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Nei villaggi tradizionali di “crofter”, i piccoli agricoltori delle Ebridi, le foreste native vengono ripristinate utilizzando i proventi del parco eolico posto sull’isola di Lewis. Un esempio virtuoso che vede la collaborazione di cittadini, scienziati e istituzioni, ponendo al centro l’impegno delle comunità locali nel promuovere modelli di sviluppo sostenibile.
Le foreste native delle isole Ebridi
Le foreste native delle isole Ebridi sono frammenti di ecosistemi che una volta coprivano una parte significativa di queste isole verdi e selvagge, poste al largo della costa occidentale scozzese. I boschi nativi, caratterizzati da specie autoctone come la betulla, il pino silvestre e il salice, hanno subito una forte riduzione nell’ultimo secolo, a causa dello sviluppo di pratiche di agricoltura intensiva, dell’estensione dei pascoli, della presenza di grandi popolazioni di cervi e della deforestazione legata alla produzione di legname.
Un fenomeno che ha riguardato, in particolare, le Ebridi occidentali (o esterne). Tuttavia, iniziative recenti per lo sviluppo sostenibile e la riforestazione mirano a ripristinare questi habitat perduti, promuovendo la biodiversità e la conservazione di specie rare.

Le comunità locali a difesa delle foreste native
Riconosciute dalla scienza e dalle comunità locali come costituenti irrinunciabili della società isolana, le foreste si rivelano fondamentali per la mitigazione degli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici e per una vasta gamma di attività tradizionali che costituiscono l’essenza stessa della peculiare cultura scozzese delle isole. Questa presa di coscienza collettiva è il frutto di mutamenti critici nei principali assetti sociali ed economici delle isole Ebridi avvenuti negli ultimi decenni. Un ruolo di particolare rilievo nel passaggio a modelli sostenibili è stato svolto dalle comunità di piccoli agricoltori del luogo (“crofter”).
Un ambiente ferito
Nonostante gli scenari idilliaci che caratterizzano gli ambienti di queste isole, la vita delle comunità locali nel corso dei secoli è stata caratterizzata da grandi difficoltà. La pesca non è sempre possibile, per le imprevedibili condizioni del mare e i forti venti che spazzano le coste, mentre l’agricoltura rappresenta una terribile sfida, a causa di suoli poveri e precipitazioni abbondanti. Tradizionalmente, questa attività è stata quindi di semplice sussistenza, e si è basata sulla lavorazione di piccoli appezzamenti di terreno per ottenere produzioni contenute destinate a sfamare le famiglie locali. Un modello che, seppur sfidante, si presentava come intrinsecamente sostenibile ed era supportato da piccoli allevamenti di bestiame.
Tuttavia, nei secoli scorsi, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie, si è assistito a un progressivo rafforzamento dell’attività agricola e di allevamento su vasta scala, con tentativi, anche piuttosto aggressivi, di “piegare” i paesaggi alle pratiche intensive. In particolare, è stata l’estensione dei pascoli a provocare i danni peggiori: oltre alla massiccia deforestazione, gli allevamenti intensivi hanno alimentato il degrado e l’erosione dei suoli. Misure che hanno ferito l’ambiente, causando gravi danni alla salute delle foreste native e minandone la biodiversità.
Il turismo e la riscoperta delle attività tradizionali
Il ritorno a modelli economici sostenibili è avvenuto gradualmente, con piccoli segnali a partire dai primi anni ’90 del secolo scorso e un più deciso cambio di rotta negli ultimi 10 anni. I nuovi fondi per lo sviluppo sostenibile, la crescita dell’eco-turismo e il recupero delle attività tradizionali stanno giocando un ruolo chiave nel ridurre il ricorso all’agricoltura e all’allevamento intensivi. L’aumento dei flussi turistici (nonostante si tratti di territori difficili da raggiungere, le isole registrano quasi 300.000 visite l’anno, con un indotto che supera i 65 milioni di sterline) ha incentivato la promozione di esperienze legate alla cultura locale e alle tradizioni, come la lavorazione della lana, la pesca e l’artigianato. Il patrimonio ambientale ha ritrovato il suo ruolo nell’economia di queste terre, anche grazie a un turismo lento, consapevole e colto, interessato sia agli aspetti naturalistici che a quelli tradizionali.
Questo ha permesso alle comunità di diversificare le proprie fonti di reddito, diminuendo la dipendenza dai metodi intensivi ed espandendo i progetti per la produzione di energia pulita, la corretta gestione dei rifiuti e la rigenerazione delle aree naturali, puntando su modelli di amministrazione comunitaria come il “trust”. Grazie a una maggiore consapevolezza dell’importanza della conservazione e a un interesse genuino nel ripristino delle foreste come parte della cultura isolana, le comunità locali stanno abbracciando pratiche sostenibili avanzate per la gestione delle terre, con un occhio di riguardo per il recupero della biodiversità. A fare la differenza nell’ambito dello sviluppo sostenibile sono soprattutto le collaborazioni uniche tra agricoltori, allevatori, cittadini, biologi ed enti per la riforestazione.
I primi progetti di riforestazione
Per molti anni le pratiche di ripristino delle foreste native sono state condotte su piccola scala. I primi piani di riforestazione sono stati avviati oltre trent’anni fa, su impulso di piccoli gruppi di allevatori e agricoltori, in collaborazione con i centri di ricerca locali. Spesso, a spingere questi gruppi è stata la consapevolezza del ruolo delle foreste nella protezione dal vento e nella produzione di risorse, ma anche una sorta di nostalgia per il passato, unita al desiderio di riportare l’ambiente naturale a ciò che era fino a un secolo fa o, addirittura, la volontà di ripristinare uno scenario ancora più antico, ispirato ai racconti tradizionali.
Il retaggio celtico nella relazione con la natura
Nell’antichità, gli scozzesi coltivavano un legame profondo e spirituale con la natura. Le tribù celtiche vedevano nelle foreste sacre dimore di spiriti e divinità. Gli alberi rivestivano un ruolo speciale nei riti, e querce, frassini e betulle erano venerati per il loro simbolismo spirituale. Un retaggio che continua fino a oggi a echeggiare nelle isole, tra la machair (termine gaelico che indica l’ampia pianura erbosa e sabbiosa delle Ebridi, un ecosistema unico e prezioso) e sulle scogliere, e che sopravvive in particolare nelle zone più remote e interne delle isole. I piccoli agricoltori e allevatori si fanno custodi di questi saperi, non soltanto perché storicamente connessi alla cultura tradizionale ma anche perché consapevoli dell’importanza della salute delle foreste per le loro attività.

Il parco eolico comunitario e la nascita del progetto Croft Woodland
Otto anni fa, i piani di riforestazione hanno assunto finalmente una dimensione nuova. A promuovere la svolta è stata la comunità energetica dell’isola di Lewis, la quale punta ora su energia pulita e progetti di bioeconomia per rilanciare le attività economiche delle Ebridi esterne. Il Croft Woodland Project , il grande piano per la riforestazione promosso dal Point and Sandwick Trust – ente per l’energia eolica e lo sviluppo sostenibile delle Ebridi – è partito nel 2016 e fin dai primordi ha visto una grande collaborazione tra istituzioni e società civile. L’iniziativa nasce infatti su impulso dei cittadini coinvolti nella gestione del parco eolico dell’isola di Lewis (il quale si compone di tre turbine di proprietà del trust e, dunque, condivisa).
Energia pulita e riforestazione per lo sviluppo sostenibile
L’80% dei fondi a sostegno dei progetti di riforestazione e ripristino delle foreste native deriva direttamente dal parco eolico, attraverso i profitti annuali derivanti dalla vendita di energia (parliamo di quasi 1 milione di sterline). Le turbine di Beinn Ghrideag generano una quantità di energia sufficiente, tra l’altro, per rifornire di energia elettrica pulita tutte le Ebridi esterne.
Calum Macdonald, ex deputato laburista a guida del Croft Woodland Project, ha dichiarato in un’intervista rilasciata al The Guardian che il progetto è nato con la volontà di riutilizzare i profitti per creare benessere e prendersi cura del futuro della comunità. Un modo, anche, per evitare ciò che spesso accade con i grandi parchi eolici multinazionali, i quali sfruttano i territori senza lasciare alla comunità locali nulla della ricchezza accumulata.
Il grande piano di riforestazione Croft Woodland, mira a piantare 1 milione di alberi entro il 2030, puntando sul coinvolgimento attivo di tutti i cittadini. Nessuno escluso: dagli agricoltori agli allevatori, dai bambini (grazie anche a partnership specifiche con le scuole) sino agli anziani (un lavoro di squadra che ha già consentito la piantumazione di oltre 200.000 alberi).
La tecnica a mosaico
Il ripristino delle foreste native viene portato avanti soprattutto in zone a ridosso, all’interno o nelle intersezioni tra i piccoli terreni agricoli adiacenti alle classiche abitazioni scozzesi di campagna (“croft”). La cura delle foreste permette ai terreni di beneficiare dell’aumento delle popolazioni di insetti impollinatori, della protezione offerta dagli alberi contro le raffiche di vento tipiche della regione e di una migliore qualità del suolo, derivante dal fiorire di forme di vita animali e vegetali nelle aree selvagge.
Gli alberi vengono piantati “a mosaico”, ovvero in modo da creare piccole ma diffuse concentrazioni di foresta, le quali contengono fino a 1.500 alberi ciascuna. Queste aree diventano rifugio per gli animali selvatici, barriere naturali contro gli eventi estremi e i forti venti, efficaci sistemi di drenaggio delle acque. Essenziali per il ripristino di habitat perduti, esse promuovono anche la salute delle persone, che trovano nei boschi una fonte di benessere e svago, e usufruiscono dei servizi ecosistemici offerti. In più, il progetto Croft Woodland ha anche identificato decine di croft dismessi o abbandonati, che sono stati recuperati e trasformati in foreste di alberi autoctoni, aree protette e frutteti.
Il ruolo dei croft
Come funzionano esattamente i croft? Essi sono molto di più che semplici terreni agricoli a conduzione familiare. Nelle isole Ebridi, come in tutta la Scozia, è molto diffusa una forma specifica di affitto agricolo che ha radici storiche profonde e svolge un ruolo cruciale nella vita rurale scozzese. I crofter, cioè i contadini che praticano il crofting, lavorano appezzamenti di terra chiamati appunto “croft”, generalmente di piccole dimensioni. I terreni appartengono, solitamente, a grandi proprietari terrieri, ma, in molti casi, le comunità di crofter possono acquistare la terra su cui vivono attraverso schemi di proprietà collettiva promossi dal governo scozzese.
Da notare che sebbene il crofting sia tradizionalmente associato all’agricoltura, i crofter integrano il loro reddito con altre attività, come il turismo rurale, l’allevamento, la lavorazione della lana e la pesca. L’agricoltura è di sussistenza, piuttosto che commerciale e questo consente di sviluppare con la terra una relazione profonda, lontana dalle logiche dello sfruttamento intensivo.

I croft sono parte del tessuto sociale scozzese, con particolare riferimento ai territori delle Highlands e delle isole. In Scozia esistono oltre 21.000 croft, che equivalgono a quasi 800.000 ettari di terreno (il 15% dell’intero territorio del Regno Unito). I boschi nativi hanno visto ridurre i propri spazi, man mano che l’attività agricola intensiva si espandeva, allargandosi ben oltre i tradizionali confini dei croft. Oggi la rotta è cambiata, grazie alla riscoperta delle attività tradizionali e alla riduzione delle realtà intensive. Ma c’è ancora molto lavoro da fare. Nonostante tutto, l’ambiente di queste isole è incredibilmente resistente: i boschi che sopravvivono tra i croft sono tra gli habitat più ricchi e vari, in termini di biodiversità, di tutto il Regno Unito.
La biodiversità vegetale delle foreste native ripristinate
Tutti i semi utilizzati per il progetto di rimboschimento Croft Woodland provengono da specie locali e native delle Ebridi. Questi vengono recuperati e conservati dall’Hebridean Tree Ark , un ente comunitario che coordina progetti di conservazione e ripristino delle foreste native nelle Ebridi occidentali o esterne. La raccolta dei semi da specie arboree da parte dell’Hebridean Tree Ark è di particolare rilevanza poiché si tratta di recuperi che avvengono nei luoghi più inaccessibili delle isole Ebridi, come scogliere e insenature. Proprio in questi luoghi impervi (e dunque riparati dagli “assalti” di cervi e pecore) si trovano le varietà più rare.
Tra quelle più rappresentate nel progetto di riforestazione Croft Woodland vi sono l’ontano, il sorbo degli uccellatori, il pino silvestre, il prugnolo, l’acero, diverse varietà di salice, la quercia, il nocciolo e la betulla.
I trust e la loro importanza nello sviluppo sostenibile
Un trust è una forma di gestione della proprietà comune molto utilizzata in tutto il Regno Unito, compresa la Scozia, e che mira alla tutela delle risorse appartenenti alla collettività. Un trust può essere istituito da una comunità o da singole famiglie allo scopo di acquistare e amministrare terre, ma anche per gestire progetti complessi per il bene comune, la tutela o il ripristino della natura o di siti di interesse storico. Questo modello consente ai membri di condividere diritti e responsabilità sulla gestione del territorio, promuovendo lo sviluppo sostenibile e la realizzazione di iniziative locali, come quella di cui abbiamo parlato in questo articolo, dedicate alla tutela degli ecosistemi. Il trust agisce legalmente come un “custode delle terre” a lungo termine con un occhio, quindi, alla corretta gestione delle risorse, per rendere i beni fruibili anche dalle future generazioni.

Conclusione
Il progetto di riforestazione nelle Ebridi Occidentali rappresenta un esempio tangibile di come le comunità locali possano prendere in mano il proprio futuro, collaborando attivamente per ripristinare ecosistemi perduti. Grazie all’unione di tradizione e scienza, e all’impegno condiviso di cittadini e istituzioni, il paesaggio inizia a mutare e le foreste native si riprendono i loro spazi.


