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In questo articolo vorremmo condurvi alla scoperta di una delle zone umide interne più importanti del nostro paese che, anche se nata artificialmente, nei secoli è divenuta un bacino fertile per lo sviluppo della biodiversità. Vi porteremo a Mantova, la patria di Virgilio e dei Gonzaga e più precisamente all’interno del Parco del Mincio.
Parco del Mincio, uno sguardo d’insieme
Il Parco del Mincio, istituito nel 1984 dalla Regione Lombardia, comprende un vasto territorio lungo il corso dell’omonimo fiume; parliamo di un’area di circa 16 mila ettari, che tocca in tutto 15 comuni. Il Mincio nasce dal bacino del lago di Garda in corrispondenza della cittadina di Peschiera ed entra in territorio mantovano nei pressi di Ponti sul Mincio. Dopo un tragitto lungo 73 chilometri tra colline moreniche e pianura, termina la sua corsa sfociando nel Po.
Nel corso dei secoli l’aspetto del fiume è stato fortemente modificato per mano dell’uomo, al punto che in diversi tratti ha assunto l’aspetto di un canale artificiale, appesantito da argini massicci e con tracciato per lo più rettilineo. Nonostante la Pianura Padana sia soggetta a forti pressioni antropiche, esistono ancora aree con un ambiente naturale variegato e biodiverso, dove il Mincio conserva l’originario andamento sinuoso, caratteristico dei fiumi di pianura. Uno di questi territori è la Riserva Naturale delle Valli del Mincio, una delle zone del Parco più rilevanti dal punto di vista naturalistico.
Breve introduzione alla Riserva delle Valli del Mincio
A causa della conformazione geologica del territorio, nei pressi dell’abitato di Grazie il corso del Mincio muta bruscamente direzione, piegando ad angolo retto. Poco dopo, giunto a Rivalta, l’alveo del fiume si allarga e si ramifica, generando un intreccio di canali minori dove le acque scorrono più lentamente. È qui che ha origine la Riserva Naturale delle Valli del Mincio, che con i suoi 1450 ettari di estensione e i 220 km di canali interni costituisce la zona umida continentale più vasta d’Italia.
Non per niente, la riserva è stata dichiarata zona umida di importanza internazionale secondo la Convenzione di Ramsar, è Zona di Protezione Speciale per la tutela e conservazione degli uccelli selvatici ed è Sito di Importanza Comunitaria appartenente alla Rete Natura 2000 per la conservazione degli habitat naturali, della flora e della fauna selvatica.
Le Valli del Mincio si estendono lungo il corso medio del fiume fino alle porte della città di Mantova, dove il letto del Mincio si allarga a formare i tre celebri laghi che circondano la città, avvolgendola in una sorta di “abbraccio”: il Lago Superiore, Di Mezzo e Inferiore.
Nel tempo il territorio dove sorge Mantova ha subito importanti modifiche a livello idrogeologico. Anticamente infatti, la città era costituita in gran parte da paludi e per aspetto era simile ad un “arcipelago” di piccole isole. Solo nel 1190, grazie al genio di Alberto Pitentino, furono implementate numerose opere idrauliche volte a migliorare la difesa della città, garantendone al contempo la sicurezza idraulica e favorendo la navigazione. L’assetto di Mantova fu così ridefinito, portando alla formazione dei tre laghi e delle Valli, che hanno quindi origine artificiale.
Se mai decideste di dedicare un po’ del vostro tempo alla visita di Mantova, vi suggeriamo di arricchire la vostra esperienza con un tour sulle acque del Lago Superiore e delle Valli del Mincio: potreste rimanere meravigliati dalla bellezza di questi luoghi. Accedendo al sito del Parco potrete trovare un ampio ventaglio di proposte, tra cui escursioni in canoa, gite in sup oppure in battello elettrico (come quella che ha sperimentato chi scrive), arricchite dalla spiegazione di guide ambientali esperte.
Navigando sulle acque di Mantova
Abbandonata la riva con gli schiamazzi provenienti dai locali, il battello prende il largo e ci si trova progressivamente immersi nel silenzio della natura. Silenzio a dire il vero solo apparente, perché il lago, grazie alla sua ricca e caratteristica vegetazione, è l’habitat di un’incredibile varietà di uccelli.

Una specie migratrice che potrete facilmente osservare è l’airone rosso (Ardea purpurea), maestoso uccello il cui nome trae spunto dal particolare piumaggio dai toni rossastri, grigi e marroni. Si ritiene che la specie sia nidificante a Mantova dal 1981 e sul Lago Superiore è presente una garzaia con numerosi esemplari, il cui allegro vociare catturerà certamente la vostra attenzione (insieme all’odore pungente provocato dalle deiezioni). Questo uccello arriva nel Parco del Mincio dal continente africano e nidifica in prevalenza nei canneti; è considerato una specie protetta, la cui sopravvivenza è messa a rischio dalla progressiva scomparsa degli habitat dove si riproduce.
Se sarete fortunati, nella garzaia potrete avvistare anche un’altra specie della famiglia degli ardeidi: il tarabusino (Ixobrychus minutus), uccello acquatico dal piumaggio grigio e marrone, piuttosto difficile da osservare. Nella stagione estiva è possibile ammirare anche numerosi individui di sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides), un airone di medie dimensioni dal piumaggio bianco con sfumature color marrone e crema, specie anche questa migratrice.
Nella riserva è presente anche il falco pellegrino (Falco peregrinus). Un esemplare di questo piccolo rapace scruta il territorio circostante da un traliccio dell’alta tensione. Da questa posizione privilegiata caccia le proprie prede lanciandosi su di esse ad una velocità che può superare i 400 km/h.
Anche il falco di palude (Circus aeruginosus), rapace di grandi dimensioni, vive abitualmente nelle zone umide delle Valli del Mincio e non è troppo difficile da avvistare. Ciononostante, è una specie minacciata dalle uccisioni illegali che avvengono durante la migrazione e per questo è classificata come vulnerabile.
Altre specie più comuni che potreste individuare fra la fitta vegetazione palustre sono il germano reale (Anas platyrhyncos), il cigno reale (Cygnus olor) e l’airone cenerino (Ardea cinerea), uccello dal piumaggio azzurro-grigio e dal nobile aspetto. E ancora, folaghe (Fulica atra), garzette (Egretta garzetta), aironi guardabuoi (Bubulcus ibis), gallinelle d’acqua (Gallinula chloropus), aironi bianchi (Ardea alba), marangoni minori (Microcarbo pygmeus) e cormorani (Palacrocorax carbo).
Poter ammirare tutti questi esemplari insieme, nel proprio ambiente naturale, è uno spettacolo unico. Nell’areale della riserva si contano in tutto 55 specie di interesse comunitario, 13 delle quali nidificanti, più ulteriori 149 specie di uccelli tra stanziali, migratrici e svernanti.
Vegetazione ed esseri umani, una relazione complessa
La vegetazione rappresenta una ricchezza inestimabile per l’ecosistema delle Valli del Mincio, costituisce infatti l’habitat dove molte specie animali trovano ristoro. Come si accennava, uno degli elementi distintivi di questo ambiente è il canneto, costituito in larga parte da cannucce di palude (Phragmites australis) che crescono alte e fitte sulle sponde e sugli isolotti che punteggiano i canali, spesso accompagnate da cespugli di salice cinereo (Salix cinerea). Analogamente ad altre zone umide, anche qui le cannucce di palude hanno un ruolo fondamentale, perché contribuiscono a creare un sistema di fitodepurazione naturale estremamente efficace.
Inoltre, i canneti delimitano i cosiddetti “chiari”, specchi d’acqua profondi qualche metro realizzati nel passato come aree di appostamento per i cacciatori. Oggi i chiari hanno assunto un ruolo ecologico fondamentale, divenendo luoghi per la sosta, l’alimentazione e la nidificazione di numerose specie avifaunistiche.
Nel periodo estivo, la superficie dei chiari si ricopre di vegetazione sommersa e galleggiante; qui possiamo ammirare per esempio l’elegante ninfea bianca (Nymphaea alba), ormai rara da vedere, la più comune ninfea gialla (Nuphar lutea) e la castagna d’acqua (Trapa natans). A margine dei canneti crescono numerose specie vegetali tipiche della zona, come le felci palustri (Thelypteris palustris), le tife (Typha angustifolia e Typha latifolia), l’ibisco palustre (Hibiscus palustris) dai bellissimi fiori rosa e le carici (Carex elata), con i loro ciuffi di foglie sottili che un tempo formavano vere e proprie praterie lungo la riva sinistra delle Valli del Mincio.
In passato le foglie robuste delle carici venivano utilizzate per impagliare sedie e per la realizzazione di oggetti artigianali, come stuoie e cappelli di paglia. I cariceti venivano regolarmente sfalciati dalla popolazione locale, al fine di garantire buoni raccolti. Questa ed altre attività strettamente legate al fiume, come la pesca, la caccia, la raccolta delle canne palustri e la costruzione delle imbarcazioni costituivano il fulcro dell’economia del territorio.
Per circa 800 anni la cittadinanza locale si è presa cura dei canali, ripulendo manualmente i fondali dai sedimenti, eliminando la vegetazione in eccesso ed allagando artificialmente le Valli quando vi era penuria d’acqua. Questo connubio perfetto tra lavoro dell’uomo e tutela ambientale oggi purtroppo non esiste più. Le attività di artigianato sono state abbandonate, gli interessi economici sono mutati e le bonifiche sono aumentate. Anche le praterie di carice, ecosistemi fragili, gradualmente si stanno perdendo.
La pesante antropizzazione che insiste sul territorio padano ha ripercussioni anche sull’estensione delle zone boschive. Aree un tempo popolate da salici, ontani, querce e carpini nel tempo sono state sostituite da insediamenti, poli industriali e zone agricole. La vegetazione arborea rimasta nelle Valli è quindi molto esigua, rappresentata perlopiù da salici e pioppi.
Un’eccezione è l’ontaneto di Monte Perego, uno degli ultimi boschi di Ontano nero (Alnus glutinosa) rimasti in Pianura Padana, situato su un piccolo dosso fluviale tra Rivalta e Grazie. L’area boschiva nel 1995 fu oggetto di un intervento di forestazione volto a favorire la conservazione e il ripristino della vegetazione spontanea. Il progetto portò ad incrementare la superficie da uno a cinque ettari e favorì la creazione di nuovi habitat per fauna selvatica autóctona.
Specie aliene “mantovane”
Solcando le acque del Lago Superiore nel periodo estivo potrete imbattervi nella spettacolare fioritura del loto (Nelumbo nucifera). Luglio e agosto infatti sono i mesi in cui i maestosi fiori di questa pianta acquatica sbocciano, punteggiando di bianco e rosa le due grandi isole di vegetazione che si estendono a perdita d’occhio sulla superficie del lago.
“Lo stelo sommerso del loto” – ci spiega la guida – “si trova ancorato al fondale e” – ci mostra poi – “in questo punto del lago raggiunge circa i 2,8 metri di profondità”. Le foglie del loto, d’un verde smeraldo luminoso, arrivano a misurare fino 80 cm di diametro e sono altamente idrorepellenti. “Come vedete” – prosegue – “una parte dello stelo emerge dalla superficie per captare meglio la luce”.

Il Nelumbo è una specie perenne, in grado di moltiplicarsi con grande facilità, sia grazie ai semi (ogni fiore ne contiene circa 25), sia mediante i rizomi. Nonostante gli sfalci periodici, ogni anno il loto guadagna sempre più spazio sulla superficie del lago e con la sua fitta trama di foglie scherma il passaggio della luce nell’acqua.
“Dove cresce il loto” – continua la guida, con tono rassegnato – “sotto tutto muore. Al termine della fioritura estiva, le foglie e gli steli del loto appassiscono e vanno a depositarsi sul fondale. Si tratta di una quantità enorme di materiale organico, che si accumula e che va progressivamente ad innalzare il livello del fondale. Inoltre, il processo di decomposizione di tutta questa biomassa consuma molto ossigeno, gas fondamentale per la sopravvivenza della vegetazione lacustre e dei pesci”.
Il loto in realtà proviene dall’Oriente. Nel 1921 approdò a Mantova allorché Maria Pellegreffi, una giovane botanica, decise di piantare alcuni rizomi nel lago. Sembra che l’intento fosse quello di produrre della fecola alimentare, tentativo che non ebbe seguito. Da allora la presenza di questa pianta infestante, divenuta uno dei simboli della città, mette sempre più a rischio la sopravvivenza della flora autoctona, oltre a rappresentare un ostacolo per la navigazione dei laghi.
Ma il loto non è l’unico caso di specie esotica diffusa a Mantova. Un’erba ancora più infestante è la Ludwigia grandiflora, specie originaria del Sud America. Utilizzata per arricchire la vegetazione degli acquari, sembra che la Ludwigia sia giunta nelle acque del lago per errore. Complice il costante aumento delle temperature, si sta moltiplicando a grande velocità.

La fauna non è da meno quanto a diffusione di specie aliene. Nel Parco, come in diverse zone d’Italia, è molto diffusa la nutria (Myocastor coypus), mentre le acque del Mincio sono popolate da siluri danubiani (Silurus glanis) e da gamberi rossi della Louisiana (Procambarus clarkii). Di recente è arrivato anche l’ibis sacro (Threskiornis aethiopicus), grosso uccello di origine africana dal lungo becco ricurvo, che si racconta sia fuggito da qualche giardino privato in Francia e abbia trovato in Italia un ambiente favorevole per riprodursi.
“L’introduzione più o meno accidentale di specie aliene” – conclude la guida – “costituisce una seria minaccia per l’equilibrio del nostro delicato ecosistema, che si è instaurato nel corso di secoli”.
Intervista a Fabio Severi, della Pro Loco di Rivalta
Chi è nato e cresciuto nei comuni bagnati dalle Valli del Mincio ha vissuto in prima persona i cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni. Ascoltare la testimonianza dei cittadini offre quindi un punto di vista privilegiato per comprendere l’evoluzione del territorio nel tempo. Così, per “chiudere il cerchio”, abbiamo chiesto a Fabio Severi, membro della Pro Loco di Rivalta , di raccontarci la propria esperienza.
“Fino a poche decine di anni fa questa zona umida era rigogliosa e vitale, il sistema artificiale ideato da Pitentino ha funzionato egregiamente per oltre 800 anni” – inizia.
“Come sapete, il flusso di acqua che arriva al Mincio dal lago di Garda è strettamente regolato da infrastrutture idrauliche che fungono quasi da rubinetti, che possono essere aperti o chiusi a seconda della necessità. Dal Garda in origine giungevano nel Mincio in media 25 metri cubi d’acqua al secondo in estate e 15 metri cubi al secondo d’inverno. Poi le cose sono cambiate” – Fabio s’interrompe – “e dal 2005 è stato deciso di fornire al Mincio solo il 10% della sua portata massima storica, ossia 7 metri cubi d’acqua al secondo. Il risultato? Le Valli gradualmente sono diventate asfittiche”.
“A complicare la situazione” – continua Fabio – “vi è poi l’enorme apporto di sedimenti trasportati dai canali immissari in destra Mincio, il Goldone e l’Osone. Questo avviene perché sono venute gradualmente a mancare le cosiddette fasce ‘tampone’, ossia quelle aree inerbite e piantumate che ci sono sempre state lungo le sponde dei fossi. Basta guardare un film di Don Camillo per rendersi conto di com’era la Pianura Padana negli anni ‘50-’60! E così, ogni volta che piove un po’ di terriccio frana e l’acqua dei fossi diventa torbida. L’accumulo di terriccio e la mancanza del periodico lavaggio delle Valli nei periodi di piena ne sta causando il progressivo ed inarrestabile interrimento. I canali interni praticamente sono diventati impercorribili” – conclude.
“Come se non bastasse, parte dell’acqua viene prelevata per essere utilizzata in agricoltura, per l’allevamento, per il funzionamento delle centrali idroelettriche e per agevolare le bonifiche, che lentamente si stanno ‘mangiando’ terreni della zona umida un tempo allagati.”
“Al flusso insufficiente di acqua si aggiunge un altro problema, ossia l’accumulo di sostanze provenienti dal dilavamento delle campagne vicine, come diserbanti, pesticidi, anticrittogamici e fertilizzanti, questi ultimi responsabili di fenomeni di eutrofizzazione che favoriscono la crescita eccessiva delle piante acquatiche, fra cui specie alloctone come il loto e la Ludwigia. L’impressione è che se si continua così, in pochi decenni le Valli scompariranno.”
“A mancare, è evidente, è una costante ed efficace manutenzione delle Valli da parte degli enti preposti. Inevitabilmente, questi problemi si ripercuotono sulla ricchezza di biodiversità del territorio: la penuria delle portate e l’assenza dei periodici allagamenti stanno provocando il diradamento delle cannucce di palude che, ad esclusione dell’area in prossimità delle sponde, sono molto meno fitte di un tempo (da 70-80 steli per metro quadro a 10-12 steli). Anche la fauna è mutata; il luccio frequentava questi canali quando le acque erano limpide, mentre oggi a causa della torbidità è diventata una specie rara da vedere, così come l’anguilla”.
Chiedo a Fabio se siano stati condotti sopralluoghi e valutazioni scientifiche a dimostrazione di ciò che la cittadinanza osserva.
“Sono numerosi gli studi scientifici che descrivono il progressivo deterioramento ambientale della zona. Le valutazioni per definire il deflusso minimo vitale , ad esempio, vanno avanti dal 2010; da allora parecchi fondi sono stati investiti.
La situazione delle Valli del Mincio è stata anche oggetto di indagine da parte del professor Marco Bartoli, docente di Ecologia all’Università di Parma, che insieme all’ingegner Marco Faggioli è consulente scientifico del Tavolo del Mincio, un gruppo di 35 associazioni di volontariato che hanno a cuore il problema”.
“I rilevamenti effettuati hanno chiaramente indicato che la situazione è critica e che l’ecosistema si trova in grande sofferenza”.
“Eppure, visti i risultati, sembra che gli allarmi lanciati siano rimasti inascoltati da parte degli enti che dovrebbero occuparsi della tutela del Parco. Attualmente le ricerche proseguono con la consulenza dell’Università di Trento, che sta effettuando delle valutazioni per definire il deflusso ecologico , un’evoluzione di quello che prima era chiamato deflusso minimo vitale. Ad ogni modo, basta scendere in canoa e provare a percorrere i canali interni, oramai tutti impraticabili, per rendersi conto della penuria d’acqua che c’è”.
Che iniziative avete intrapreso come Pro Loco a fronte di questo quadro preoccupante?
“Noi cittadini di Rivalta ci mobilitiamo da diversi anni per ottenere la salvaguardia delle Valli, già nel 1998 abbiamo fondato insieme ad altre associazioni il gruppo Amici del Mincio, ottenendo purtroppo scarsi risultati. Abbiamo anche avviato tre grossi progetti con il fine ultimo di ri-allagare artificialmente le Valli, come si faceva sino agli anni ’90, per implementare quell’efficace funzione di fitodepurazione tipica delle zone umide. Sono stati investiti centinaia di migliaia di euro ma, oltre a non riuscire nell’intento, in certi casi le lunghe arginature sono di fatto diventate aree di bonifica a terreno agricolo”.
“Così, mossi da crescente scetticismo e preoccupazione, lo scorso settembre ci siamo riuniti e abbiamo costituito insieme a varie associazioni (oggi sono ben 35) il Tavolo del Mincio , per cercare di dare risonanza a questi problemi e creare una cittadinanza attiva e consapevole. Sia chiaro, nel far questo non abbiamo alcun interesse economico o politico, solo naturalistico. Vorremmo che l’agricoltura tornasse ad essere rispettosa dell’ambiente, anziché danneggiarlo. Un tempo le Valli erano gestite come un orologio, la gente ci lavorava e ci guadagnava, grazie ad attività come la pesca, la raccolta del carice e della canna. Se anche oggi si riuscisse a valorizzare il territorio, per esempio grazie al turismo, forse si riuscirebbe a salvarle.”
Conclusione
Le Valli del Mincio rappresentano un territorio di grande valore naturalistico, che abbiamo provato a raccontarvi attraverso la nostra personale esperienza, con il supporto di esperte guide ambientali. Non potevamo, tuttavia, restare indifferenti rispetto all’acceso dibattito che da alcuni anni è nato in seno alle comunità che vivono nei pressi delle Valli, storicamente radicate nel territorio e profondamente innamorate della sua natura. Speriamo di aver contribuito, nel nostro piccolo, a diffondere l’appello ad una maggior tutela di questo fragile ecosistema.
Copertina © Rossella De Poi


