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Sono 56 secondo il Global Peace Index le guerre ad oggi attive nel mondo, ma due catalizzano l’attenzione dell’opinione pubblica per estensione del conflitto e maggior numero di vittime: Ucraina e Palestina. Migliaia i morti, milioni gli sfollati.
Oltre alle vite umane, le guerre uccidono anche l’ambiente, con danni che travalicheranno i confini nazionali delle parti in conflitto e che si abbattono su altre vite, anche quando le guerre saranno finite. Ad essere colpite saranno soprattutto le zone più vulnerabili del pianeta, intensificando la sofferenza di popoli già provati dalla povertà, alla quale si aggiungeranno le conseguenze del cambiamento climatico acuito dai danni ecologici delle guerre.
Analizzeremo qui la situazione in Ucraina. In Palestina, la situazione è altrettanto critica, al punto che Greenpeace parla di danni ambientali tali da rendere la striscia di Gaza invivibile ora e per i prossimi anni. I dati, di cui oggi disponiamo sulla situazione palestinese, risultato anche precari e sottostimati, per le difficoltà di raccolta dei ricercatori date della velocità del conflitto, delle ovvie difficoltà materiali del reperimento dati e della mancata rendicontazione dell’esercito israeliano (IDF) riguardo alle proprie emissioni.

Ucraina
Il conflitto poggia le sue radici nel lontano 2014, ma è nel febbraio del 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, che si allarga e prende le dimensioni di una guerra su vasta scala, con scontri diretti sul campo.
Oltre ai danni diretti all’ambiente sono da considerare anche i danni indiretti della guerra come la crescente difficoltà, da parte della Russia, di mantenere gli accordi presi per un cambio di rotta verso politiche più “green”, sia a causa del conflitto in corso, sia per le conseguenti sanzioni dell’Unione Europea.
Fatti che inaspriscono i rapporti tra Mosca e l’Unione, ostacolando o impedendo del tutto possibili futuri accordi su questioni che dovrebbero essere di comune interesse come il clima e l’ambiente. È solo nel 2019 che la Russia firma l’Accordo di Parigi sul clima, che si pone l’obbiettivo di circoscrivere le temperature globali intorno agli 1,5°C, ed è del 2021 la promessa di Mosca di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060.
Una Russia che, come il resto del mondo, non sfugge alle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico. Gli incendi boschivi in Siberia sono stati così vasti da far arrivare i fumi degli stessi fino al Polo Nord, i picchi storici con 38°C di temperatura, registrata nella città siberiana di Verkhojansk, hanno segnato un record nell’Artide e le recenti forti piogge accelerando lo scioglimento di neve e ghiaccio, hanno causato gravi inondazioni e costretto il Paese a dichiarare lo stato di emergenza.
La guerra aggrava la situazione anche per un paese come l’Ucraina, altamente inquinato già prima della guerra per la vasta presenza di industrie sul territorio.
Il Rapporto presentato alla COP28 di Dubai sulle emissioni della guerra in Ucraina
L’iniziativa GHG Accounting of War, ha riunito un gruppo di esperti climatici con lo scopo di valutare gli impatti sull’ambiente della guerra russa in Ucraina. Ne è uscito fuori un rapporto che è stato presentato alla ventottesima Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima di Dubai (COP28) nel dicembre del 2023 dal nome Climate damage caused by Russia’s war in Ukraine.
Secondo i dati riportati, in 18 mesi dall’inizio del conflitto, le emissioni di gas a effetto serra sono state pari a 150 milioni di tonnellate. Una quantità tale che, se comparata, è superiore alle emissioni annuali di molti paesi europei, scavalcando un paese altamente industrializzato come il Belgio.

I consumi di carburante crescono ad un livello costante, sia per le operazioni vere e proprie di combattimento, sia per gli spostamenti necessari al rifornimento del reparto logistico delle forze armate. L’inizio della guerra ha ovviamente aumentato la produzione in Russia, in Ucraina e in altri paesi di munizioni, esplosivi, acciaio e altri materiali ad alto impatto carbonico.
Emissioni carboniche sono rilasciate anche dall’uso di cemento che la Russia utilizza per la costruzione di chilometri di fortificazioni lungo e dietro le linee del fronte. A ciò si sommano le ulteriori emissioni date dalla produzione dell’equipaggiamento militare e dalla consegna delle armi a lunga distanza.
Il totale di tutte queste operazioni ha emesso una quantità di CO₂ nell’atmosfera pari a 37 milioni di tonnellate di cui:
- 0,1 riguarda l’accumulo di forze necessarie all’invasione (dal 23 al 24 febbraio)
- 9 è il consumo di carburante da parte delle truppe russe
- 7,1 il consumo di carburante da parte delle truppe ucraine
- 2,8 l’uso delle munizioni
- 1,5 l’equipaggiamento militare
- 0,2 costruzione di fortificazioni
- 0,4 la fornitura dell’equipaggiamento.

Per quanto riguarda gli incendi, sono aumentati di 36 volte quelli di dimensioni superiori ad un ettaro, rispetto all’anno precedente al conflitto. Collocati principalmente lungo le linee del fronte e nelle zone boschive, hanno rilasciato nell’atmosfera una quantità di 22,2 milioni di tonnellate di CO₂.

La chiusura dello spazio aereo siberiano, da parte della Russia, a diversi veicoli aerei e la chiusura dello spazio aereo ucraino, da parte dell’Ucraina, al traffico commerciale hanno di fatto costretto molti veicoli arei a deviazioni obbligate che hanno tagliato e allungato le tratte con voli conseguentemente più lunghi, costi di carburante aggiuntivi e emissioni di gas serra più elevate, per un totale di 18 milioni di tonnellate di CO₂ in più.

La principale fonte di emissioni è data però dalla ricostruzione post bellica degli edifici civili e di altre infrastrutture danneggiate, per un totale di 54,7 milioni di tonnellate di CO₂.

Ecco che il totale delle emissioni arriva alla cifra di 150 milioni di tonnellate.

I danni all’ambiente secondo il CEOBS
In un paese ad alto tasso di industrializzazione come l’Ucraina, secondo il rapporto della CEOBS – Conflict and Environment Observatory, ONG inglese che si occupa di ricerca sugli impatti ambientali dei conflitti armati, i danni agli impianti industriali (la maggior parte degli impianti ucraini sono poi vecchi e obsoleti) sono centinaia e le possibili future bonifiche a guerra conclusa saranno complicate dalla presenza di mine e ordigni inesplosi.
L’Ucraina ha un’elevata dipendenza dai combustibili fossili e i danni alle infrastrutture del carbone, ai giacimenti petroliferi (i depositi di petrolio bombardati, causano fuoriuscite di petrolio che contaminano suolo e falde acquifere mentre gli incendi a questi depositi, per essere spenti, richiedono agenti chimici a loro volta inquinanti) e alle grandi riserve del gas stanno portando l’inquinamento nel suolo, nell’acqua e nell’aria, mentre i siti di produzione di energie rinnovabili o sono stati colpiti o sono soggetti alla presenza militare, come alcune centrali idroelettriche e impianti ad energia eolica.
C’è poi una massiccia presenza senza precedenti di attori militari sugli impianti di energia nucleare, molti dei quali sono anche stati colpiti, come su diversi siti con materiali radioattivi. Gli attacchi militari, le interruzioni di energia e i crolli delle strutture, sono tutte violazioni di sicurezza che possono portare a contaminazioni radioattive su vasta scala. A Chernobyl, nella zona rossa, i soldati russi hanno smosso un terreno altamente inquinato e radioattivo per costruire delle trincee.

Le devastazioni delle aree urbane causate dalle esplosioni hanno danneggiato le reti idriche e igienico-sanitarie, generando un’enorme quantità di detriti difficili da gestire. Rifiuti solidi tra i quali vi è la possibilità di trovare amianto mescolato a materiali inesplosi. Le polveri dei detriti edilizi poi, hanno contribuito all’inquinamento dell’aria, alimentando la scarsa qualità di quest’ultima, depositandosi poi sui suoli, sulla vegetazione e sulle acque.
Gli incendi paesaggistici, nel primo anno del conflitto, hanno interessato un’area equivalente ad un milione di campi da calcio. Il 12% di questi hanno colpito le aree protette di Emerald Network (rete di aree di particolare interesse conservazionistico per la flora e la fauna europee). I danni degli incendi negli ambienti boschivi sono devastanti, uccidono la fauna, sconvolgono habitat già fragili, distruggono interi ecosistemi e contaminano i bacini idrici.
Anche l’agricoltura è stata danneggiata, in quanto la maggior parte degli incendi ha interessato le zone agricole, danneggiando terreni, culture, sistemi di irrigazione, impianti di stoccaggio agrochimici, fertilizzanti, pesticidi (che a loro volta hanno rilasciato inquinanti nell’ambiente), allevamenti (con morti in massa degli animali da reddito e conseguenti minacce di inquinamento microbiologico) e erosione del suolo. Nel migliore degli scenari, secondo il rapporto, il ritorno alla silvicultura prebellica richiederà tra i 60 e gli 80 anni di tempo.
Le interruzioni intermittenti alle infrastrutture energetiche e idriche hanno impattato sui sistemi di approvvigionamento e trattamento idrico, innescando anche scarichi nell’ambiente. I danni alle infrastrutture idrauliche hanno ovviamente influito sulla cattiva qualità dell’acqua e la scarsa qualità del monitoraggio impedisce di rilevare molti eventi di inquinamento idrico nel breve periodo.
Nemmeno gli ecosistemi costieri e marini ucraini sono stati risparmiati. Inquinamento chimico e acustico (sonar navali), danni fisici agli habitat (esplosioni e danneggiamenti da fortificazioni militari) e ai sistemi di monitoraggio, inquinamento dato dagli attacchi alle imbarcazioni navali, agli insediamenti costieri e alle infrastrutture portuali. Tutto ciò è la causa di una strage di delfini e focene nel Mar Nero dall’inizio della guerra.
Conclusione
La vasta portata e l’incredibile impatto che le guerre hanno sull’ambiente dovrebbe spingere il diritto internazionale, in particolar modo il riconoscimento come crimine autonomo nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, a fare dell’ecocidio (l’azione o le azioni che per mano umana danneggiano l’ambiente naturale) un crimine, anche per la transnazionalità dei danni all’ecosistema causati dai conflitti e da molti altri reati ambientali.

La campagna Stop Ecocide International mira a inserire tra i crimini come il genocidio, i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il crimine di aggressione, anche l’ecocidio.
Ad oggi il Consiglio Europeo, nel marzo del 2024, ha adottato una nuova direttiva sui reati ambientali che testualmente cita reati – “paragonabili all’ecocidio” – e stabilisce fino a dieci anni di reclusione per i trasgressori. Gli stati membri hanno due anni di tempo per allineare la legislazione nazionale alla direttiva adottata.
Non si tratta solo dei danni dei conflitti, ma tutti quei danni su larga scala che comprendono i disastri chimici, la deforestazione massiva, la distruzione di habitat o specie in via di estinzione e le gravi contaminazioni di acque e terreni e altre tipologie di reati ambientali, compiuti anche da grandi aziende e imprese.


