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Dal 1975 al 2018 i consumi pro-capite nel settore della moda sono più che raddoppiati . Ogni anno un cittadino europeo utilizza in media 26 kg di vestiti e ne scarta circa 11, di cui meno della metà viene raccolta per essere riutilizzata o riciclata. Nel complesso, solo l’1% dei vestiti usati viene rigenerato in abiti nuovi, mentre la gran parte degli indumenti usati viene incenerita o smaltita in discarica. Questi dati sono rappresentativi del fenomeno “fast fashion”, termine apparso per la prima volta nel 1989 sulle pagine del New York Times, quando a New York aprì il primo negozio di Zara.
Nell’articolo dedicato si spiegava che affinché un capo di abbigliamento passasse dall’ideazione dello stilista alla vetrina del negozio erano sufficienti 15 giorni. Fast fashion indica quindi una moda veloce, che rinnova continuamente le vetrine dei negozi, proponendo abiti dallo stile accattivante a prezzi stracciati e instillando l’urgenza di comprarne sempre di nuovi. Un fenomeno consumistico fondato su un modello di economia lineare (produzione-utilizzo-scarto) e costituito da prodotti di scarsa qualità, che in breve tempo deperiscono.
Acqua, come sempre maltrattata
Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente , nel 2020 per vestire un cittadino europeo sono stati consumati in media 9 metri cubi d’acqua, 400 metri quadrati di terra e 391 kg di materie prime. Come si intuisce, la produzione di vestiti consuma grandi quantità di risorse, acqua in primis. Il settore tessile è considerato il secondo principale consumatore di acqua, pensate che per produrre una tonnellata di tessuto si stima ne servano 200 d’acqua dolce .
La stessa coltivazione del cotone necessita di ingenti quantità d’acqua, più di ogni altra fibra tessile. Circa la metà del cotone coltivato viene esportato per soddisfare la domanda estera, spesso generando grave sofferenza idrica nei paesi d’origine. È noto, per esempio, che un quinto della perdita d’acqua del lago d’Aral, al confine tra Uzbekistan e Kazakistan, sia stata causata dalle coltivazioni intensive di cotone destinato all’Europa.
Oltre al consumo di risorse idriche, l’industria del fashion contribuisce in modo significativo all’inquinamento dell’acqua con sostanze tossiche. Si stima che il solo processo di tintura e finitura degli indumenti sia responsabile dell’inquinamento del 20% dell’acqua di tutto il mondo. Se non opportunamente trattate, le acque reflue finiscono per degradare in modo irreversibile gli ecosistemi locali.
Oggi la quasi totalità dell’abbigliamento consumato nell’Unione Europea è fabbricato in paesi extra-UE, dove vigono regole molto meno stringenti in termini di sicurezza e di inquinamento ambientale. Si stima che gli agenti chimici utilizzati nella produzione tessile siano oltre 15000, tra lubrificanti, solventi, agenti sbiancanti, coloranti, ammorbidenti, antischiuma, idrorepellenti (come i PFAS) ed altri ancora.
Poi c’è la coltivazione del cotone, che da sola assorbe circa il 6% della produzione globale di pesticidi, attestandosi fra le colture che impiegano più fitofarmaci in assoluto. Purtroppo, ottenere informazioni trasparenti e complete sulla tipologia di sostanze utilizzate e sulla gestione dei rischi per la salute dei lavoratori e per l’ambiente spesso non è facile.
Parliamo di emissioni
Le stime suggeriscono che il tessile sia responsabile del 4-10% delle emissioni globali di gas serra, provenienti in larga parte dell’energia consumata durante la manifattura, il trasporto e il successivo utilizzo degli indumenti. Se è vero che il settore è nel complesso energivoro, la quantità di emissioni prodotte dipende molto dalla fonte di energia utilizzata. In Cina, per esempio, l’industria del tessile è ancora largamente dipendente da fonti fossili come il carbone, che rende il comparto responsabile del 40% in più delle emissioni rispetto all’Europa.
Guardando all’impatto dei singoli materiali, troviamo pro e contro per ciascuno. Molti tessuti sintetici sono ottenuti dai derivati del petrolio, di cui si stima vengano impiegati 70 milioni di barili all’anno per l’abbigliamento. Per materiali come acrilico e poliammide i consumi energetici e le emissioni di gas serra raggiungono il loro massimo nelle fasi estrattive iniziali. Tra parentesi, materiali come poliestere, acrilico e poliammide durante il lavaggio in lavatrice rilasciano microparticelle che contribuiscono circa per il 35% all’inquinamento oceanico da microplastiche.
Fibre naturali come cotone, lino e canapa invece hanno un impatto nel complesso più contenuto ed essendo vegetali, durante la coltivazione sequestrano CO2. Per i tessuti naturali, tuttavia, il dispendio energetico maggiore avviene nelle fasi di successivo utilizzo, nei processi di lavaggio, asciugatura e stiro.
Una filiera produttiva dispendiosa
La maglia che indossiamo, nel passare da fibra grezza a prodotto finito, ha probabilmente compiuto il giro del mondo almeno una volta nella propria vita. Con l’avvento della globalizzazione infatti, la filiera produttiva dell’abbigliamento è stata frammentata in più passaggi, ciascuno dislocato in un’area diversa del mondo. Se la progettazione degli abiti avviene ancora nei paesi d’origine, per lo più Europa e Stati Uniti, la produzione delle fibre tessili e la manifattura degli indumenti sono state delocalizzate in paesi dove la manodopera ha un basso costo, prima fra tutti la Cina, ma anche Bangladesh, Cambogia, Vietnam, Pakistan e Indonesia.
Una volta finiti, gli indumenti vengono spediti presso i centri di distribuzione a bordo di navi container o aerei cargo, questi ultimi estremamente inquinanti dal punto di vista delle emissioni di anidride carbonica. Come se non bastasse, ogni anno l’industria della moda genera oltre 92 milioni di tonnellate di rifiuti, inclusi i prodotti invenduti, che per la maggior parte finiscono in discarica, vengono inceneriti o esportati in paesi terzi, come l’Africa, dove solo una piccola percentuale viene riciclata.

Sprechi inutili (e dannosi)
Come si diceva, l’impennata dei consumi nel settore del fashion ha causato anche un’enorme produzione di rifiuti. Una parte degli scarti tessili deriva dalla fase manifatturiera (tra il 10 e il 30%). L’estrema rapidità della produzione e la distanza tra disegnatori e produttori infatti non agevolano il processo, che spesso è soggetto ad errori e fraintendimenti.
Vi sono poi i cosiddetti “deadstock”, letteralmente “scorte morte”, ossia abiti invenduti oppure restituiti subito dopo l’acquisto online, dunque nuovi di zecca, che finiscono direttamente all’inceneritore o in discarica. Si stima che il volume di inventario inutilizzato del settore sia del valore di 120 miliardi di dollari.
Se vengono “consumati” invece, i vestiti durano in media 3,1 – 3,5 anni , dopodiché solo una piccola percentuale viene riciclata. In Italia le stime si aggirano sull’11% annuo , davvero poco. La gran parte del tessuto riciclato viene impiegato per applicazioni di valore inferiore, come l’imbottitura dei materassi o per produrre panni per le pulizie. Va anche detto, a proposito di riciclo, che le tecnologie per ottenere fibre vergini da tessuti misti sono ancora agli esordi e trovano purtroppo scarsa diffusione.
Ma qual è il destino di questa enorme mole di rifiuti tessili? La maggior parte viene esportata in Africa e in Sud America, dove si trovano le discariche dell’abbigliamento di tutto il mondo. In Cile, per esempio, nella zona franca del porto di Iquique, arrivano ogni anno fino a 44 milioni di tonnellate di abiti, per lo più invenduti. Una frazione viene recuperata per essere rivenduta nei negozi o presso i mercati locali, ma la gran parte viene gettata in discariche illegali a cielo aperto, come quella situata nel deserto di Atacama.

Una storia simile a quella del Ghana, dove ad Accra, la capitale, si trova il mercato di vestiti usati più grande al mondo. Kantamanto, questo il suo nome, è una delle destinazioni principali di indumenti provenienti dall’Occidente, che arrivano compattati in enormi balle; parliamo di circa 15 milioni di indumenti a settimana. Ciò che non viene selezionato per essere rivenduto al mercato, circa un 40%, finisce bruciato o gettato in discariche improvvisate alla periferia della città, o ancor peggio disperso in mare. Questo è ciò che denuncia la Fondazione OR , che opera in Ghana dal 2011 per informare, educare e sensibilizzare riguardo ai danni economici, sociali ed ambientali provocati dal consumismo sfrenato del fashion. Oggi alcuni paesi africani, un tempo destinatari di abiti di seconda mano, hanno iniziato a porre un freno all’ingresso di vestiti usati, sia per tutelare la manifattura locale, sia perché i mercati sono ormai saturi.
Dall’Europa, misure concrete contro la moda veloce
L’Unione Europea sta gradualmente introducendo nuove regole per contrastare gli effetti della sovrapproduzione, introdurre sul mercato prodotti più eco-sostenibili e promuovere la transizione verso un’economia circolare. La scorsa estate, per esempio, è entrato in vigore il Regolamento sull’Ecodesign , con l’obiettivo di rendere tutta la filiera produttiva, dalla progettazione al fine vita, a minor impatto ambientale. I prodotti dovranno essere progettati per durare più a lungo, per essere riparati facilmente e riciclati dopo l’utilizzo.
Inoltre, per garantire una maggiore trasparenza nelle informazioni fornite al consumatore, a ciascun prodotto verrà associato un passaporto digitale, che fornirà indicazioni circa la durabilità, la riparabilità e il contenuto riciclato presente nel prodotto. Il regolamento sancisce inoltre il divieto di distruggere la merce invenduta. Sono in corso anche degli aggiornamenti alla Direttiva Rifiuti . A partire dal 2025 nell’UE i rifiuti tessili dovranno essere raccolti separatamente, in vista del successivo riciclaggio o riutilizzo.
Inoltre, si prevede di introdurre un sistema armonizzato di responsabilità estesa del produttore, il quale dovrà farsi carico anche di una parte dei costi di gestione per la raccolta, lo smaltimento e il riciclo dei rifiuti tessili. Infine, recentemente il Parlamento Europeo ha approvato anche la Corporate Sustainability Due Diligence Directive , letteralmente la direttiva sul dovere di diligenza delle imprese, un insieme di misure volte a contrastare gli effetti della moda veloce.
I target sono soprattutto imprese di grandi dimensioni, sia europee sia estere, operanti all’interno dell’UE. La nuova direttiva introduce per le aziende l’obbligo di valutare le ricadute negative per l’ambiente o lesive dei diritti umani derivanti dalle proprie attività, o da quelle di fornitori e collaboratori. Le imprese dovranno quindi adottare politiche adeguate per prevenire o mitigare questi effetti, in modo trasparente per il consumatore.
Conclusione
Se l’apparato legislativo europeo sta gettando le basi per un modello di moda più etico e rispettoso dell’ambiente, la consapevolezza e le scelte individuali possono contribuire a fare la differenza. Cosa possiamo fare come singoli cittadini per “rallentare” la moda veloce? Regola numero uno: less is more – acquistiamo di meno, magari spendendo un po’ di più per un capo che sappiamo essere di buona qualità.
Qualità e sostenibilità non sono sempre facili da individuare, perché intorno a noi la gran parte dei rivenditori propone fast fashion. Scegliere la sostenibilità significa acquistare da filiere produttive locali, che limitano trasporti aerei o navali altamente inquinanti. Scegliamo, quando possibile, abiti realizzati con fibre naturali, meglio se ottenute da riciclo, o in alternativa da coltivazioni biologiche certificate, che non impiegano pesticidi.
Anche le fibre sintetiche possono derivare dal riciclo di materiali plastici, ma ricordiamoci che ai primi lavaggi in lavatrice rilasceranno microplastiche. Un’altra buona abitudine è optare per capi di seconda mano, che si trovano facilmente nei mercati del vintage o perché no, da amici e parenti che decidono di dismetterli. Infine, preferiamo gli acquisti in negozio a quelli online, in questo modo ridurremo i chilometri percorsi dagli indumenti e con buona probabilità non avremo bisogno di restituire la merce dopo l’acquisto.
“A ogni essere umano è stata donata una grande virtù: la capacità di scegliere. Chi non la utilizza, la trasforma in una maledizione – e altri sceglieranno per lui” (Paulo Coelho).


