in voga, e contagiare chi ancora il proprio contributo non l’ha dato.

Foto di copertina © Matteo De Luca

Rossella De Poi

Sono biotecnologa e Ph.D. in scienze molecolari. Lavoro in un laboratorio di analisi chimiche, dove mi occupo di mettere a punto metodi per l’identificazione di sostanze per così dire “indesiderate”, come tossine e inquinanti ambientali. Amo la scrittura, lo sport e il contatto con la natura. Insieme a Nature Defence vorrei dare un contributo per la tutela del nostro meraviglioso pianeta.

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