Nei boschi residuali c’è del buono oltre l’abbandono.

I boschi residuali, ambienti naturali trascurati, celano dietro il loro abbandono un sorprendente e prezioso valore ecologico.
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Il secondo dopoguerra in Italia è stato caratterizzato da un’intensa trasformazione del paesaggio agrario e forestale. Durante questo periodo, le aree pedemontane, alla base di Alpi e Appennini, hanno subito un progressivo spopolamento in favore delle valli.  Non di meno le aree agricole, hanno anch’esse assistito al massiccio esodo del ceto contadino attratto dalla città e le sue opportunità. Contemporaneamente le superfici coltivabili erano minacciate dalla pressione del comparto industriale.

I “brutti anatroccoli” tra le aree forestali

È innegabile che la dismissione dei regimi di conduzione selvicolturale nelle aree pedemontane abbia, talvolta, favorito una maggiore maturità delle foreste. Al contrario, nelle aree più a bassa quota, e specialmente in quelle presso cui sorgevano i primi hinterlands delle città, l’intensificazione agricola è stata predominante. Le terre più fertili, se non aggredite dagli impianti industriali, sono state sfruttate al massimo. Viceversa le aree marginali, meno produttive o difficili da lavorare con i mezzi del tempo, sono state trascurate e spesso abbandonate. Questa dinamica ha portato a una crescente concentrazione dell’impresa industriale e agricola nelle zone più produttive, mentre le terre meno favorevoli sono state escluse.

I boschi residuali rappresentano queste ultime vestigia di antiche formazioni naturali e mostrano la resilienza ambientale di fronte allo sviluppo agricolo, industriale e urbano.
Si tratta di piccole aree forestali isolate tanto da associazioni vegetali analoghe quanto da sistemi forestali più ampi e articolati. Veri e propri frammenti separati del paesaggio che occupano generalmente una superficie ridotta e sono circondati dai campi coltivati e aziende agricole. In questo articolo esploreremo il valore ecologico dei boschi residuali in abbandono: angoli di straordinaria importanza ambientale che raccontano una storia di resistenza e possibile rinascita pioneristica.

Pezzi di bosco “tagliati fuori

Riavvolgiamo il nastro agli anni ’50, quando si crearono le condizioni che portarono all’abbandono dei boschi residuali e alla loro non coltivabilità. Si è appena concluso il secondo conflitto mondiale e le campagne italiane sono molto diverse da come le conosciamo oggi. I coltivatori diretti devono fronteggiare un paesaggio agrario spesso ostile e inospitale: decidere di effettuare una lavorazione è un vero e proprio investimento da ponderare.

Sino agli anni ’60, infatti, le tradizionali macchine agricole come, ad esempio, aratri, mietitrebbie e trattrici erano poco disponibili e inadatte allo scopo. I suoli collinari e delle aree pedemontane  erano caratterizzati da una morfologia accidentata, con forti pendenze che rendevano difficile qualsiasi tipo di lavorazione meccanica. A queste condizioni si aggiungevano una struttura del suolo spesso impegnativa e percorsa da episodi erosivi che minacciavano la stabilità del terreno. Altre volte si rilevava  una scarsità in termini di risorse idriche, che ostacolava la futura irrigazione.

Esemplare di trattore italiano diffuso nel dopoguerra, inadeguato a lavorazioni in terreni accidentati.
Esemplare di trattore italiano diffuso nel dopoguerra, inadeguato a lavorazioni in terreni accidentati.

Lavorare tali fondi diveniva ancor più difficile dovendo far fronte alla carenza di manodopera in seguito alle migrazioni verso le città. Questi flussi demografici sono stati responsabili dell’impoverimento delle zone rurali e del decremento della forza lavoro delle campagne. La drastica riduzione dei braccianti, con conseguente diminuzione dell’offerta per i lavori nei campi, ha fatto lievitare il costo della manodopera. Escludere dal quaderno di campagna le lavorazioni colturali abbandonando gli appezzamenti situati nei versanti collinari e nelle zone pedemontane appariva, perciò, l’unica scelta perseguibile dall’impresario che vuole agire con la “bontà del padre di famiglia”.

Oltre ai fattori legati alla manovalanza, ai limiti tecnici e operativi, alla crisi economica e alla difficoltà di accesso al credito per gli investimenti agricoli, vi era anche una forte inerzia culturale nelle comunità extraurbane. Spesso gli agricoltori mostravano reticenza all’adozione delle nuove tecnologie, preferendo affidarsi a pratiche tradizionali e manuali, o legate allo sfruttamento delle bestie da soma. Questa diffidenza, che associa mancanza di formazione tecnica a una evidente resistenza al cambiamento, contribuiva al perpetrare tecniche manuali e inefficaci nelle zone marginali.

In definitiva, le zone più vocate ai regimi intensivi di conduzione del latifondo erano le aree pianeggianti. Qui l’uso di macchine agricole trovava una più facile applicazione, permettendo agli agricoltori di sfruttare ogni potenzialità del parco macchine. Vi erano quindi comprensori produttivi che attiravano la spesa pubblica e gli investimenti del capitalista agrario. Dall’altro lato, le aree pedemontane e collinari scoraggiavano gli investimenti spingendo verso il rifiuto e l’abbandono colturale.

Il paradosso dell’abbandono

È controintuitivo affermare che “la natura che segue il proprio corso” non garantisce necessariamente un miglioramento della qualità ambientale e delle performance ecologiche. Tuttavia, questo è precisamente il caso dei boschi residuali, piccole particelle verdi ubicate all’interno di paesaggi industrializzati o agricoli intensivi. A differenza delle foreste pedemontane e montane, i boschi residuali, isolati e non “spalleggiati” da sistemi forestali contigui, affrontano sfide ecologiche maggiori. In tali contesti, l’assenza di opportuna gestione forestale può portare a una banalizzazione ecologica e meno ricchezza in termini di servizi ecosistemici.

La realtà ecologica è qualcosa di ben diverso che una visione ottimistica di stampo ambientale. La mancanza di una gestione attiva nelle aree boschive, che include operazioni come il taglio periodico degli alberi, la manutenzione dei sentieri, il pascolamento regolato a turni e le azioni di monitoraggio, porta inevitabilmente al degrado ecologico. Senza tali interventi, la struttura del bosco tende a chiudersi, riducendo la penetrazione della luce solare e compromettendo la salute del sottobosco e della copertura vegetale.

Questa chiusura forestale favorisce l’insediamento di specie nitrofile opportuniste e vegetazione arbustiva a rapido accrescimento. Tra queste, specie invasive come il rovo (Rubus ulmifolius), il pungitopo (Ruscus aculeatus) e l’acacia (Robinia pseudoacacia) colonizzano rapidamente il sottobosco ai danni delle specie originali.

Dettaglio della fioritura della robinia (Robinia pseudoacacia) pianta invasiva.
Dettaglio della fioritura della robinia (Robinia pseudoacacia) pianta invasiva.

La semplificazione degli ecosistemi conseguente a questa invasione riduce notevolmente la biodiversità e appiattisce la varietà floristica. Questa perdita di complessità ecologica non solo diminuisce la resilienza dell’ambiente alle perturbazioni esterne, ma ne minaccia anche la sopravvivenza a lungo termine.

Opportunità di conservazione

Per prevenire la monotonia biologica e contrastare la depauperazione ecologica dei boschi residuali, è essenziale concentrare gli sforzi sulla gestione e il recupero degli spazi ecotonali.

Cosa sono gli ecotoni e come sono costituiti?

Gli ecotoni sono zone di transizione tra due ecosistemi distinti, dove avviene una mescolanza di specie e condizioni ambientali. Questi spazi, che spesso presentano una biodiversità superiore a quella degli ecosistemi adiacenti presi singolarmente, si costituiscono di due componenti principali.

Gli orli sono i margini degli ecosistemi, come il confine tra un bosco e una prateria, caratterizzati da una ricca varietà di specie lungo la linea di contatto tra due habitat differenti.

I mantelli, invece, sono fasce di vegetazione che circondano un ecosistema o un habitat: zone di protezione e interfaccia tra ambienti naturali e alterati, contribuiscono a smussare i confini antropologici od orografici e facilitare l’interazione tra i diversi tipi di ecosistemi.

Gli spazi ecotonali dei boschi residuali in abbandono

I margini tra foreste e terreni agricoli rivestono un’importanza vitale per la biodiversità. Ospitando, infatti, specie che non si trovano né nel cuore della selva né nei appezzamenti coltivati, creano habitat sinergici che arricchiscono il panorama biologico generale. Tali spazi fungono da zone di confluenza essenziali per le specie migratrici, facilitando l’adattamento e una graduale acclimatazione durante gli spostamenti. Inoltre, offrono importanti servizi ecosistemici: migliorando la qualità del suolo, riducendo l’erosione e ottimizzando la qualità dell’acqua grazie alla loro capacità di filtrazione naturale e gestione delle acque superficiali durante i fenomeni di ruscellamento, o di deposito alluvionale in afflusso dalle catene montuose.

Allo stesso modo, le aree di transizione tra aree aride e zone di vegetazione giocano un ruolo cruciale agendo come barriere naturali contro la desertificazione. Particolarmente importanti nelle zone prospicienti gli apprestamenti produttivi agricoli a rischio desertificazione, queste fasce  aiutano a recuperare terre degradate e mantenere la vegetazione nelle aree limitrofe, migliorando così la difesa autoportante dell’ambiente dagli stress legati al cambiamento climatico.

Infine, gli ambienti di transizione tra ecosistemi urbani e naturali servono da corridoi ecologici, facilitano lo spostamento delle specie tra aree naturali e urbanizzate e mantengono la connettività tra frammenti di habitat. Offrono anche spazi di rifugio e risorse per le specie a rischio che vivono ai margini dell’urbanizzazione, sostenendo nicchie animali e vegetali in sofferenza.

Altre strategie conservative

  • Diradamento sperimentale, alleggerimento delle chiome, controllo del sottobosco e “svecchiamento” del bosco: si opera tramite la ripulitura dello strato arbustivo, in quelle zone che il monitoraggio ambientale e l’analisi vegetazionale hanno rivelato come minacciate da specie invasive, sia in quota che nel sottobosco. Prevedere un diradamento  favorisce la creazione di aperture nel bosco, aumentando la radiazione luminosa negli spazi più ombrati a vantaggio della rinnovazione naturale dei semenzali e del sottobosco. Inoltre, è essenziale adottare un rigoroso piano di assestamento forestale e che promuova una struttura disetanea e plurispecifica, con la partecipazione delle sole specie autoctone, rare e a rischio.
  • Arricchimento e ricostituzione ambientale: per diversificare e arricchire l’ambiente, è determinante promuovere la creazione di nuovi biomi, come ambienti umidi e acquatici o praterie. Sfruttando eventuali specchi d’acqua e zone umide, è importante pianificare interventi mirati a supportare e migliorare la loro condizione. Le praterie dovrebbero essere previste successivamente al controllo del sottobosco, rispettando le successioni naturali delle fasce vegetate. A questo scopo, è opportuno creare vivai di cantiere per riprodurre come materiale di propagazione, ove possibile, le piante già presenti nel territorio in oggetto.
  • Estensione della sentieristica e sviluppo del turismo verde: la rete dei sentieri rappresenta un elemento fondamentale per la gestione e la conservazione dell’area naturale, poiché facilita l’accesso per diverse specie e per i visitatori. L’eco-turismo sostenibile può essere una risorsa preziosa, contribuendo alla sensibilizzazione e alla valorizzazione dell’ambiente senza compromettere gli equilibri ecologici. Inoltre, una viabilità e una sentieristica ben sviluppate agevolano significativamente il lavoro della comunità scientifica, rendendo più semplici le attività di campionamento, monitoraggio e altre operazioni necessarie per la gestione e lo studio dell’ecosistema.
Un sentiero ben costituito è dotato di un sottobosco rigoglioso ed una viabilità sufficiente tanto all'uomo quanto agli animali del bosco.
Un sentiero ben costituito è dotato di un sottobosco rigoglioso ed una viabilità sufficiente tanto all’uomo quanto agli animali del bosco.

Conclusioni

In questa fiaba naturale che si è voluta raccontare, i boschi residuali possono essere paragonati al brutto anatroccolo della fiaba di Hans Christian AndersenLa sua trama ci induce a riflettere: nessuna forma di vita è trascurabile o insignificante. Anche le situazioni più difficili, o i luoghi più problematici, possono nascondere il seme di una grande trasformazione. La metamorfosi in un cigno magnifico rappresenta, nella fiaba, non solo il traguardo di una trasformazione fisica, ma il riconoscimento del proprio valore intrinseco, che è sempre stato presente, ma spesso invisibile.

Come il brutto anatroccolo, anche i boschi residuali possono diventare dei magnifici cigni. Nonostante il loro stato attuale possa sembrare trascurabile, essi sono una riserva di valore biologico in cui bellezza e biodiversità possono risplendere solo attraverso una gestione oculata. Così come il protagonista della fiaba non ha mai smesso di credere di trovare il suo posto nel mondo anche i boschi residuali, sebbene abbiano affrontato sfide e abbandono, conservano la speranza di una rinascita.

Davide Bertolini

Laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie e studente della Laurea Magistrale in Agroecologia e Gestione del Verde Multifunzionale. Appassionato di scrittura e divulgazione scientifica tanto da seguire tale ambito nel mio percorso di studi. La creazione di contenuti è per me il mezzo con il quale è possibile offrire uno spunto, una riflessione, o accendere un interesse. Nel tempo libero, adoro viaggiare, scoprire nuove culture e praticare escursioni e trekking.

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