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Vaia, è il nome dato alla tempesta che a fine ottobre 2018 si è abbattuta su Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, interessando anche alcune zone di Svizzera, Austria, Croazia e Francia. Ma il più colpito è stato, senza ombra di dubbio, il Triveneto.
Un evento estremo, un ciclone extratropicale aggravato dal cambiamento climatico, originatosi presso le isole Baleari e spostatosi verso il Mar Tirreno che è andato poi a colpire la parte Nord e Nord-Est della penisola, abbattendo oltre 16 milioni di alberi su una superficie di 42.500 ettari di bosco, uccidendo 38 persone, di cui 8 nel Triveneto e danneggiando pesantemente le infrastrutture, con intere famiglie rimaste per giorni senza acqua ed elettricità.
Tutto ha inizio il 26 ottobre 2018 con piogge intensissime. Si stima che in tre giorni caddero oltre 700 millimetri di pioggia in Trentino e in Veneto e circa 870 in Friuli. Poi è arrivato il vento con raffiche che, in alcune zone, sono arrivate a superare i 217 km/h, come avvenne nelle zone di Passo Rolle al confine tra Trentino e Veneto.

Curiosità: origine del nome
In Europa i nomi ai fenomeni ciclonici e anticiclonici vengono dati dall’Istituto di Meteorologia della Libera Università di Berlino, l’Institut für Meteorologie della Feie Universitӓt Berlin. Chi vuole può richiedere di inserire tra i nomi papabili il proprio o quello di un proprio familiare o amico. Per la modica cifra di 199€ più iva si possono battezzare i fenomeni di bassa pressione e 299 più iva per quelli di alta pressione.
È quello che ha fatto il fratello della signora Vaia Jakobs, come regalo di compleanno alla sorella: il suo nome a battesimo di un fenomeno metereologico, non immaginando mai che sarebbe capitato ad uno dei cicloni extratropicali più devastanti che l’Italia abbia mai conosciuto.

Dopo la tempesta, il bostrico
Gli abeti rossi, sono stati la specie di alberi più colpiti dalla tempesta, proprio la specie amata dal bostrico tipografo (Inp thypographus ).

Un coleottero lungo circa 4-5 mm, di colore bruno-scuro che ha trovato le condizioni ambientali lasciate dalla tempesta, perfette per proliferare. Quello che fa questo insetto è seccare gli abeti malati o in sofferenza, sviluppandosi sotto corteccia dove vi sono i vasi conduttori che trasportano la linfa e interrompendo di fatto il flusso di questa alla pianta. Le infestazioni da bostrico sono riconoscibili per le macchie rosse che lascia sul paesaggio boschivo. Chiazze di abeti secchi e morti.

Gli alberi schiantati da Vaia sono risultati appetitosi per il bostrico, un insetto che a condizioni climatiche favorevoli, è in grado di percorrere fino a 4 km per raggiungere i luoghi più adatti alla riproduzione. Il bostrico maschio infatti penetra nella pianta in primavera, forandola e costruendovi poi una sorta di camera nuziale nella quale si accoppia con più femmine, che a loro volta scavano gallerie che dipartono dalla camera e arrivano fino ai 10 o 15 cm di lunghezza atte alla deposizione di all’incirca 50 uova. Uova che poi diverranno larve, larve che a loro volta, nutrendosi, scaveranno altre gallerie di 5-6 cm, sempre sotto corteccia, per poi diventare adulte e ripetere il tutto, attaccando altre piante.
Sempre il cambiamento climatico ha facilitato lo sviluppo del bostrico che con l’aumento delle temperature ha un periodo di sviluppo più breve. Il caldo porta in sofferenza anche la pianta stessa che diviene così più vulnerabile agli attacchi da bostrico.
Solo nella provincia autonoma di Trento (la più colpita dalla tempesta), il bostrico ad oggi ha danneggiato più di 2 milioni di metri cubi di legno. Per il bostrico si è parlato di una vera e propria epidemia, tuttora in corso, anche se in calo, con una fine si spera prevista tra il 2025 – 2026.
Il recente studio: i picchi neri hanno iniziato a nidificare sulle piante infestate dal bostrico
A monte il cambiamento climatico, poi Vaia, poi l’epidemia da bostrico… eventi ecologici che si susseguono a catena, l’uno alimentato dall’altro, che hanno portato ad oggi ad un nuovo studio che ha aperto le porte ad una nuova problematica ecologica.
Secondo il recente studio , pubblicato lo scorso 4 dicembre, sulla rivista “Animal Conservation” grazie alla collaborazione tra MUSE – Museo delle Scienze di Trento, Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino e Università degli Studi di Milano, dal titolo “No quiet after the storm: Emergency forestry operations put Alpine forest biodiversity at risk 5 years after major windstorm”, ben il 60% dei picchi neri (Dryocopus martius) del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino, ha sfruttato l’epidemia del bostrico per nidificare sulle piante infestate.
I picchi neri rappresentano una specie chiave per gli ecosistemi forestali, nonché promotori di biodiversità. Essi infatti costruiscono delle cavità nell’albero per nidificare, che risultano poi utili anche ad altre specie come uccelli, mammiferi (le grandi cavità scavate dal picchio nero “aiutano” per esempio la nidificazione della civetta capogrosso, il cui areale di distribuzione si sta riducendo a causa del cambiamento climatico, spostandosi verso quote più elevate in quanto più fredde) e insetti, tenendo però anche a bada la possibile crescita incontrollata di questi ultimi.
Dal 2007 ad oggi, per impedire di tagliare gli alberi nidificati dal picchio nero è stato avviato un progetto di conservazione, con il quale sono stati identificati gli alberi nidificati dai picchi neri, contrassegnati poi con una “P”, che da sola bastava e basta ad esimerli dall’abbattimento. Nella Provincia Autonoma di Trento, 166 di questi erano presenti nel Parco di Pavoneggio dove 5000 ettari di foresta dominata dall’abete rosso è stata controllata prima e dopo la tempesta.
Il 50% degli alberi esaminati pre-Vaia, nei quali erano presenti delle nidificazioni del picchio nero, sono purtroppo risultati abbattuti da tempesta. Specie resiliente, il picchio nero non ha subito su di sé la tempesta, ma la popolazione della zona secondo i dati è rimasta stabile. Quello che è cambiato è stato il luogo di nidificazione: prima di Vaia gli alberi vivi, dopo Vaia gli alberi morti. A maggio 2024, il 60% degli alberi nidificati dai picchi neri risultano essere di fatto abeti rossi disseccati dal bostrico. Da aggiungere poi che molti degli alberi non colpiti da Vaia ma nidificati dai picchi neri, sono stati anche questi attaccati dal coleottero.
Da qui si innesca la trappola ecologica: molti degli alberi che vengono abbattuti nelle operazioni forestali perché attaccati dal bostrico, sono gli stessi che ospitano i nidi e i siti di riproduzione del picchio nero e di altre specie ecologicamente importati per le Alpi. Il picchio nero nidifica poi solo negli alberi che hanno all’incirca gli 80 anni d’età, se ne deduce quindi che fino al 2100 la specie nidificherà solo su alberi che già esistono. C’è quindi un’enorme necessità di preservare gli alberi nidificati dal picchio nero, per il picchio nero stesso e per tutte le specie che beneficiano delle cavità costruite dall’uccello.
Le raccomandazioni degli studiosi
Per prevenire l’ennesima emergenza che potrebbe seriamente mettere a rischio molta biodiversità alpina, gli studiosi propongono di escludere alcuni boschi di abeti rossi dall’abbattimento, cercando di preservare gruppi di 20-30 alberi intorno agli alberi nidificati, sia morti che vivi, per garantire la disponibilità di cavità essenziali per la riproduzione del picchio e di tutte le specie che ne dipendono.
Conclusione
A distanza di sei anni, ancora oggi, le foreste alpine stravolte da Vaia, subiscono gli strascichi che la tempesta si è lasciata dietro. Il giorno più intenso della tempesta, la notte tra il 29 e il 30 ottobre, è ormai oggi una triste data da ricordare. Vaia ha cambiato i boschi e scosso per sempre gli abitanti dei territori colpiti. Vaia ci insegna anche che, in piena emergenza climatica, la biodiversità è una ricchezza da difendere, salvaguardare e non attaccare (vedi le recenti misure prese a Berna sul lupo).


